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STEVE GUNN - Eyes On The Lines

Il passaggio alla Matador di Steve Gunn, dalla sotterranea e sperimentale (in chiave folk e popular) Paradise of Bachelors, segna l'approdo ad una formula più agile e fruibile, ma non meno avvincente e interessante. Le sue sono sempre ballate stratificate, iterative e digressive, ma in questo frangente più a braccetto con una certa spensierata cantabilità. A farla da padrone in quest'ultimo "Eyes on the Lines" è un sound superlativo e trascinante, che sa di riuscito amalgama tra neo-psichedelia e folk d'avanguardia. Lo sostiene una band allargata a otto elementi, tra cui spiccano le figure di Nathan Bowles (batteria, banjo, organo), James Elkington (chitarra, lap steel, dobro) e Jason Meagher (basso, chitarra, flauto). Gunn vi raccoglie episodi e racconti, che lui stesso definisce "short stories": caratteri che stanno fra il particolare e l'universale, restituiti con piglio assonnato e una lirica metafisicità. Il tutto in sorprendente e intelligente equilibrio tra un passato ormai mitico (quello della classicità del rock), smagliantemente rievocato, e un futuro ancora da scrivere (sì!), ma come già delineato o preannunciato. Imperdibile. (Marco Maiocco)

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ANOHNI - Hopelessness

Nell’era del tramonto del disco, inteso come album, l’unica salvezza per il vecchio formato (©) è un’unità d’intenti e ispirazione granitica. Insomma, nostalgici a parte, il senso di un disco-intero, nel 2016, sta nell’essere eccezionale: lavoro unico e non fila di canzoni, per quanto belle. Hopelessness lo è. Cambia il volto e le carte in tavola per uno dei progetti più rilevanti della musica di ieri (Antony e i suoi Johnsons) trasformandolo in Anohni, eterea e arrabbiatissima cantante elettronica. Il disco è uno sfogo contro lo stato delle cose (il clima, la guerra, Obama) scolpito su battiti elettronici, e rivoltato dalla voce di Anohni, che non perde per strada un millesimo del suo dramma e della sua forza. Potrà dispiacere (a pochi) la svolta di Anohni già Antony? Poco importa. Questo è un disco con un capo e una coda, un album con cui fare i conti. (Marco Sideri)

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STEFANO BOLLANI - Napoli Trip

Un disco su Napoli e la sua musica? Ci vuole tutta la folle irriverenza di Stefano Bollani per provare a confrontarsi con un repertorio così rischioso (e in fondo poco frequentato dal jazz) sfidando al contempo la critica e il pubblico più ‘raffinati’. Eppure dopo il progetto intorno a Zappa e lo sfizioso “Arrivano gli Alieni” (cui si è aggiunto un “Live from Mars” uscito in edicola recentemente), per “Napoli Trip” il nostro pianista più talentuoso non ha esitato a confrontarsi con nuovi compagni di viaggio. Se per la scrittura di originali e l’arrangiamento di standard della tradizione (“Il bel ciccillo”) la scelta di Daniele Sepe – il più zappiano degli artisti italiani odierni – poteva quasi sembrare obbligata, l’inedito incontro con il dj norvegese Jan Bang si rivela sorprendentemente proficuo (“’Nu quarto ‘e luna” e “Sette”). A questi due gruppi allargati si aggiungono, con lo stesso Sepe, i fiati di Nico Gori e la batteria di Manu Katché per alcuni brani di un quartetto che sarà in tour tra luglio ed agosto. Infine il piano solo: senza ipocrisia o forse con molta incoscienza ecco la rilettura di “O sole mio”, dell’amato Carosone e di Pino Daniele (“Putesse essere allero”); e se in un disco dedicato a Napoli non può mancare il mandolino, per “Reginella” finale in duo con Hamilton de Hollanda. Un disco davvero variegato e assolutamente contemporaneo: prima di tutto ascoltatelo senza pregiudizi. (Danilo Di Termini)

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MARISSA NADLER - Strangers

Come per July (2014) la copertina di Strangers è melodrammatica e in bianco e nero; una fedele rappresentazione delle ballate di Miss Nadler che sono melodiose, avvolgenti e curate. Alcune sono esili ed essenziali, altre più gonfie e soniche. La sostanza però è una scrittura solida circondata da arrangiamenti eleganti: pianoforti, archi, organi, elettricità misurata e moderata. La voce di Marissa ondeggia tra il sognante (Hungry Is The Ghost con i suoi riverberi) e il tendente-folk (Shadow Show Diane) e così la musica di questo disco. Strangers abita nello stesso paese di Hope Sandoval e dei Mazzy Star, di Joanna Newsom se non fosse così medievale e fissata con l’arpa, di tante cantantesse che, prima di lei, hanno riletto la canzone tradizionale attraverso lenti indipendenti. Marissa non ha un talento scoppiettante. È brava a modo suo: melodrammatico e bianco e nero. (Marco Sideri)

