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MARISSA NADLER - Strangers

Come per July (2014) la copertina di Strangers è melodrammatica e in bianco e nero; una fedele rappresentazione delle ballate di Miss Nadler che sono melodiose, avvolgenti e curate. Alcune sono esili ed essenziali, altre più gonfie e soniche. La sostanza però è una scrittura solida circondata da arrangiamenti eleganti: pianoforti, archi, organi, elettricità misurata e moderata. La voce di Marissa ondeggia tra il sognante (Hungry Is The Ghost con i suoi riverberi) e il tendente-folk (Shadow Show Diane) e così la musica di questo disco. Strangers abita nello stesso paese di Hope Sandoval e dei Mazzy Star, di Joanna Newsom se non fosse così medievale e fissata con l’arpa, di tante cantantesse che, prima di lei, hanno riletto la canzone tradizionale attraverso lenti indipendenti. Marissa non ha un talento scoppiettante. È brava a modo suo: melodrammatico e bianco e nero. (Marco Sideri)

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BETH ORTON - Kidsticks

Chi ricordasse il mix efficace di acustico ed elettronico dei precedenti episodi discografici di Beth Orton,  per i quali qualcuno coniò il neologismo ‘folktronica’,   potrebbe avere qualche difficoltà con Kidsticks, disco che coincide con il suo trasferimento a Los Angeles e vede come attori principali la stessa Orton alla voce e alle tastiere e Andrew Hung (Fuck Buttons) che cura un arsenale di  aggeggi elettronici soprattutto percussivi. Il disco è incalzante e asciutto fin dai titoli (solo due contengono più di una parola) e gode della peculiare contrapposizione tra ritmo, elettronica e voce. Più volte le sonorità sintetiche richiamano stagioni e gruppi del passato recente, come il drum and bass dei Portishead, la felice vena cantautorale degli ultimi Everything But The Girl  o persino il pop elettronico più  commerciale e danzabile come in ‘1973’. In ‘Dawnstar’ poi, è riconoscibile la cifra stilistica degli Eurythmics di Annie Lennox e Dave Stewart. Solo nel finale le acque si calmano e il brano che dà il titolo al disco è, in controtendenza, poco più di una lieve ninna nanna per chitarra e percussioni. (Fausto Meirana)

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BOB DYLAN - Fallen Angels

Cominciamo subito col dire che un altro disco incentrato sul repertorio di Sinatra non è esattamente quello volevamo da Dylan, ma le voci sempre più insistenti sulla dozzina di canzoni incise, sembra, in contemporanea a Shadows In The Night, sono state confermate dall’uscita di  Fallen Angels; al primo ascolto, potrebbe sembrare (e forse è) una raccolta del ‘surplus’ di quelle sessioni,  visto che la tracklist del primo lotto era più compatta, pensata  ed omogenea e anche la copertina più intrigante di questa. Ma come sempre le differenze emergono a poco a poco, come il maggior spazio alle lievi percussioni di George Recile, quasi inudibili nel precedente capitolo ma ben riconoscibili qui, soprattutto in That Old Black Magic,  o l’introduzione occasionale della viola, che Donnie Herron usa  in alternativa alla steel guitar, strumento dominante anche questa volta. Complica un po’  le cose la scelta di alcuni dei brani più lontani dalla voce di Dylan come Skylark, It Had To Be You o Come Rain Or Come Shine, ma tant’è, facendo i migliori auguri di compleanno a Dylan, che compie settantacinque anni in questi giorni, prendiamo per buono anche questo esercizio di stile, sperando vivamente che l’operazione Frank finisca qui, e lo zio Bob riprenda in mano la penna, lo spartito e le cattive abitudini. (Fausto Meirana)

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SANDY DENNY – I’ve Always Kept A Unicorn

La discografia postuma di Sandy Denny è ormai molto più cospicua rispetto a quanto la grande cantante inglese riuscì a pubblicare in vita con Strawbs, Fairport Convention, Fotheringay e come solista. E’ una discografia postuma ma anche parallela,  fatta di demo, versioni alternative, session per la BBC e registrazioni live di brani usciti sugli  LP ufficiali. Il doppio cd I’ve Always Kept A Unicorn propone appena tre tracce mai ascoltate prima su un totale di 40, eppure ha un senso, reso esplicito già dal sottotitolo: The Acoustic Sandy Denny. Con la sua voce forte, calda e al tempo stesso limpida, Sandy avrebbe potuto gestire tranquillamente un album acustico, magari in perfetta solitudine. Non lo fece mai perché amava la vita ‘cameratesca’ all’interno di un gruppo che le consentiva di gestire, anche in studio, le costanti tensioni interiori. Qui abbiamo dunque un’idea di questo disco che mai ci fu e che forse sarebbe stato una svolta per la sua carriera, specie quando questa si arenò nelle secche del pop di consumo a dispetto di brani splendidi come Solo, One Way Donkey Ride o No End. (Antonio Vivaldi)

