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KEVIN MORBY - Oh My God

Il precedente disco di Morby, City Lights era piaciuto abbastanza; fino a considerare la possibilità che il seguito sarebbe stato un capolavoro… Ora possiamo dire che ciò non è avvenuto, anche se Kevin Morby, con Oh My God, ci ha provato seriamente con impegno e ingredienti di qualità. Emergono, soprattutto, le tre-quattro canzoni pianistiche con accompagnamenti scarni da club e assoli di sassofono che sembrano provenire dalla colonna sonora di Taxi Driver (Bernard Herrmann). I coretti gospel che appaiono qua e là invece, sembrano rivelare un certo rispetto verso la fase ‘cristiana’ di Bob Dylan, periodo molto rivalutato  negli ultimi anni. Un altro punto di riferimento di questo disco sembra essere  il Nick Cave ‘confessionale’ situato tra The Boatman’s Call e No More Shall We Part. Un serio contendente per il disco dell’anno, con qualche brano debole, scelte coraggiose e una copertina da buttare. (Fausto Meirana)

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JJ CALE - Stay Around

Tara immediata sulla non appetibilità commerciale della copertina spartana, un primo piano neppure troppo nitido di J.J. Cale con cappello, nei suoi ultimi anni. Forse gli sarebbe piaciuta, schivo e orso com’era. Qualcuno ha detto che la musica di J.J. Cale non abita in un tempo normale: lo attraversa senza un passato o un presente. Tra cinque o cinquant’anni avrà lo stesso senso che quarant’anni fa. E’ il precipitato minimale e scabro dell’inimitabile (e dunque imitassimo: come la Settimana Enigmistica) Tulsa Sound, brani che si dipanano su sornioni mid tempo e vivono di lampeggianti illuminazioni blues, epifanie sottili country e rhythm and blues, schegge garbatamente jazz. Eric Clapton e Mark Knopfler gli devono molto, probabilmente moltissimo. Lui se n’è andato a 74 anni nel 2013, in punta di piedi, senza fare troppo rumore, come suo solito. Sua moglie, Christine Lakeland ha messo mano ancora una volta ai suoi prodigiosi e silenti archivi, e cavato anche queste quindici tracce. Una meraviglia. Ciò che per J.J. Cale era uno scarto, un avanzo, un qualcosa che non lo convinceva granché, per le nostre orecchie (e per quelle di tanti autoreferenziali signori della chitarra) è un miraggio e un’oasi vera assieme. (Guido Festinese)

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MEKONS - Deserted

Grande ritorno dei Mekons, dopo otto anni dal precedente disco. Il gruppo è originario di Leeds, ma molto presente negli USA, tanto da venir definito da Wikipedia come British-American Band. Deserted è un disco concept, più o meno, sul deserto. Per questo il gruppo lo ha registrato nel parco nazionale di Joshua Tree, in California. Vi si narrano storie desertiche vissute o immaginate (Iggy Pop a Berlino in cerca di un whisky bar, Lawrence di California anzichè d'Arabia e la figura di Rimbaud in Africa). Nel disco c'è il consueto mix di punk piuttosto abbordabile, à la Clash, e di folk-rock dal sapore molto inglese. I Mekons sono un miracolo che dura da più di quarant'anni, con piccoli cambi d'organico, e la consueta nonchalance nel vivere nella propria nicchia. Sempre sugli scudi i membri fondatori Jon Langford, Tom Greenhalgh e Sally Timms, menzione speciale per il violino di Susie Honeyman e gli strumenti del poliedrico Lu Edmonds. Buon ascolto, garantito... (Fausto Meirana)

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DERVISH - The Great Irish Song Book

Trent’anni: quest’anno gli irlandesi Dervish festeggiano tre decenni di presenza sui palchi di tutto il mondo, con una produzione discografica che ben di rado ha mostrato segni di logoramento o scarsa ispirazione. Ecco allora che suona del tutto giustificato autocelebrare un po’ la band stessa, che continua a reggere con eleganza, come in parallelo vanno facendo ad esempio gli Altan, e un po’ il gran repertorio irlandese sedimentato nei secoli, alla base di pressoché tutto il folk revival dell'ultimo mezzo secolo, e oltre, se andiamo a riascoltare qualcosa della prima metà degli anni ’60, prima ancora che esistessero i Fairport Convention, per capirsi. The Great Irish Songbook, come si conviene a tutte le feste grandi accoglie un gran parata di ospiti, ad affiancare la voce maestosa e cristallina di Kathy Jordan, che non ha perso uno spicciolo di flessuosa duttilità. C’è Steve Earle a introdurre una raschiante nota di disincanto in The Galway Shawl, c’è Andrea Corr in She Moved Through the Fair, ci sono gli SteelDrivers in Whisky in the Jar, stranamente pacata e ammaliante, c’e Brendan Gleeson in The Rocky Road to Dublin. Tutto il disco ha un passo sicuro e meditato: si fa quel che si deve, e con rispetto, sembrano suggerire i Dervish. A noi resta il conforto di un altro piccolo scrigno di bellezza che non andrà perduto. (Guido Festinese)

