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PAOLO BONFANTI - Back Home Alive

Home, per chi suona musica di testa e di cuore da  una vita ed è, come si dice a Genova e lui stesso ha raccontato in una canzone, “di lungo in giro” , è una parola preziosa e a doppio taglio . Può significare una casa interiore e una fisica assieme. Quella fisica, per Paolo Bonfanti, è il punto dove ha scelto di vivere, a Casale  Monferrato, dalla originaria Windy Town con Lanterna. Un gran bel posto, finito nelle cronache sbagliate per la solita rabbiosa indifferenza di chi manovra soldi e destini infischiandosene della  salute della gente. La “home” interiore, per un musicista come Bonfanti, è quella magnifica, cangiante terra di nessuno che mette assieme una conoscenza enciclopedica di diverse forme di “popular music” afroamericane, da tutte sapendo scegliere la nota giusta, e intensità emotiva che trasforma anche una serata routinaria in uno scintillio prezioso di ricordi. “Di nuovo a casa, dal vivo” registra dunque una serata da tutto esaurito per Bonfa e la sua band al Teatro Municipale, 28 febbraio del 2015. Ospite Fabio Treves con baffi e armonica, sul palco la sua band “roots rock” fatta di musicisti col piede sull’acceleratore della vita: Roberto Bongianino alla fisarmonica, Nicola Bruno al basso, Alessandro Pelle alla batteria. Chi c’è stato può raccontarvi di una serata lunga, palpitante, emozionante ed emozionata. In epitome qui su disco. Dove il Mancino ha tirato fuori dagli armadi vecchie canzoni gloriose e un po’ dimenticate, a volte da archeologia personale ( Route One)  e cose più recenti. Ballate e sciabolate elettriche, blues e midtempo e classici rock riscoperti con piacere: ad esempio l’iniziale The Seeker, pregiata ditta Pete Townsend, o la conclusiva Franklin’s Tower, dalla penna di Jerry Garcia: lui se n’è andato da vent’anni, i Grateful Dead festeggiano mezzo secolo di musica, Paolo se n’è ricordato. Da par suo. (Guido Festinese)

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RICKIE LEE JONES - The Other Side Of Desire

Un tempo era la bionda e sfrontata bellezza che accompagnava Tom Waits nelle sue scorribande notturne. Poi divenne una cantautrice di grande e riconosciuto talento. Infine, dieci anni di totale oblio discografico. Rickie Lee Jones abbandona Los Angeles e cerca nuovi stimoli esistenziali e creativi trasferendosi a New Orleans Nella splendida e martoriata città del jazz, Rickie Lee torna in sala di registrazione, con risultati eccellenti. The Other Side of Desire dimostra che l’artista californiana ha saputo recuperare la verve creativa di un tempo. Le undici ballate dell’album scorrono con accattivante intensità, tra raffinati arrangiamenti folk-jazz e sonorità di scarna e inquieta bellezza. Il singolo Jimmy Choos, Blinded by The Hurt e Juliette sono l’omaggio ad una voce piena di ruvida dolcezza. (Ida Tiberio)

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SLIM HARPO – Buzzin’ The Blues

Paranoie ed eruzioni cutanee estive? Aumenti di peso ingiustificati? La cura è una dose inevitabilmente massiccia di Slim Harpo (1924-1970), nome d'arte di Eddie Moore, di cui è appena uscito un box quintuplo formato LP intitolato Buzzin' the Blues pubblicato dalla mitica Bear Family tedesca. Il materiale sonoro comprende tutte le sue registrazioni più un disco live con inediti impreziosito da un libro cartonato, antipasto del saggio Slim Harpo and the Baton Rouge Blues di Martin Hawkins, la cui uscita è prevista l'anno prossimo per Louisiana State University Press. Oltre ai classici "I'm A King Bee", "I Got Love If You Want It" e "Baby Scratch My Back", si apprezzano l'incedere pigro e paludoso della Louisiana di "Dream Girl", il blues straziante e intenso di "Harpo's Blues" e il ritmo contagioso di "I'm Your Breadmaker, Baby". Guariti. Buona estate. (Luigi Monge)

