rsd2018Undicesimo Record Store Day
Rieccolo. E rieccoci. Torna il RSD (Record Store Day), la giornata mondiale dei negozi di dischi indipendenti, l'undicesima, per la precisione. Tutti si mobilitano con uscite straordinarie, 45 e 33 giri, compilation dedicate, concerti. Chi più ne ha più ne metta. In Via San Vincenzo non mancherà nulla: le solite chiacchiere (magari qualcuna in più), le solite facce (magari qualcuna in più), la vecchia vetrina e la calda accoglienza. In aggiunta, che è una giornata speciale: musica dal vivo in collaborazione con i Cartabianca e i Simon Dietzsche.
È una questione di appartenenza. Che i poveri negozi di dischi indipendenti saranno pure come i dinosauri, con il muso in su ad aspettare il meteorite finale, ma nel frattempo vanno celebrati. E vissuti. E brindati. Come tutte le cose importanti. È la medicina migliore contro l'estinzione. Il muro contro cui si schianta il meteorite. E alla fine i dinosauri si salvano. E sopravvissero tutti, felici e contenti.
Il programma è qui sotto. A sabato.

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EELS - The Deconstruction

La decostruzione di Mark Everett, in realtà, è una strada  che il leader degli Eels ha percorso per tutta la carriera; dietro la produzione musicale di Everett c’è sempre stata una sofferenza pesante causata da improvvisi o drammatici lutti familiari. In certi dischi ce n’è di più come nel peraltro indispensabile Electro-Shock Blues, un capolavoro che risale, ahimè, a ben vent’anni fa… Anche in The Deconstrution, che esce a quattro anni dal precedente lavoro, c’è molto del rimuginare sulle perdite, dell’interrogarsi sul senso della vita; la dimensione prettamente acustica trasforma le canzoni in piccoli bozzetti, scenette di vita con qualche pretesa filosofica di troppo, ma confortate da   una buona vena in termini di melodie e arrangiamenti. Certo mancano, tranne che nel singolo Bone Dry, momenti ritmicamente più vivaci e coinvolgenti, ma evidente Mr E. non era dell’umore giusto.(Fausto Meirana)

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JOHN PRINE - The Tree Of Forgiveness

È diventato quasi un format: l’anziano cantante country (o blues o soul) che si presenta con un disco fragile, uscendo dall’irrilevanza (che acchiappa tutti, presto o tardi) con un colpo di coda. L’esempio principe è Johnny Cash (che ha sputato in faccia al tramonto con i migliori dischi della sua carriera) ma la lista è lunga (Solomon Burke, per dire). Si allunga ancora un po’ con John Prine che più giovane (classe 1946) interrompe un silenzio ultradecennale con un album d’inediti luminoso (e sorprendente): parole chirurgiche, collaboratori vari che non turbano l’insieme, voce in minore e melodie squisite, country per la vivacità e folk per la malinconia, come si conviene. Fin dalla confusa faccia in copertina, questo è un disco che non nasconde le trappole (del tempo che passa) e, anzi, le mette in scacco con poche mosse (da maestro). (Marco Sideri)

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JOE LOVANO & DAVE DOUGLAS SOUND PRINTS - Scandal

Nel 2008 l’annuale tribute concert del SFJAZZ Collective – l’istituzione legata al San Francisco Jazz festival fondata da Joshua Redman - era dedicato all’opera di Wayne Shorter. Fra i musicisti invitati Joe Lovano e Dave Douglas che hanno deciso di portare avanti il progetto trasformandolo nel gruppo Sound Prints, insieme al pianista Lawrence Fields, alla contrabbassista Linda May Han Oh e al batterista Joey Baron. Dopo una prima apparizione al festival di Monterey del 2013 (disponibile nell’omonimo disco del 2015) seguita da alcune date in tour, ecco il primo album in studio. La musica del quintetto, un gruppo molto unito e omogeneo, alterna composizioni di Shorter come “Fee Fi Fo Fum” e Speak no Evil”, a brani originali che riprendono le atmosfere del sassofonista cui il gruppo si ispira, ma più in generale la produzione Blue Note anni ‘60 meno mainstream e standardizzata. Ovviamente fanno capolino il nume tutelare di Lovano (in “Scandal” l’omaggio a Coltrane è evidente) oltre che Monk in “Ups and Down”. Un quintetto che si colloca felicemente tra post-bop e avanguardia, con la qualità non comune di un appassionato lirismo. (Danilo Di Termini)

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La storia del rock qualche volta si diverte a flirtare con il destino, incorniciando in maniera particolare certi eventi. Succede ad esempio che nel '68, un cinquantennio fa, uscì il primo disco tributo interamente dedicato alle composizioni  del songwriter che aveva saputo parlare a una generazione, Bob Dylan. Si intitolava “Any Day Now”, e fu un progetto di quella Joan Baez che proprio in questi tempi è tornata a farsi viva dagli studi di registrazione per un disco d'addio. Mezzo secolo esatto dopo, eccolo il flirt col destino: una delle più vibranti ed espressive voci della scena afroamericana, Bettye LaVette presenta al mondo il suo palpitante “Things Have Changed”, interamente dedicato al bardo di Duluth. Lei scalò le classifiche di rhythm and blues nel 1962, quando dunque Dylan faceva uscire il suo primo disco. Laddove la Baez era (ed è) tutta melodia nitida e vibrato a distesa, affrontando le magnifiche canzoni di Mr. Zimmermann, LaVette è il rovescio vocale esatto.

