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Disco dell'anno 2019

Ecco la classifica finale. Fosse stata in palio la Coppa Rimet, Nick Cave se la sarebbe aggiudicata definitivamente, terzo successo per lui:
1 Nick Cave And The Bad Seeds – Ghosteen 168
2 Purple Mountains - Purple Mountains 111
3 Neil Young & Crazy Horse - Colorado 104
4 Bill Callahan - Shepherd In A Sheepskin Vest 79
5 The Claypool Lennon Delirium - South of Reality 78
6 FONTAINES DC - DOGREL 72
7 The Dream Syndicate – These Times 67
8 Opeth - In Cauda Venenum 60
9 Tool - Fear Inoculum 54
10 The National - I am easy to find 52

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LA RIVE GAUCHE - One!

Come il quartiere da cui prende il nome – in cui storicamente si ritrovavano gli intellettuali, gli artisti, gli studenti della vicina università della Sorbona e i musicisti jazz nei club che un tempo affollavano la zona – la musica di questo italianissimo gruppo è una commistione di elementi di origini diverse, sotto l’egida condivisa del jazz. C’è la Francia ovviamente (“Musette da viaggio. Long time ago” e “Bebe” di Hermeto Pascoal in una versione dichiaratamente ispirata da quella di Richard Galliano); c’è il jazz-rock dei Weather Report, e anche quello degli Steps Ahead; e c’è il Sudamerica di “Minha Sambinha” e di “Argentina”. Ma soprattutto si apprezza una non consueta capacita compositiva (otto i brani originali a firma di Luca Cresta: menzione per l’irresistibile “Anubi”) sommata alla tecnica impeccabile di un quartetto formato, oltre che dal leader al pianoforte e alle tastiere, da Fabio Lanzi (sax tenore e soprano), Roberto Costa (basso elettrico) e Massimo Grecchi (batteria), con l’aggiunta (centratissima) di Giovanni Acquilino al flauto. Solare, luminosa, leggera (nel senso più positivo e calviniano del termine), con “Direttore” la musica di La Rive Gauche acquista toni più dolenti e riflessivi e ci conduce alle uniche due ‘cover’ dell’album, la citata “Babe” e la convincente rilettura di “Tell me a bedtime story“, titolo proveniente dal primo album più esplicitamente funk di Herbie Hancock nel 1970 (poi ripresa anche qualche anno dopo da Quincy Jones). Se forse non avrebbe guastato un pizzico di spregiudicatezza jazzistica in più, la seducente essenzialità di “One” ne fa uno dei dischi di jazz italiano più interessanti del 2019. (Danilo Di Termini)

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BONNIE PRINCE BILLY - I Made A Place

Ad appena qualche mese da We Are Inhuman (progetto elettronico condiviso con Bryce Dessner dei National e con l’ensemble classico  Eighth Blackbird) e solo ad un anno di distanza da Songs Of Love And Horror (firmato Oldham…) esce il nuovo disco di Bonnie Prince Billy;  è il primo con canzoni nuove da un bel po’ di anni, precisamente da Wolfroy Goes To Town, che risale al 2011. I Made A Place ritiene qualche aroma del tributo a Merle Haggard di pochi anni fa, Best Troubadour,  riusando i ritmi e le dinamiche del country in alcuni dei pezzi; altrove si ascoltano stilemi e sapori del folk americano, come la melodia di Satisfied Mind, molto riconoscibile in Nothing Is Busted, o fraseggi  dylaniani, come nella bella ed intensa The Glow pt.3. Molto belli e discreti gli arrangiamenti di fiati, una recente caratteristica dei dischi di Oldham; il merito va al sassofonista Jacob Duncan, musicista senza confini che ha lavorato anche con Aretha Franklin, Norah Jones e i  Violent Femmes. Preziosa collaborazione del duo Joan Shelley, voce e Nathan Salsburg, chitarra. (Fausto Meirana)