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THE STRANGE - Echo Chamber

Chi l’avrebbe mai detto che Chris Eckman, dopo vari bivi stilistici,  sarebbe tornato a frequentare territori così vicini alla musica degli Walkabouts? Il gruppo ci è mancato parecchio, ma Eckman non ne voleva sapere più, pazienza... The Strange è, in breve, il fortunato connubio tra il gruppo The Bambi Molesters, di base  in Croazia, e il musicista di Seattle, che risiede da tempo in Slovenia. In realtà c’era stato già un disco: Nights Of Forgotten Films, uscito nel 2004, quando lo scioglimento degli Walkabouts era ancora lontano. Come detto prima, la scrittura di Eckman, in Echo Chamber,  ricalca sempre l’indimenticato stile del gruppo, ma gli arrangiamenti dei Bambi Molesters spostano leggermente l’ago della bilancia verso un animato rock con squillanti fiati e ritmiche raddoppiate. Partecipa anche con “chitarre occasionali”, tastiere e voce il nostro ‘’Don Antonio” Gramentieri. P.S. Il disco è di fine 2018, ma ce non ne eravamo accorti, pardon! (Fausto Meirana)

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PIVIO - Mute

Quarant’anni, fa il 1979. Quando morva Demetrio Stratos.  A Genova erano tempi amari, un risveglio crudo dagli anni dei movimenti che portava una dote acida come i fumetti e le figure di Andrea Pazienza: l’eroina che tramutava in incubi narcolettici le frenesie vitalistiche precedenti, l’avvio verso gli anni del riflusso. La musica fece, come di consueto, da termometro e sismografo sensibile di quegli anni: la spallata del punk a sfogare una voglia di rompere le nuove gabbie senza più il confronto degli ideali, la dark wave e il synth pop che testimoniavano un disagio colorato di scie livide. Nel ’79 Pivio fonda con Marco odino gli Scortilla, indimenticabile band sempre pronta a tirare graffi cattivi e intelligenti sui pentagrammi, un suono tutto da riascoltare anche oggi.

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WEYES BLOOD - Titanic Rising

Su cosa sia un capolavoro molte sono state le risposte, nel corso della storia. Vale anche per il mondo della popular music, che notoriamente è costruita a strati: più colti, meno colti, più sperimentali, più accattivanti. Un oggetto complesso da maneggiare. La definizione più felice è quella secondo cui un capolavoro è un oggetto che abita benissimo il presente, allunga le ife verso il passato, e proietta le antenne verso il futuro. C’è motivo di credere che questo quarto disco di Weyes Blood, cantautrice californiana, al secolo Natalie Mering, un giorno sarà ricordato come un piccolo capolavoro. Immaginate un tappeto avvolgente orchestrale a strati  attorno alla voce malinconica della nostra, come amava fare Aaron Lightman, ad accompagnare canzoni incredibilmente oblique e sghembe, ma che stanno in piedi al primo ascolto. Poi  sbuffi farfuglianti di sintetizzatori alla Grandaddy che introducono una nota vintage di petulanza. E un richiamo continuo, diretto a certi esperimenti beatlesiani e dei Beach Boys quando ancora il cervello di Brian Wilson girava a regime. Così funziona, quando, parafrasando il titolo, riaffiora il Titanic. (Guido Festinese)

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BETH GIBBONS, Symphony No. 3 Henryk Górecki

La sinfonia n°3 del compositore polacco Henryk Górecki è una delle più celebri del cosiddetto 'minimalismo sacro', corrente che annovera tra i suoi adepti musicisti come l'estone Arvo Pärt e il georgiano Giya Kancheli, solo per citare i più famosi anche in ambito non specialistico. Ma quello che la rende davvero unica è il fatto che in una versione incisa nel 1992 dalla London Sinfonietta diretta da David Zinman, con la soprano Dawn Upshaw, il disco vendette milioni di copie, entrando nelle classifiche ‘generali’, cosa mai accaduta per un album di musica classica. Questo per dire che Beth Gibbons ha deciso di confrontarsi con una sorta di monumento della musica contemporanea, oltre che con la direzione di Krzysztof Penderecki, compositore a sua volta e uno dei numi tutelari del Radiohead Jonny Greenwood.

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ROBERT FORSTER – Inferno

Se una cosa abbiamo imparato dai dischi solisti di Robert Forster questa è l'accuratezza in punta di penna della scrittura e la felice vena melodica. Il suo passato nei Go-Betweens, fino alla morte improvvisa del suo compare Grant McLennan ne è stata l'anticipazione nelle due fasi del gruppo australiano. Inferno, nonostante il titolo bellicoso, è un album parecchio rilassato e, potremmo azzardare, più semi-acustico del solito, nonostante la produzione di Victor Van Vugt. D'altronde, un divano in copertina, una canzone su due vecchi surfisti e la title-track che parla dell'estate a Brisbane non potevano certe portare molto movimento. Parafrasando il titolo del disco precedente, Songs to Play, possiamo dire che se là c'erano canzoni da suonare (o da giocarci) qui c'è il consueto e raffinato songwriting, con un po' di mestiere di troppo e, magari, meno cose da dire. Comunque Forster riesce sempre, anche quando meno ispirato o convinto, a farci alzare dalla sedia, spegnere i rumori e ascoltare con attenzione questi preziosi e scarsi trentacinque minuti. (Fausto Meirana)

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