bjornPartiamo dai fondamentali. Per parlare di dischi dell'anno è necessario, prima, mettersi d'accordo su un punto: di quale anno parliamo? Tecnicamente il 2014, OK, basta il calendario per confermare. Se guardiamo la musica, però, il discorso cambia. Che dire, infatti, degli scomposti entusiasmi per il nuovo-disco-dei-Pink-Floyd-pare-l'ultimo, (dichiaratamente) un rimescolamento di tracce strumentali delle session di The Division Bell (1994) che già al primo giro non era un capolavoro? O che dire del fatto che con ogni probabilità il disco più venduto dell'anno sarà dei Led Zeppelin? Dell'ennesimo cofanetto dei Beatles? O dei polverosi recuperi blues? O del disco di Natale di M Biondi?

Il nuovo non avanza. Ma c'è ovviamente. Solo che è, un po', atomizzato; diviso in piccole tribù, sperduti culti e comunità laterali. Fatica, insomma, a unire le masse (relative, ovviamente) che un tempo, a prescindere dai gusti personali, si riconoscevano, ogni anno, in qualche disco o suono sorprendente o nuovo.

Torniamo ai fondamentali: chisseneimporta, in fondo, di che anno è. Per votare i propri dischi e, quindi, decidere qual è il nostro disco dell'anno, non serve mettersi d'accordo su nulla.

Serve averli ascoltati, i dischi, nel 2014. E serve inviare la propria classifica a Disco Club, via e-mail a questo indirizzo Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. o, più facilmente, via facebook sul gruppo Disco Club o sulla pagina Discoclub.

Alla fine si fanno i conti e, tempo di finire e proclamare un vincitore, un altro anno comincia.

Non sono solo i Led Zeppelin e i Beatles a unire il 2014, il 1965, e tutti gli anni successivi. È pure Disco Club, e la gente che si aggira tra gli scaffali. Ossia, in breve, noi, quelli delle classifiche del disco dell'anno. Tutto torna.

Grazie e a presto

La Redazione

michelSi scrive di musica sostanzialmente per tre motivi: per guadagnarsi da vivere (bravi quelli che ci riescono, disprezzati e diffamati dalle due restanti categorie); per passare il tempo (trattasi di situazione transitoria verso una delle altre due, perché dopo un po' o si guadagna o si scopre che c'è di meglio da fare); e infine perché si è fondamentalmente convinti (l'avverbio non è scelto a caso, abbiamo a che fare in questo caso con fondamentalisti integralisti, anche se non islamici, almeno nel mondo occidentale) di essere gli unici a capirci qualcosa.
Quest'ultima categoria è la più interessante dal punto di vista antropologico in virtù del fatto che, come detto, la seconda si dissolve nelle restanti e la prima è solo una variazione di qualunque altro mestiere in cui il salario non coincide con il lavoro svolto (ad esempio i parrucchieri per signora, i custodi dei musei pubblici, i coristi dei teatri lirici). L'attività del critico fondamentalista si manifesta nei confronti del prodotto musicale (da qui in avanti 'disco') prevalentemente in due direzioni: stroncare senza pietà il disco, meglio se di successo o se autorevolmente recensito da un critico salariato; esaltare iperbolicamente il disco, meglio se sconosciuto ai più, critici salariati compresi. Studieremo più a fondo prossimamente quali pericolosi intrecci possano realizzarsi dall'intersezione di queste due sole linee direttrici; per adesso limitiamoci a considerare il caso in cui al critico fondamentalista venga recapitato da un amico (amico non per frequentazione musicale, perché il fondamentalista rifugge ogni contatto con i soggetti dei suoi studi) un disco, ad esempio di un quartetto jazz. Che te ne pare gli chiede il simpatico drummer? Il disco è dedicato a un noto musicista francese, scomparso da qualche anno, un pianista che ovviamente il nostro ben conosce. Dopo un paio di ascolti coscienziosi il verdetto è lapidario, benché ammantato di diplomazia: siete tutti e quattro bravissimi, ma sai, io non sono un fan del trombettitsta (il più conosciuto del gruppo, niente di che, ma tanto basta a renderlo nocivo) e mi sembra un disco così leggero... L'amico sinceramente ringrazia, salvo rifarsi vivo qualche settimana dopo, felice, per la notizia che il disco è entrato nella Top jazz dei più venduti. Negli Stati Uniti. Poi una mattina una mail dalla casa distributrice segnala l'ingresso nella Top 30 vicino a Chick Corea e Wayne Shorter. Il critico è combattuto: cambiare immediatamente opinione, in tutta fretta scrivere una recensione per il sito (da dove lancia strali indisturbato), inneggiando al prodotto italiano e ribadendo la sua antica amicizia con i protagonisti o arroccarsi sulla sua posizione segnalando l'inevitabile ascesa in classifica di un prodotto commerciale e quindi ripugnante?
Nel dubbio segnalo il disco "Michel On Air - omaggio a Michel Petrucciani" di Fabrizio Bosso, Alessandro Collina, Marc Peillon e Rodolfo Cervetto. Per Natale un'ottima idea regalo, ma non ditelo a mio cugino. (Danilo Di Termini)