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RADIODERVISH - Café Jerusalem

La celebrazione di una città come Gerusalemme, città santa, ma difficile per l’incrociarsi di religioni e di conflitti è alla base del progetto Café Jerusalem, scritto per il teatro da Paola Caridi con le musiche del gruppo pugliese dei Radiodervish formato dal palestinese Nabil Ben Salameh e da Michele Lobaccaro; il gruppo è sulla scena da quasi   vent’anni, considerando che il secondo disco degli Al Darawish, dai quali il gruppo deriva, già si chiamava ‘Radio Dervish’(1996), attraversando fasi alterne, con dischi virati verso un pop raffinato ma un po’ algido come ‘L’ immagine di te’ o ‘Humans’ alternati a colonne sonore e album decisamente sbilanciati verso la musica del versante mediorientale del mediterraneo come ‘Lingua contro Lingua’. In ‘Café Jerusalem’ viene ovviamente utilizzato quest’ultimo registro, partendo dalla storia di una donna araba, Nura, che s’intreccia con la vita quotidiana della città; amori impossibili, canzoni e passioni nel crogiuolo multietnico dei bazar. Come al solito bellissime le melodie e la voce flautata di Nabil, ariosi gli arrangiamenti e, su tutto, l’oud e le altre corde maneggiate con sapienza e gusto da Adolfo La Volpe. (Fausto Meirana)

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HUGO RACE & THE TRUE SPIRIT - Hugo Race & The True Spirit

Estetica che vince non si cambia, verrebbe voglia di dire. Che poi sia davvero “vincente” , nel mondo della popular music, la miscela che da sempre propone Hugo Race quando rimette in pista la sua creatura prediletta, i True Spirit - quando non fa parte della magnifica tribù interetnica Dirtmusic - è faccenda controversa. Notoriamente il Nostro predilige una sorta di trance blues scuro e maledetto, scandito su tempi da ballad noir: come mettere assieme le tenebre più problematiche di Nick Cave con le colte lamentazioni a denti stretti del signor Cohen. Certo, è musica che ha un sovraccarico di fascino immediato, nell'essere sempre sul punto di esplondere senza esplodere mai, nell'accarezzare ferite mal rimarginate e dubbi sulla vita grossi come palazzi. Questo è il primo disco dopo sette anni. Punto e a capo, palla al centro: ci si torna a muovere nell'oscurità con spire da serpente. (Guido Festinese)

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FFS - FFS

Cronopremessa: 67 e 70 sono gli anni dei fratelli Mael, meglio noti come Sparks che sul suolo italico mai ebbero la gloria riconosciuta che gli appartiene per diritto. I Franz Ferdinand son dei giovanotti, ma questo si sa. Che a mio figlio 14enne piacciano più gli Sparks è felice punta d'orgoglio... Accade quindi che le due band uniscano le forze e, sotto la poco felice egida di FFS (almeno per i richiami ferroviari), realizzino il loro miglior lavoro da anni (e vale per tutti e due i gruppi). Le 12 canzoni che compongono il lavoro (16 nella delac) trasportano piacevolmente in un viaggio tra LA e Glasgow dove i calambours di Ron Mael e le suggestioni wave di Kapranos celebrano un sublime matrimonio pop. Tanti sono i richiami al passato, specie quello più tipicamente glam degli Sparks, quante sono le aperture "moderne" con un uso birichino dell'elettronica, ma non si può stare fermi quando ”Police Encounters” prende possesso delle orecchie oppure quando “Collaborations don't works” smonta il giocattolo, con satira, del connubio stesso. Credo rimarrà oggetto unico nella storia di entrambi i musici e questo è un piccolo peccato. (Marcello Valeri)

