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PENTANGLE - Finale

Ammettiamolo, fa un certo effetto ai fan di vecchia data vedere quella scritta che dice “in memoriam Bert Jansch e John Renbourn”, giusto a destra sotto la foto del gruppo all’interno del doppio cd. Però questo è il dato pregnante di certa musica: possono anche scomparire dal pianeta gli artefici, le note resteranno per sempre. Se sono note di grandi. E i Pentangle sono stati grandsissimi. A un ragazzo giovane diremmo che nessuno come loro ha saputo far lievitare in salsa alchemica folk inglese, rock gentile e sprazzi insospettabili di jazz creativo, accompagnando il tutto con l’incanto di una vice femminile, quella di Jacqui McShee, che sembrava arrivare diretta dalle schiere delle fate gaeliche. Poi c’era Danny Thompson, un bassista che sapeva pesare ogni cavata sul legno, e Terry Cox alle percussioni, uno che ha sempre preferito sottrarre e alludere piuttosto che aggiungere tocchi ridondanti. Nel 2008 i Pentangle hanno dato i loro concerti d’addio. E chi credeva di trovarsi di fronte ad arrugginiti e svaporati musicisti nostalgici ebbe la sorpresa di ascoltare invece gente per la quale l’anagrafe era un mero optional. C’è tutto, qui: da Cruel Sister a Goodbye Pork Pie Hat, il brano che Mingus scrisse in memoria di Lester Young. Un incanto che resterà. (Guido Festinese)

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MIKE OLDFIELD - Return to Ommadawn

La critica italiana, nel complesso, ha lavorato di sega elettrica e mazza ferrata nel recensire il nuovo disco di Mike Oldfield. Al contrario di quella anglosassone. In genere, quando non si hanno argomenti a sufficienza per dichiarare forme d'odio puro e auto-alimentato per stagioni musicali che appaiono agli antipodi di certa sbrigativa essenzialità da tre-accordi-tre-per-carità-sennò-sembra-jazz, magari con un po' di elettronica sparsa per mascherare il tutto, si liquida tutto con una battuta. E se uno provasse a scrollarsi di dosso la pigrizia e si mettesse semplicemente ad ascoltare, come si suol dire, senza pregiudizi? Succederebbe che troverebbe un signore che (apparentemente) torna sul luogo del benedetto delitto della metà degli anni Settanta, e riscrive una suite conforme divisa in due parti ognuna della durata esatta della facciata di un ellepì. Suonandosi tutti gli strumenti – bene - esattamente come vuole lui. Allora aveva ventidue anni, ora ne ha sessantatre. Nel mezzo un sacco di passi falsi.

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MARK EITZEL - Hey Mr. Ferryman

Conoscere poco gli American Music Club e solo alcuni dei tanti dischi solisti di Mark Eitzel non è un buon punto di partenza, tuttavia correrò il rischio, cominciando dal fatto che alla guida di questo progetto c’è Bernard Butler, chitarrista degli Suede, ma soprattutto, da vent’anni a questa parte, produttore in costante crescita (Aimee Mann, Bert Jansch, The Veils, Tricky e gli ultimi due cd di Ben Watt). Per le canzoni introspettive e dense di Eitzel, Butler ha preparato arrangiamenti scintillanti e generose dosi delle sue chitarre; per alcuni recensori, un po’ troppo, ma non direi, comunque  Hey Mr. Ferryman suona bene, ma le lunghe canzoni richiedono comunque un certo impegno, visti i ponderosi testi e i temi un po’ contorti del cantautore californiano; la confezione comprende lel iriche ed è importante leggerle durante l’ascolto  perché l’espressiva voce di Eitzel rende  bene gli stati d’animo descritti. Sono cinquanta minuti un po’ lunghi, raffinati e pieni di parole. Ma ne vale di sicuro l'impegno e poi si può passare al resto, cominciando magari dall’antico  60 Watt Silver Lining del 1996 .(Fausto Meirana)

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JESCA HOOP - Memories Are Now

Jesca Hoop, cantautrice californiana, ma residente part-time in Inghilterra,  a Manchester, ci aveva sorpreso positivamente con la  partecipazione all’album Love Letter For Fire, condiviso con Sam ’Iron&Wine’  Beam www.discoclub65.it/rock/archivio-mainmenu-40/6411-sam-beam-and-jesca-hoop-love-letters-for-fire.html. Anche qui c’è aria di collaborazione, visto che il produttore e cantautore Blake Mills partecipa  come praticamente unico musicista(la cover dice infatti: performed by  jesca hoop & blake mills) fatte salve due partecipazioni minime ma importanti come l’armonica della collega Fiona Apple (Cut Connection) la steel guitar del maestro Greg Leisz (Pegasi) e l’ aggiunta una piccola sezione d’archi (Songs Of Old). Memories Are Now è quindi incentrato sull’equilibrio  tra le corde elettriche o acustiche sfoggiate  dai due musicisti (anche se Mills si arrangia con basso e batteria e canta nei cori ) e sul timbro un po’ malinconico della Hoop. Consigliato a chi ha apprezzato, ultimamente, dischi come At Swin di Lisa Hannigan ma con un po’ di piacevole rudezza in più. (Fausto Meirana)