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LANKUM - The Livelong Day

Finalmente un bel disco che rivitalizza il folk irlandese, genere forse  un po' stanco, da qualche annetto. La proposta viene dal quartetto dublinese dei Lankum; i fratelli Lynch, Ian e Daragh, Cormac Mac Diarmada e Radie Peat provengono da esperienze diverse, ma con questo terzo disco (il primo uscì sotto il nome Lynched, poi abbandonato per il suono sinistro) mostrano una forte coesione artistica; The Livelong Day propone una musica che fatica ad essere incasellata, di certo si nutre della tradizione irlandese, ma la filtra attraverso umori ed ascolti contemporanei. The Wild Rover e The Dark Eyed Sailor sono titoli ipersfruttati, ma qui risuonano ben diversi,  perfino minacciosi, rispetto alle innumerevoli versioni già sentite. Non guastano, inoltre, due avventurosi strumentali, quasi da colonna sonora, e due bei brani originali di cui uno, The Young People, particolarmente bello e toccante. (Fausto Meirana)

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VAN MORRISON - Three Chords And The Truth

Iperattivo come sempre  lo scorbutico cantautore  irlandese ci consegna il sesto album in soli quattro anni,  probabilmente il suo più convincente di questo frenetico periodo. I “tre accordi e la verità” del titolo sono proprio ciò che troviamo in questo disco fresco, corroborante  e non di certo rivoluzionario. Le quattordici canzoni hanno impresso il marchio di fabbrica d’artista, sono ben suonate e arrangiate, e la voce di Van è chiara nel suo incedere discorsivo tra le note. Tra i brani che si guadagnano una citazione, verso metà disco, c’è You Don’t Understand un sorprendente  reworking non accreditato della Ballad Of A Thin Man di Dylan, della quale riprende il riff dell’Hammond e l’impianto accusatorio del testo (chissà se a Bob farà piacere questo omaggio/oltraggio?). Il brano finale, invece, un lungo rimuginare di sette minuti tocca da vicino la classica Auld Lang Syne, con citazioni del testo e la riflessione sul tempo che scorre. Un’ottima sorpresa da uno dei  vecchi leoni che non deludono mai, anche quando si sparano uno scatenato  boogie-woogie senza pretese come Early Days, per puro divertimento. (Fausto Meirana)

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JIM BLACK TRIO,  Reckon

Da sempre mi affascinano le coincidenze, penso che siano un bel modo di aiutarci a comprendere meglio la vita. O magari solo a sopportarla. Stavo ascoltando il nuovo disco del batterista Jim Black, uno che seguo da quando tanti anni fa lo vidi in quella che allora si chiamava la Sala Garibaldi insieme a Tim Berne (stupefacente!). Intanto leggevo un articolo di Ernesto Franco dedicato a Daniele Del Giudice apparso sabato 11 gennaio su Robinson. Dopo alcune righe Franco sceglie alcune parole-mondo per raccontare l’uomo e lo scrittore: una di queste è “Sentire”, definita come “l’improvvisazione nel jazz: non puoi farlo se non conosci tutta la musica, ma non puoi farlo se non ti avventuri al limite della musica conosciuta, e da lì ami e conosci in un unico suono, in un solo gesto”.

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ROBERTA BARABINO - Il Tempo Degli Animali

Tanto tempo, otto anni, stessa stagione, l’autunno. Nel 2011 usciva Magot, limpido esordio di una leggerezza esemplare, ma non disimpegnata. Adesso invece Roberta Barabino ci consegna  l’adeguato seguito, Il Tempo degli Animali, una decina di canzoni piuttosto intime più un remix di Chi Sei, canzone che quindi apre e chiude l’album in una sorta di ciclo. Disco della maturità, forse  un pelo più meditato e oscuro del precedente, è prodotto dalla stessa cantautrice, ancora una volta con l’aiuto importante di Raffaele Rebaudengo. Il Tempo Degli Animali sfodera un ventaglio di ottimi musicisti tra i quali alcuni Gnu, come lo stesso Rebaudengo e Stefano Cabrera, Lorenzo Capello e molti altri, a testimonianza della cura  dedicata al progetto. Aspettiamo dunque con piacere la prossima presentazione del disco presso Disco Club, l’otto dicembre, occasione imperdibile per ascoltare (ed acquistare) questo piccolo gioiello. (Fausto Meirana)

Top ten del mese

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