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FEDERICO SIRIANNI – L’Uomo Equilibrista – libro + CD (Miraggi Editore 2014)

Questo di Federico Sirianni non è, purtroppo, un nuovo disco, e per la verità  non è neppure un disco ma un libro. Dentro, però un disco c’è,  anche se rientra nella categoria delle antologie. Una raccolta, quando la discografia completa comprende solo tre dischi in dodici anni (escluso il bootleg natalizio dello scorso anno) si giustifica come compendio al libro e, comunque, per la presenza di un inedito dallo stesso titolo (o viceversa). Inoltre le canzoni sono tutte riregistrate per l'occasione, quindi piuttosto diverse e scarne. Ma se è piacevole risentire ancora una volta le belle canzoni di Federico, è dal libro che scaturisce un autoritratto sincero, sorprendente anche un po' autocritico, con belle parole, spesso amare, per la nostra città e altre, forse più serene, per l'altra sua città, Torino, che magari lo ha trattato meglio. Tra confessioni, ricordi e promesse (mai un altro libro...) si tratta di una lettura molto piacevole,  soprattutto per chi lo ha seguito nel suo percorso artistico vagabondando, con lui, nei vari locali, alcuni dei quali si guadagnano la citazione tra le pagine, siano adesso ancora aperti o consegnati al capiente limbo dei posti perduti. (Fausto Meirana)

 

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ADRIAN CROWLEY – Some Blue Morning

Di Adrian Crowley, da Dublino,  ci siamo persi qualcosa, visto che questo è il settimo disco del cantautore irlandese; la sua profonda voce baritonale,  supportata in gran parte da strumenti acustici e dagli archi di un piccolo ensemble, crea dense atmosfere, a volte gotiche alla Paul Roland, come in The Magpie Song, a volte più marcatamente folkloriche come nello splendido racconto The Wild Boar, dove il parlato evoca la grande tradizione orale irlandese, mentre in Hungry Grass l’eco di Love Will Tear Us Apart aleggia forse un po’ troppo nell’atmosfera oscura del brano. Dato il timbro vocale, Crowley, si confronta con  il rischio di facili paragoni ( Bill Callahan, Leonard Cohen, Tindersticks) , ma il disco non è assolutamente derivativo e di grande impatto, anche se richiede una buona attenzioni ai curatissimi testi d’impianto letterario per goderne del tutto la complessità. (Fausto Meirana)

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FRANCESCO DE GREGORI - Vivavoce

De Gregori rivede, reinterpreta, e in modo singolarmente cantabile (rispetto al suo solito), e quindi estremamente piacevole (ma senza nessun "ammiccamento" o quasi), una serie di suoi piccoli o grandi capolavori: un ascolto che consigliamo. Dice il "romanaccio" che voleva farsi un regalo e soprattutto ridare vita (in questo presente e per questo difficile presente) alle sue note e alle sue parole, soprattutto a beneficio dei più giovani, che oggi ascoltano le sue canzoni, magari su suggerimento dei genitori, ma (appunto) considerandole di ieri o "storie di ieri". In questo paese in affondamento rapido, sempre più "Titanic" in mezzo a marosi oceanici (o politico economici) incontrollabili (altro che iceberg!), o semplicemente in piena autodistruzione (e in effetti propendiamo per questa seconda ipotesi), riascoltare "Viva L'Italia" e "La Storia", in versioni splendide (per altro), forse le più belle di sempre, o comunque di molto "rinfrescate", può essere d'aiuto. Un "esercizio" corroborante, che potrebbe indurre a non lasciarsi andare al generale si salvi chi può. Ci limitiamo a dire solo questo, senza aggiungere altro, restando poi da capire come sia possibile che il signor Ligabue abbia potuto permettersi di cantare "Alice", forse l'unico vero neo dell'intera operazione. (Marco Maiocco)

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DAMIEN RICE  - My Favourite Faded Fantasy