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ALGIERS - Algiers

I dischi d’esordio sono bestie strane; un tempo erano sfogo incensurato dell’ispirazione (prima che successo, droghe e denaro cambiassero le carte in tavola). Oggi successo, droghe e denaro sono assai più rari in musica; e i dischi d’esordio sono spesso la prima e ultima stazione per i musicisti. E poi sono moltissimi, i dischi d’esordio (farli costa relativamente poco); poche le carriere durature. Lunga premessa per dire che Algiers degli Algiers è un esordio meraviglioso, cui si augura di figliare a lungo e prosperamente. Non prende in prestito di peso idee dal passato, ma ne contamina di diverse (nella specie, il gospel e l’elettronica post-punk, strani compagni di letto) con soluzioni piacevolmente nuove. Lo fa con attenzione tanto all’atmosfera (scura, coerente e costante lungo le tracce) che alla scrittura (buona e vecchio stile, tra gospel e blues). (Marco Sideri)

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BUILT TO SPILL - Untethered Moon

Untethered Moon non è un ritorno fragoroso, nonostante i Built To Spill siano stati fermi per oltre 6 anni (da There Is No Enemy del 2009). È un ritorno solido; un ritorno coerente; un ritorno prevedibile (nella sostanza). Un ritorno, insomma, in cui i BtS di Doug Martsch fanno la loro cosa che consiste in: rock indipendente, elettrico, melodioso, espanso, come una versione anni ’90 di Neil Young. Ci sono parentesi elettriche, ballate melodiche, la voce acuta di DM che si aggira per gli accordo, assoli sinuosi e ritornelli pop. Non manca quasi niente eppure UM suona saputo, è quasi un riassunto dei Built To Spill passati (non tutti, diciamo da metà carriera in poi) cui manca l’effetto sorpresa e l’ispirazione killer; il primo pezzo si intitola perfino “All Our Songs” e, guarda un po’, suona come tutte le canzoni dei Built To Spill arrotolate insieme. Per fan e neofiti che vogliono entrare. (Marco Sideri)

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BILL FAY - Who Is The Sender?

Dopo quarant'anni di silenzio e oblio dal secondo (fino a quel momento) disco in studio ("Time Of The Last Persecution", 1971), un po' come poco prima era accaduto con la splendida Vashti Bunyan, il londinese Bill Fay pubblicava nel già lontano 2012 un album misterioso, spirituale, malinconico e al contempo rigenerativo ("Life Is People"). Un lavoro, la cui delicata dimensione innodiale, giusto un tre anni orsono, aveva sorpreso favorevolmente appassionati e addetti ai lavori. Con un "Who Is The Sender?" (forse un po' meno convincente, spontaneo, ma ugualmente interessante) Fay non si allontana di molto da quel registro diafano, dolente e al contempo catartico, taumaturgicamente antemico, a tratti "salmodico", continuando a riflettere, probabilmente da buon ultra settantenne, e come in un confidenziale dialogo con una sorta di Dio natura, come lo chiamava Spinoza, sul mondo (si ascolti la sinfonica "World Of Life"), lo scorrere del tempo, la sua non così lontana scadenza (almeno nel suo caso), il bisogno di una comunione con il creato; e non rinunciando alla critica sociale, al tema della pace e della ferma opposizione alla guerra, come in "War Machine" e in "Order Of The Day", nella quale viene ripetuto continuamente come una specie di mantra il verso "We Gonna Change This World". Al centro di tutte queste meditazioni e peregrinazioni spirituali un posto speciale è riservato alla musica ("There's a melody at the heart of me" si recita in "How Little"), nel Fay odierno vero e proprio gentile connubio tra folk, rock, digressioni accademico sinfoniche o cameristiche e timide armonie gospel, e soprattutto vissuta e considerata come un vero e proprio dono. Ma se è così, chi ne è mai il mittente ("Who Is The Sender?")? "Vorrei dirgli grazie". (Marco Maiocco)

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