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SEAN ROWE - Madman

Con un piede che poggia in una verde contea del Tennessee e l'altro piede in un umido locale Soul di New York. Questa è la sensazione che si prova quando la puntina solca il nuovo lp (cd) di Sean Rowe, "Madman". Già dalla prima traccia si apprezza l'equilibrio tra il suono acustico di una chitarra country ed i fiati che profumano di Motown; per chi ha queste esigenze nell'anima è come avere un coltellino svizzero. Il punto di forza del lavoro di Mr.Rowe è proprio questo, multisensoriale, godibile in auto come colonna sonora di un viaggio facendosi cullare dalla sognante "Spiritual Leather" ma anche standosene tra le mura domestiche, sotto il getto di una doccia mentre il piede tiene il tempo sulla sincopata "Shine My Diamond Ring". Un album consigliabile per chi ha voglia di rilassarsi ed ha bisogno di un'iniezione di gioiosa semplicità. (Nando Romano)

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TRICKY -  Adrian Thaws

Neppure il fan più sfegatato di Tricky può negare che la produzione tra il 2000 e il 2010 è stata, al meglio, discutibile. Neppure il nemico più giurato di Tricky può negare che False Idols (2013) è stato un ritorno sulla retta via (non un trionfo, badate: un ritorno sulla retta via). Adrian Thaws ha il pregio di prescindere dal passato. È il disco più istintivo e diretto di Tricky da tanti (tanti) anni. È un pentolone di hip hop, blues, elettronica, voci femminili e spiritati interventi del padrone di casa. È un giro di giostra che Adrian “Tricky” Thaws amministra con sapienza, alternando passi e umori senza stancare mai. Per chi segue Tricky (che oramai sono lontani i tempi della rilevanza trasversale, quelli della fama trip hop), Adrian Thaws è la miglior notizia dai tempi del collasso musicale (in senso buono) di Angels With Dirty Faces del 1998. (Marco Sideri)

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DAVID CROSBY - Towering Inferno - The 1989 Broadcast

La “prima rinascita” discografica di Crosby, notoriamente, fu nell'89. Anni non certo generosi con i residui del bel sogno della California di un ventennio prima, ma capaci di ospitare qualche zampata generosa. Come Oh Yes I Can, un disco funestato da abominevoli tecniche di ripresa sonora, tipiche del decennio malefico del synth pop, ma tutt'altro che debole nelle composizioni, per quanto il confronto con il primo, leggendario “solo” di Crosby fosse inevitabile, e pure implacabile. Ben venga dunque questo show radiofonico, dall'impeccabile presa sonora “live”, in cui il baffuto papà di Long Time Gone propone diversi titoli dall'appena pubblicato secondo disco, e una buona manciata di classici. Forma vocale strepitosa, comunicativa a mille, e i “nuovi” brani che finalmente rilucono di pura bellezza: ascoltare per credere Lady Of The Harbour. (Guido Festinese)

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CROSBY, STILLS, NASH & YOUNG - CSNY 1974

Ventiquattro date, tra Stati Uniti, Canada e Inghilterra. Quaranta canzoni, come sono quaranta gli anni che ci separano da questo tesoro ritrovato. Centottantasei pagine di libretto, con decine di foto mai viste prima, e un dvd, se non vi fosse bastato il tutto. A volte le cifre secche e l'aridità aritmetica rischiano di affossare il sogno, per cui fate finta di non avere letto nulla fino a questo punto. Perché il punto vero è che CSNY 1974 non è una serie di numeri. E' lo scrigno perduto della California libertaria che fu: perché oggi bisognerebbe spiegarlo nei licei cosa voleva dire il verso “We are leaving, you don't need us” che trovate in Wooden Ships. O che dire che se uno si era “quasi tagliato i capelli” ( Almost cut my hair) non era faccenda estetica, ma etica. Non c'entravano i gusti personali né lo stile. E che l'inedito tassello Goodbye Dick cantato da un divertito Neil Young al banjo era dedicato a un presidente che mandava i ragazzi a morire in Vietnam nel fango, e fu travolto dal suo stesso fango mediatico. Con tutto il rispetto per i gentiluomini retromaniaci come Jonathan Wilson o Fleet Foxes, quel suono era già tutto qui. Ascoltare senza pregiudizi, come si suol dire. E bastava e avanzava, a giudicare da quanto emerge. Il resto è lezione ed esercizio di calligrafia. (Guido Festinese)

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NEIL YOUNG - A Letter Home

Neil Young gioca, come spesso gli capita, si diverte a tornare ragazzino o giù di lì, entra con chitarra e armonica in una di quelle vecchie "cabine telefoniche", che un tempo si utilizzavano per la registrazione elettromeccanica. Scrive, o meglio registra un messaggio per la madre (soprattutto a questo sul finire degli anni '40 del secolo scorso servivano quelle cabine), saluta i suoi da lontano, lui è in viaggio, dice cha va tutto bene, e poi comincia a snocciolare una manciata di perle dal ricchissimo canzoniere della folk and country song (e non solo), che racconta di aver trovato insieme all'amico Jack, alias il produttore Jack White, il tizio che possiede quella specie di "scatola", dalla quale è possibile inviare messaggi, dare proprie notizie.