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MARY CHAPIN CARPENTER - The Things That We Are Made Of

Prodotto da Dave Cobb, vero e proprio mago dell'odierna riformulazione country folk, quest'ultimo lavoro di Mary Chapin Carpenter, autunnale folk singer di Princeton (New Jersey), a tre anni dal precedente "Ashes and Roses" (Zoë Records, 2012), cattura fin dal primo incedere. Lo compongono una serie di ballate profonde e avvolgenti (forse un po' troppo uniformi, ma sontuose nel tratto), che si segnalano per il tono meditativo e autoriale, le morbide sonorità, la sussurrata ed intima carica d'umanità. La Carpenter, interprete austera e solenne, racconta in realtà spesso della propria fragilità, di una personale lotta contro l'apatia, la noia (la depressione?), la riluttanza all'idea di aprirsi agli altri. Qui dispiega il tutto come attraverso una sorta di nebulosa e iridescente grazia soprannaturale, dispensante una specie di corroborante e ristoratrice quiete ipnotica. Brava. (Marco Maiocco)

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SANTANA - IV

Nelle intenzioni di Carlos Santana questo disco dovrebbe chiudere, dopo quarant’anni (!) una quadrilogia, costituita dall’esordio omonimo, seguito dall’enorme successo di Abraxas (con Samba Pa Ti e Oye Como va) e dal meno convincente ma energico Santana 3. In questi dischi il chitarrista messicano aveva creato un genere nuovo, un ibrido tra la musica latina e il torrido rock-blues dell’inizio degli anni’70 riscuotendo un enorme successo. Successivamente se ne sarebbe allontanato, avvicinandosi al jazz-rock e a collaborazioni importanti con artisti come John McLaughlin e Alice Coltrane fino ai contatti con Miles Davis.  Di recente, al contrario, la musica di Santana ha raggiunto spesso le vette delle classifiche perdendo però in qualità e originalità.

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BILL EVANS - Some Other Time - The Lost Session From The Black Forest

Le cose vanno più o meno così: Bill Evans con il contrabbassista Eddie Gomez e il batterista Jack DeJohnette il 15 giugno 1968 suonano al Montreux Jazz festival (di questo concerto esiste un disco pubblicato dalla Verve); tra il pubblico ci sono Hans Georg Brunner-Schwer e Joachim-Ernst Berendt, due appassionati un po’ particolari. Il primo, l’erede della famiglia che controllava la SABA, ha fondato una sua etichetta, la MPS: denota una certa capacità poiché i sei album incisi tra il 1963 e il con il trio di Oscar Peterson sono impeccabili sotto ogni punto di vista (così come accadrà per la registrazione completa del Clavicembalo ben temperato di Bach con Friedrich Gulda). L’altro è un giornalista, critico e scrittore, autore di un imprescindibile Jazz Book. Insomma, sono lì (beati loro) ascoltano il trio e decidono di portarlo in studio.

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LAURA GIBSON - Empire Builder

Dischi come Empire Builder furono (un tempo lontano) la norma; dischi malinconici, personali, americani, tendenzialmente indie, con voci particolari nel senso di dissonanti ma non troppo. Poi c’è stata la grande marea dei recuperi e dei ripescaggi, del futurismo a buon mercato, del non esistono più i generi. E quei dischi là sono passati di (relativa) moda. Ma esistono ancora, ovviamente, e vale la pena dirlo quando sono belli, come questo qui. Belli significa, in sostanza, ben scritti; con canzoni dotate di capo e coda; insieme scontrosi (per qualche dissonanza, qualche sbavatura) e classici. Belli significa, anche, ben interpretati; con personalità e proposito. Laura Gibson centra entrambi i tipi di bello; dieci canzoni che alternano folk e indie rock; parlano di cambiamenti e traslochi; funzionano subito ma non stancano sul lungo. Missione malinconicamente compiuta. (Marco Sideri)

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GRAHAM NASH - This Path Tonight

Fonti ben informate riferiscono di un Graham Nash oggi decisamente imbufalito con le bizze senili di David Crosby, tant'è che l'inglese id CSN & Y avrebbe giurato di non voler mai più lavorare col baffuto geniaccio musicale del gruppo. Allora, perché Nash pubblica un disco che è forse tra i migliori della sua carriera misurata in decenni, e incappa nel medesimo scivolone che ha seriamente danneggiato diverse prove recenti dell'amico di un tempo? Intendiamo qui la perfida risolutezza nel perseguire un suono anni Ottanta che, comunque lo giri, ha nessun pregio e solo difetti. Bene, fatta la tara sul brano iniziale, che purtroppo sarebbe stata anche un gran bella ballata, troverete qui altri nove brani del tutto degni del nobile artigianato folk rock del Nostro, forse il più sottovalutato del supergruppo, e forse invece montaliano “anello di tenuta”. Belle canzoni, bei testi, voce miracolosamente intatta, come Neil Young, ma un inizio da ripudio con abominio. (Guido Festinese)

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