‘My Favourite Faded Fantasy’,  il ‘difficile terzo album’ di Damien Rice, si presenta con un ardito falsetto, nel brano omonimo, terminando nel dolce  sussurrato di ‘Long Long Way’, che sembra evocare il lungo periodo intercorso tra ‘9’, che usciva nel 2006, e questo attesissimo ritorno. Non è cambiato molto nella musica dell’irlandese, tranne in  qualche sapiente  tocco del produttore Rick Rubin (un vero e proprio rianimatore di carriere) che costruisce arrangiamenti solidi,  ma comunque consoni all’usuale cifra di Rice, con   l’orchestra che vibra all’unisono con la voce dolente del cantautore o  con accompagnamenti minimali addizionati di piccoli, veramente piccoli, aggiustamenti elettronici. I testi, come d’abitudine, convergono su di un unico tema, l’amore, con tutte le sue passioni e delusioni, probabilmente  sperimentate in prima persona. Otto anni sono lunghi da passare, come dice, più o meno,  la canzone, ma se è il prezzo da pagare per una manciata di brani di questo spessore, ne è valsa certo  la pena. (Fausto Meirana)

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VARIOUS ARTISTS -  Lost On The River: The New Basement Tapes

È possibile replicare la magia in provetta? La risposta dovrebbe essere: boh. In musica pende verso il no. Vediamo il caso dei Nuovi Basement Tapes: la magia è uno degli incidenti più discussi della musica americana, Bob Dylan e la Band, chiusi in un seminterrato, a Woodstock, che giocano con la tradizione e l’ispirazione per evocare quella che G Marcus chiamerà la “Vecchia, strana America”; la provetta è questo disco. Dove Elvis Costello e altri nuovi tradizionalisti mettono mano a testi inediti del Dylan di quei tempi là, sotto la guida di T Bone Burnett. Fortunatamente, i novelli interpreti non cercano di emulare Bob & C. ma, piuttosto, vestono le parole con la propria musica (folk rock con slanci soul e buone dosi di banjo). E così un incidente rivoluzionario diventa un disco comodo e melodioso. Sic transit. (Marco Sideri) 

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ROBERT WYATT - Different  Every Time

Ci sono musicisti che, spinti da una sorta di bulimia produttiva, inondano il mercato con decine di produzioni. Sparano nel mucchio, in pratica, sperando di cogliere qualche bersaglio grosso. A volte ci riescono. Ce ne sono altri che sembrano distillare le proprie creazioni, centellinando occasioni ed uscite. Poi però va a finire che, nella conta degli anni e dei decenni, anche i distillatori di note hanno lasciato attorno a sé tracce consistenti. Tutte utili, però. A volte utili e indispensabili. Altre ancora indispensabili e radiose. Come quelle dell'Angelo Rosso in catene sulla sua sedia a rotelle Robert Wyatt. Che è anziano e acciaccato, come la sua dolcissima compagna di sempre Alfreda Benge. Non va più sui palchi, ma quando fa uscire qualcosa è bene precipitarsi a procurarselo. Pena mancanza di iniezioni proteiche che possono continuare a confortare esistenze agre. Questo doppio è l’ultima idea del patafisico signor Wyatt. Un lavoro in cui ha raccolto in un primo cd quanto secondo lui andava antologicizzato a suo nome: dai Soft Machine a oggi. Nel secondo propone una serie di collaborazioni davvero a trecentosessanta gradi (da Cristina Donà a John Cage, da Bjork a Phil Manzanera) da rimanere con la mandibola pendula. C'è tutto? Assolutamente no. C'è abbastanza? Decisamente. (Guido Festinese)

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NEIL YOUNG - Storytone

Neil Young, instancabile e iperattivo come al solito, torna con una nuova piacevole manciata di canzoni originali (registrate dal vivo in studio), dopo la "bislacca" parentesi di "A Letter Home", risalente a solo qualche mese fa. L'utilizzo di un'ampia orchestra sinfonica (non nuovissimo nella vicenda del rocker canadese, ma neppure così frequente, anzi), compresa di coro, dai modi delicati, non roboanti, ma non melliflui o eccessivamente "barocchi", oltre che di una big band (si ascolti il divertito esperimento di "Say Hallo To Chicago": lo sfizio di provare a cantare anche uno swing, senza prendersi troppo sul serio), sembra essere la novità principale. Dieci canzoni, che, per i nostalgici delle "vecchie formule", sono interpretate, nella versione deluxe, anche in chiave più o meno acustica in solo dallo stesso Young (alle corde, anche smorzatamente elettriche, o al pianoforte).

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