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MORRISSEY -  World Peace Is None Of Your Business

E alla fine è arrivato, il disco brutto-brutto-brutto di Morrissey. Non che i passati siano tutti capolavori; ma il personaggio convoglia, accanto alle valutazioni diciamo tecniche, una dimensione fideistica che rende arduo affrontare con freddezza la sua opera. Morrissey solista lo prendi o lo lasci; gli (ci) credi, oppure no. World Peace… (eccettuato il titolo meraviglioso) per la prima volta suona invece semplicemente stanco: non giusto o sbagliato, bello o brutto; svogliato, invece, incapace di mordere. In conseguenza, l’ascolto (tra chitarre gitane, break orchestrali, reminiscenze rock) è faticoso e lento. Solo la voce del protagonista (meglio: i ricordi che solleva) offre qualche spunto di allegria. Morrissey appare (e suona), per la prima volta nella sua lunga carriera, confuso. Per uno come lui, è un peccato mortale; fede in San Morrissey o meno. (Marco Sideri)

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ERIC CLAPTON & FRIENDS - The Breeze, An Appreciation Of JJ Cale

Forse Eric Clapton ne ha fatta una giusta o per lo meno ha fornito a noi l'occasione di rifare (per quello che possiamo) un minimo di "storia". Non ci ricordiamo, infatti, un suo disco degno di nota, o comunque superiore alla sufficienza, dal (potremmo dire) monumentale "From The Craddle" di (purtroppo) una ventina d'anni fa ormai, che succedeva al già notevolissimo "Unplugged". E lì Clapton avrebbe potuto anche ritirarsi, tutto quello che si poteva dire (a quel punto) era stato detto. Un po' come Dylan dopo "Time Out Of Mind", chiuso da quel fluviale blues testamento che è stato "Highlands". Ma con il senno di poi meno male che "mr. tamburino" non si è fermato in quel momento, e poi questo è davvero un altro discorso. Quanto a Clapton, salvo un paio di più interessanti collaborazioni (B.B. King, Wynton Marsalis, e JJ Cale, appunto), qualche riuscita (anche se troppo patinata) cover di Robert Johnson, non ci pare abbia lasciato particolari impronte nelle ultime due decadi.

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JOHN HIATT - Terms Of My Surrender

E poi ogni paio d'anni o giù di lì esce un disco di John Hiatt (niente di male si intende), la cui buona musica scandisce il nostro tempo da almeno la fine degli anni '70. Ogni tanto coglie nel segno (è senz'altro questo il caso), ogni tanto no oppure meno, ma certo non lo si può accusare di insincerità o di non sapere il fatto suo. In questo ultimo e convincente "Term of My Surrender", prodotto da Doug Lancio (determinante alle corde: banjo, chitarra e mandolino), il talentuoso e viscerale cantautore nativo di Indianapolis torna a muoversi su sentieri più acustici e intrisi di blues, anche se non manca la consueta vena da consumato rocker (si ascolti "Baby's Gonna Kick"). I ricordi vanno immediatamente a Dylan, magari quello di "Blood On The Tracks" (si faccia attenzione a "Face of God" o "Here To Stay"), oppure quello più recente di "Modern Times", ma non solo ovviamente. 

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RICHARD THOMPSON - Acoustic Classics

A nostra memoria e conoscenza non c'è un disco di Richard Thompson che non meriti un meditato e grato ascolto. Anzi possiamo tranquillamente sostenere che ogni sua pubblicazione rappresenti una sorta di piccolo grande evento. Sempre troppo alta la qualità dell'ispirazione, la profondità della ricerca, l'abilità tecnica di questo straordinario chitarrista e songwriter, padre del folk rock britannico, la cui opera è davvero una sorta di romanzo senza fine, capace di stagliarsi (sì) sulla "limacciosa" formulaicità della popular music, ma solo per procedere di continuo ad arricchirla, reinventarla, e senza compiacimenti. Qualcuno prima o poi dovrà (per esempio) affrontare, attraverso opportuni studi e approfondimenti, la questione del singolare stile chitarristico di Richard Thompson, forse (ci viene da azzardare) l'unico grande chitarrista della storia del rock e della popular music (in questo senso potremmo associargli probabilmente il solo Steve Hackett, e ovviamente per altri versi), che, prescindendo dal suo già personalissimo tocco, non affondi particolarmente le proprie radici nei cliché e nelle formule del blues.

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