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DEAR READER - Day Fever

Dear Reader è il nome con il quale l’artista sudafricana (ma residente a Berlino) Cherilyn  MacNeil prosegue il lavoro del gruppo fondato nel 2008 con il bassista Darryl Torr;  Sommando  le due incarnazioni, Dear Reader arriva al quinto album, Day Fever,  confermando  la buona vena che consiste in un pop alternativo con arrangiamenti vocali e strumentali di grande efficacia, immediatamente godibili fin dal primo ascolto. Veramente ben riuscito il singolo, I Know You Can Hear It, che nella tracklist viene posizionato verso la conclusione dell’album, preceduto da tre importanti brani: il  moderatamente sperimentale Wake Him , con un bel arrangiamento di fiati,  il delicato ed intimo Placate Her e il percussivo e misterioso If Only Is . Ottimo disco per chi ama le voci femminili non banali, tra Kate Bush e Laura Gibson, diciamo, per stimolare la curiosità… (Fausto Meirana)

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TALES OF KALEDRINA - Iscariot

Eccellente debutto, questo dei Tales of Kaledrina. Il gruppo di Genova – ma, forse, sarebbe corretto parlare più di un progetto – è composto da sette ottimi musicisti, molto preparati sotto il profilo sia compositivo sia tecnico-esecutivo. Iscariot si articola in tredici tracce, dall'ispirazione astronomica ed esoterica (come lo splendido artwork conferma pienamente). La musica è varia e molto moderna: un post rock elettronico, che alterna riusciti episodi ambient ad altri di prog spaziale pinkfloydiano e di dark wave anni Ottanta, filtrati tuttavia in maniera personale, attraverso una sensibilità artistica di classe e molto attuale. I Tales of Kaledrina puntano infatti sulla creazione di atmosfere evocative e suggestione pare essere la parola d'ordine di tutto il lavoro. I pezzi di Iscariot presentano una valida ricerca timbrica e una grande cura per il suono, in ogni sua declinazione.

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MICHAEL CHAPMAN - 50

Questo disco ha sia un contesto di riferimento (l’etichetta Paradise of Bachelors e la sua missione di archeologia folk) sia i crismi della retro-modernità (il recupero di un vecchio folksinger di poco successo e relativa fama, con l’aiuto di giovani folksinger e noti ammiratori). Quindi, diciamo che il biglietto da visita è più che buono per entrare in svariate porte (quella di Disco Club di sicuro). È rinfrescante che al biglietto da visita segua anche la sostanza di un disco clamorosamente quadrato: belle canzoni, bei suoni, bella personalità. Pare di sentire una versione country folk del vecchio (e magnifico) Lee Hazlewood di Cake or Death (2006): la voce traballa e quasi insegue le strofe; la musica intorno è appoggiata a una tradizione andata ma tesa verso suoni più liberi (Chapman era un non-allineato, nei ranghi folk). Bellissime chitarre, in più. (Marco Sideri)

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JOHN ABERCROMBIE QUARTET - Up And Coming

A quattro anni dal precedente “39 Steps” il ‘nuovo’ quartetto del chitarrista statunitense torna con un album che conferma la formazione - Marc Copland al pianoforte, Drew Grass al contrabbasso e Joey Baron alla batteria - e soprattutto l’eccellente riuscita musicale. Otto brani per un totale di 48 minuti (il titolo esce anche in lp confermando il ritorno dell’ECM al vinile), cinque a firma di Abercrombie, due del pianista di Philadelphia e una rilettura di “Nardis”, il brano scritto da Miles Davis per Cannonball Adderley nel 1958 e curiosamente mai registrato dal trombettista (nonostante la nonchalance con cui firmasse i brani e benché il titolo sia legato storicamente alle interpretazioni di Bill Evans, sembra che questa volta la scrittura sia da attribuire proprio a Miles). La lunga digressione intorno a “Nardis” è giustificata dal fatto che proprio in quel titolo si evince al meglio, l’universo musicale di riferimento, proprio quello di Evans (al quale si può aggiungere Jim Hall, evidente ispirazione per la chitarra di Abercrombie); il perfetto interplay tra i quattro musicisti chiude perfettamente il cerchio per un disco che necessita almeno di qualche ascolto per riuscire a coglierne la bellezza e la più intima essenza. (Danilo Di Termini)

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CHARLIE - Ruins Of Memories

Questo disco è genovese quanto un mugugno a mezza voce, davanti alla vetrina di Disco Club, mangiando focaccia con la cipolla il sabato mattina. Nasce, viene arrangiato, registrato e suonato a Genova (missato in America, a dare credito all’internet, ma sono sfumature). E però non lo diresti; che queste dieci canzoni di Charlie (Carlotta Risso, e dai con le cose che suonano genovesi) sono un bell’esempio di musica americana, rigirata pop. I pezzi (che a definirli country, folk, ballad e via importando, non sbagli) hanno quel piglio che ti prende di sorpresa: ritornelli, strofe e pause che suonano, senza apparentemente sforzo, naturali. È questa immediatezza melodica a rendere RoM degno di nota, in un panorama dove dischi che rispondono alla stessa descrizione (“musica americana, rigirata pop”, per auto-citarsi) si contano nelle migliaia. (Marco Sideri)

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