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THE BLACK KEYS - Let's Rock

Facile ritorno, quello dei Black Keys, alla formula che li ha portati al successo con il potente uno-due di Attack And Release (2008) e Brothers (2010); il power duo formato da Dan Auerbach e Patrick Carney poi ha svoltato leggermente con i dischi seguenti (El Camino e Turn Blue) verso la psichedelia, con risultati commercialmente ottimi, ma contraddittori sul versante artistico. Aggiungiamo il debole sforzo solistico zuccherato di country  di Auerbach (Waiting On A Song) e si capisce come mai, in Let’s Rock, fin dal titolo si tirano i remi in barca, cercando di orientare la bussola nella direzione giusta. Tra riff ‘grassi’ e ballate che potrebbero ricordare dei Creedence Clearwater Revival aggiornati, il disco si fa ascoltare con grande piacere, specie se stiamo guidando verso le vacanze, ma la proposta dei Black Keys comincia a sapere di vecchio e la cosa più elettrizzante, alla fine, è il brivido che dà la copertina... (Fausto Meirana)

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CAROLE KING - Live At Montreux 1973

Nel giugno del 1973 Carole King pubblica il suo quinto album, “Fantasy”: è oramai una vera e propria star nel firmamento della musica pop; con i precedenti dischi, “Tapestry” su tutti, ha venduto milioni di copie. In Europa non ha mai suonato dal vivo se si esclude uno special di una trentina di minuti per BBC Four nel 1971 (c’è anche James Taylor, lo potete vedere qui: www.youtube.com/watch?v=GqAgSTV56a0); ma due anni dopo, il 15 luglio, sale sul palco del Jazz Festival di Montreux e inizia a ripercorrere il suo disco più famoso: “Feel The Earth Move”, “Smackwater Jack”, “Home Again”, “Beautiful”, sono tutte rilette per pianoforte e voce. Dal passato, dal suo lavoro di autrice di canzoni iniziato nel 1958 con il marito Gerry Goffin [insieme nel celebre Brill Building, il palazzo in cui nasceva la musica americana negli anni ‘50 e ‘60, hanno scritto brani come "Loco-Motion" e (You Make Me Feel Like A) Natural Woman)], arriva “Up on the Roof”, portata al successo dai Drifters, e qui riproposta ancora in solitudine; ancora due brani da “Tapestry”, “It’s Too Late” e “Fantasy Beginning” e tocca al nuovo disco, riproposto quasi interamente con il gruppo con cui è stato inciso, in cui spiccano il batterista Harvey Mason, il sax di Tom Scott e la chitarra di David T. Walker. King non è cantante virtuosa, la sua estensione è limitata e anche la sua tecnica non è certo esemplare; ma come la collega Laura Nyro ha un’intensa capacità emotiva cui è impossibile sottrarsi. Anche i brani di “Fantasy”, meno conosciuti, riescono a coinvolgere il pubblico, come la trascinante “Corazon”, per arrivare al tripudio finale con le celeberrime “You’ve Got a Friend” e (You Make Me Feel Like A) Natural Woman”. Indispensabile ai fan, ma piacevole anche per i profani, si può vedere in versione DVD, ascoltarlo in CD o in vinile, con incisione più che dignitosa. (Danilo Di Termini)

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DAVE DOUGLAS - Devotion

Trio inedito per Dave Douglas che, oltre all’amico di vecchia data Uri Caine (con cui ha condiviso anche un disco in duo), arruola il gigantesco batterista Andrew Cyrille, anziano sodale di Cecil Taylor. Il progetto affonda le sue radici in un inno sacro del 1818 di Alexander Johnson: è proprio questo brano a chiudere un album, cui dà anche il titolo, interamente dedicato a omaggiare - con devozione - i ‘buoni maestri’. C’è Franco D’Andrea in “D’Andrea” e “Francis of Anthony”, Carla Bley in “Miljøsang” e “False Allegiances”, rispettivamente un brano incalzante e una sorta di tango da bordello; c’è Mary Lou Williams in “Prefontaine” e “Rose and Thorn”, Dizzy Gillespie in “ We Pray”; e in “Pacific”, destinato a Aine Nakamura affiora anche Duke Ellington con la prolungata citazione di “In a sentimental mood”. Menzione particolare al gioco sempre attento e puntuale, ma anche geniale e improvviso di Cyrille, per una collaborazione davvero riuscita. (Danilo Di Termini)

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RORY GALLAGHER - Blues

Nella montagna di riedizioni, box stipati di remix più o meno significativi, dischi in origine singoli che diventano mostruose iperfetazioni da cinque, aver notizia che esce un triplo cd di Rory Gallagher è una bella boccata d’ossigeno. Il chitarrista irlandese che maneggiava la slide come un consumato bluesman del Delta trasferitosi a Chicago, il rocker che grondava a ogni concerto litri di sudore misto a whisky all’alba del 2019 non è nel pantheon degli intoccabili del rock. Eppure Jimi Hendrix, a domanda diretta se lui fosse il miglior chitarrista del pianeta rispose beffardo: “Andatelo a chiedere a Rory Gallagher”. Fu in predicato per sostituire Mick Taylor negli Stones, Ritchie Blackmore nei Deep Purple, per fortuna non accettò nessuna di quelle proposte, e andò avanti a modo suo, in direzione, per dirla con Faber, “ostinata e contraria”. Un cuore generoso grande così, un suono che Brian May dei Queen ha ammesso di aver studiato nei dettagli, una forza della natura intrisa di cultura del rock, del blues, e di quant’altre spore della grande famiglia afroamericana vogliate includere. Non fece in tempo a vedere i suoi cinquant’anni, Gallagher, con un fegato trapiantato e tante note ancora da accarezzare con la sua ruvida Fender Sunburst che ora è incastonata in un angolo della sua cittadina irlandese, Ballyshannon. Blues raccoglie rare tracce elettriche nel primo cd, acustiche nel secondo, e memorabili sprazzi dal vivo nel terzo. Ascoltato di fila, ti fa venir voglia di archiviare il novanta percento delle produzioni dei supposti maghi della sei corde contemporanei. Perché maneggiare fotocopie esangui di Harry Potter, se qui c’è un libro prezioso di veri incantesimi blues rock? (Guido Festinese)