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BOB DYLAN - Fallen Angels

Cominciamo subito col dire che un altro disco incentrato sul repertorio di Sinatra non è esattamente quello volevamo da Dylan, ma le voci sempre più insistenti sulla dozzina di canzoni incise, sembra, in contemporanea a Shadows In The Night, sono state confermate dall’uscita di  Fallen Angels; al primo ascolto, potrebbe sembrare (e forse è) una raccolta del ‘surplus’ di quelle sessioni,  visto che la tracklist del primo lotto era più compatta, pensata  ed omogenea e anche la copertina più intrigante di questa. Ma come sempre le differenze emergono a poco a poco, come il maggior spazio alle lievi percussioni di George Recile, quasi inudibili nel precedente capitolo ma ben riconoscibili qui, soprattutto in That Old Black Magic,  o l’introduzione occasionale della viola, che Donnie Herron usa  in alternativa alla steel guitar, strumento dominante anche questa volta. Complica un po’  le cose la scelta di alcuni dei brani più lontani dalla voce di Dylan come Skylark, It Had To Be You o Come Rain Or Come Shine, ma tant’è, facendo i migliori auguri di compleanno a Dylan, che compie settantacinque anni in questi giorni, prendiamo per buono anche questo esercizio di stile, sperando vivamente che l’operazione Frank finisca qui, e lo zio Bob riprenda in mano la penna, lo spartito e le cattive abitudini. (Fausto Meirana)

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BILL EVANS - Some Other Time - The Lost Session From The Black Forest

Le cose vanno più o meno così: Bill Evans con il contrabbassista Eddie Gomez e il batterista Jack DeJohnette il 15 giugno 1968 suonano al Montreux Jazz festival (di questo concerto esiste un disco pubblicato dalla Verve); tra il pubblico ci sono Hans Georg Brunner-Schwer e Joachim-Ernst Berendt, due appassionati un po’ particolari. Il primo, l’erede della famiglia che controllava la SABA, ha fondato una sua etichetta, la MPS: denota una certa capacità poiché i sei album incisi tra il 1963 e il con il trio di Oscar Peterson sono impeccabili sotto ogni punto di vista (così come accadrà per la registrazione completa del Clavicembalo ben temperato di Bach con Friedrich Gulda). L’altro è un giornalista, critico e scrittore, autore di un imprescindibile Jazz Book. Insomma, sono lì (beati loro) ascoltano il trio e decidono di portarlo in studio.

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BETH ORTON - Kidsticks

Chi ricordasse il mix efficace di acustico ed elettronico dei precedenti episodi discografici di Beth Orton,  per i quali qualcuno coniò il neologismo ‘folktronica’,   potrebbe avere qualche difficoltà con Kidsticks, disco che coincide con il suo trasferimento a Los Angeles e vede come attori principali la stessa Orton alla voce e alle tastiere e Andrew Hung (Fuck Buttons) che cura un arsenale di  aggeggi elettronici soprattutto percussivi. Il disco è incalzante e asciutto fin dai titoli (solo due contengono più di una parola) e gode della peculiare contrapposizione tra ritmo, elettronica e voce. Più volte le sonorità sintetiche richiamano stagioni e gruppi del passato recente, come il drum and bass dei Portishead, la felice vena cantautorale degli ultimi Everything But The Girl  o persino il pop elettronico più  commerciale e danzabile come in ‘1973’. In ‘Dawnstar’ poi, è riconoscibile la cifra stilistica degli Eurythmics di Annie Lennox e Dave Stewart. Solo nel finale le acque si calmano e il brano che dà il titolo al disco è, in controtendenza, poco più di una lieve ninna nanna per chitarra e percussioni. (Fausto Meirana)

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SANDY DENNY – I’ve Always Kept A Unicorn

La discografia postuma di Sandy Denny è ormai molto più cospicua rispetto a quanto la grande cantante inglese riuscì a pubblicare in vita con Strawbs, Fairport Convention, Fotheringay e come solista. E’ una discografia postuma ma anche parallela,  fatta di demo, versioni alternative, session per la BBC e registrazioni live di brani usciti sugli  LP ufficiali. Il doppio cd I’ve Always Kept A Unicorn propone appena tre tracce mai ascoltate prima su un totale di 40, eppure ha un senso, reso esplicito già dal sottotitolo: The Acoustic Sandy Denny. Con la sua voce forte, calda e al tempo stesso limpida, Sandy avrebbe potuto gestire tranquillamente un album acustico, magari in perfetta solitudine. Non lo fece mai perché amava la vita ‘cameratesca’ all’interno di un gruppo che le consentiva di gestire, anche in studio, le costanti tensioni interiori. Qui abbiamo dunque un’idea di questo disco che mai ci fu e che forse sarebbe stato una svolta per la sua carriera, specie quando questa si arenò nelle secche del pop di consumo a dispetto di brani splendidi come Solo, One Way Donkey Ride o No End. (Antonio Vivaldi)

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LAURA GIBSON - Empire Builder

Dischi come Empire Builder furono (un tempo lontano) la norma; dischi malinconici, personali, americani, tendenzialmente indie, con voci particolari nel senso di dissonanti ma non troppo. Poi c’è stata la grande marea dei recuperi e dei ripescaggi, del futurismo a buon mercato, del non esistono più i generi. E quei dischi là sono passati di (relativa) moda. Ma esistono ancora, ovviamente, e vale la pena dirlo quando sono belli, come questo qui. Belli significa, in sostanza, ben scritti; con canzoni dotate di capo e coda; insieme scontrosi (per qualche dissonanza, qualche sbavatura) e classici. Belli significa, anche, ben interpretati; con personalità e proposito. Laura Gibson centra entrambi i tipi di bello; dieci canzoni che alternano folk e indie rock; parlano di cambiamenti e traslochi; funzionano subito ma non stancano sul lungo. Missione malinconicamente compiuta. (Marco Sideri)

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