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BILL FRISELL - Music IS

“Quasi ogni giorno mi sveglio, bevo un caffè e scrivo musica”. Con una quarantina di album all’attivo e altri duecentocinquanta (circa) in cui ha assicurato la sua presenza, non abbiamo motivi per non credere alle parole del chitarrista di Baltimora; che poi definisce  l’esperienza del suonare profondamente legata al rapporto con gli altri musicisti. Forse per questo “Music IS” è solo il terzo disco in solo, dopo “Ghost Town” del 2000 e “Silent Comedy” del 2013, costruito come un viaggio nella sua memoria musicale. Quanto questo percorso sia comunque innovativo lo dimostrano le versioni di “Pretty Stars” e di “Ron Carter”, entrambi apparsi originariamente in “Blues Dream”, o di “Monica Jane” da “This Land” (ma la cui prima versione risale ad un disco con Paul Bley del 1986), o ancora di “In Line” e “Rambler”(presente in due versioni totalmente differenti) dai primi dischi solisti per ECM. Innovazione che passa anche per un vecchio pianoforte di Keith Moon, arrivato a casa di Frisell dopo essere passato nelle mani di Richard Manuel della Band e di Ian McLagan degli Small Faces, per fare da cassa di risonanza all’amplificatore in “Think About It” o per il blues di “Go Happy Lucky”. La chitarra al massimo della sua espressione. (Danilo Di Termini)

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ENRICO PIERANUNZI - Monsieur Claude [A Travel with Claude Debussy]

Nel novembre del 2015 Enrico Pieranunzi insieme a Diego Imbert (conrabbasso) e André Ceccarelli (batteria) incide “Ménage a Trois”, titolo che gioca sulla composizione del gruppo e sulle due bellissime “signore musicali” con cui il pianista  dichiara di convivere da sempre, la classica e il jazz. In quel disco infatti si potevano ascoltare elaborazioni di brani scritti da grandi compositori come Bach, Liszt, Schumann. Il grande successo ha indotto i tre protagonisti alla registrazione di un nuovo album, questa volta interamente dedicato alla musica di Claude Debussy; si tratta di undici titoli, composti perlopiù da Pieranunzi ed ispirati da composizioni dell’artista come “Valse Romantique”, “Ballade”, “La fille aux cheveux de lins” che diventano rispettivamente “Bluemantique”, “L’autre ballade” et “Cheveux”. Al trio in alcuni brani si aggiungono il sax di David El Malek e la splendida voce di Simona Severini per un lavoro che colpisce per luminosità e freschezza, ma soprattutto per mantenersi molto lontano da alcune paludate o superficiali commistioni dei due generi, ed essere un disco profondamente e intrinsecamente jazz nel suo svolgimento e nel suo felicissimo risultato. (Danilo Di Termini)

P.s. L’affascinante copertina del disco è opera di Emiliano Ponzi: peccato non poterla vedere a grandezza ellepi!

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ONEIDA - Romance

La disponibilità immediata di moltissima musica, insieme alla scomparsa delle ideologie, ha naturalmente abbattuto steccati prima invalicabili. Oggi c’è chi ascolta l’avanguardia più spinta e a stretto giro il pop più frizzante. Ieri c’erano più tribù. Non ci interessa qui stabilire se sia cosa buona (e giusta) o cattiva; certi gruppi di confine come Oneida suggeriscono considerazioni simili. Sono di confine tra rock (la strumentazione, il tiro) e non-rock (le canzoni in forma libera e informe); sono di confine tra quasi elettronica (il ritmo, le pause, le ripartenze) e quasi sfuriata (le esplosioni, la distorsione); sono di confine tra esperimento (ripetizione, dissonanza) e ortodossia (a se stessi). Insomma, gli Oneida erano perfetti prima della fine delle ideologie; restano ancora bravi; e questo disco è un ritorno di forma con i fiocchi. (Marco Sideri)  

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 JOAN BAEZ - Whistle  Down The Wind

Un addio senza lacrime,un arrivederci sincero, con quello sguardo diretto che l’accompagna da settantasette anni. A dispetto di un fisico e di un volto che ne dichiara venti secchi di meno. Un paio d’anni fa Joan Baez ci regalò un doppio disco dal vivo in cui festeggiava i suoi settantacinque con tutti gli amici musicisti di sempre, o quasi. Adesso ha deciso che è ora di finirla con i tour massacranti, a differenza del suo amico di sempre ed ex compagno Bob Dylan, impegnato nel Neverending tour da un bel po’. Non appenderà la chitarra al chiodo, ha dichiarato: ci sarà sempre una buona causa da sostenere con la sua voce che ha perso poche stille della meravigliosa pienezza della gioventù, e ora viene dosata con saggia abilità. Questo pare che sarà la sua ultima incisione di studio, e la Baez ha scelto una dimensione semiacustica di una perfezione assoluta, ma mai algida.

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