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RICKIE LEE JONES - Kicks

Persa di vista più volte, Rickie Lee Jones, dopo i successi degli inizi (il disco omonimo, Pirates) ha prodotto successivamente  dischi di vario spessore, senza centrare più dischi memorabili. Molti sono interamente composti di cover e Kicks è uno di questi, il quarto della serie. Come come sempre la scelta dei brani proposti è molto varia: si va dalla My Father’s Gun di Elton John ai  Bad Company (il brano omonimo in una versione curiosa ma efficace) fino alla coppia Brecht-Weill (una Mack The Knife di cui non si sentiva molto il bisogno, per la verità). È un disco comunque molto piacevole che ci riserva anche alcune sorprese come Houston, il brano di Lee Hazlewood cantato, tra gli altri,  anche da Dean Martin, e l’inserimento di un popolarissimo brano degli America, la malinconica Lonely People, che sembra funzionare come singolo introduttivo dell'album. (Fausto Meirana)

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BILL CALLAHAN - Shepherd In A Sheepskin Vest

Sono passati sei anni da Dream River, e di Bill Callahan poche notizie, praticamente solo il bel  Live At Third Man dello scorso dicembre. Ben altre notizie sul fronte privato: una moglie, Hanly Banks e un figlio, Bass. Inevitabilmente la vita scorre poi nell'arte, e molti dei brani di Sheepskin In A Sheepskin Vest coinvolgono situazioni legate alla famiglia e all'apparente, nuova, stabilità. Ci sono anche brani sulle perdite, visto che Callahan ha perso di recente la madre. In ogni caso il denso contenuto dei testi non sembra quasi mai pessimista, qualche piccolo segno dubbioso lo si trova solo  nella cover di Lonesome Valley e nello stridente ultimo brano del disco The Beast. Voce sempre in primo piano, profonda come sempre e arrangiamenti sostanzialmente acustici che la valorizzano. Probabile disco dell'anno, comunque. (Fausto Meirana)

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BOB DYLAN - The Rolling Thunder Revue - The 1975 Live Recordings

Uscito in contemporanea con l'omonimo  film di Martin Scorsese ''The Rolling Thunder Revue" (da vedere assolutamente) il cofanetto in esame raccoglie in quattordici CD le testimonianze dello spettacolare circo della Revue, così divisi: dieci CD che raccolgono cinque concerti registrati professionalmente; tre CD di prove (monofoniche ma molto buone) e un CD "bonus" di esecuzioni rare ( e di qualità alterna). Tutti i documenti sono relativi ai concerti del 1975, poiché la tournée del 1976 ebbe scarsa fortuna. Ad un primo ascolto si resta impressionati proprio dalle prove, piene di brani in evoluzione,  in rilettura o inaspettate cover. Concentrandosi meglio, magari con l'aiuto delle immagini del documentario, la grande potenza dell'ampia band (con Roger McGuinn, Mick Ronson, Joan Baez e molti altri) si svela nei concerti, e lì lo stesso Dylan è inarrestabile nel trasfigurare i brani con una grinta senza precedenti.

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MASSIMO DI VIA - Il respiro del mio cane

Un album dalle tematiche che fanno riflettere, servite su un tappeto musicale, spesso di potenza inusuale, talvolta invece di raffinata acustica flemma; un lavoro che non appartiene ai nostri tempi, o perlomeno non appartiene alla (voluta) degradante tendenza modaiola smerciata senza pietà. Chi ha idee interessanti deve autoprodursi perché il "sistema" odierno, ancorato al banale, non ne prevede la diffusione; uno di questi che "hanno idee" è Massimo di Via che coglie il bersaglio pieno con il suo terzo cd. In bilico fra denuncia sociale e sincero "outing" sulla sua condizione bipolare, che condizionerà inevitabilmente lo sviluppo dell'album, Massimo riesce a costruire un credibile "concept" che decolla da un letto in un reparto psichiatrico, rilegge un passato fatto di soprusi, ma di altrettanta fiera opposizione, ed atterra nel luogo natio a ritrovare sicure origini e possibili risposte.

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CALEXICO AND IRON & WINE - Years To Burn

Quattordici anni dopo In The Reins, ecco la nuova collaborazione tra i Calexico e Iron&Wine; sia gli uni che l’altro  vengono da due dischi recenti piuttosto riusciti (meglio però Beast Epic, ultimo sforzo del barbuto cantautore, che The Thread That Keeps Us, disco di transizione per i Calexico). Ancora una volta fa la parte del leone Sam Beam, gestore unico del nome Iron&Wine; scrive quasi tutti brani e infonde il suo stile all'intero progetto. Va detto però che il gruppo di Joey Burns e John Convertino si trova parecchio a proprio agio a fare la backing band, con un dosaggio del gusto sempre perfetto e saporito. Years To Burn è un disco ancora una volta piacevole, senza guizzi particolari, se non la mini trilogia di The Bitter Suite, dove la mistura dei due artisti funziona meglio, lasciando aperte le porte verso qualcosa i più stimolante. (Fausto Meirana)

Top ten del mese

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