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PIVIO - It's Fine, Anyway

Ci sono musicisti che proprio non hanno bisogno di petizioni di principio o di difensori d'ufficio. Depone a favore la loro stessa vita di lavoro con le note, magari incanalatasi in rivoli e derive non previste, tutte degne di attenzione, comunque. E attenzione Pivio ne ha meritata parecchia, grazie anche al sodalizio ormai “storico” con Aldo De Scalzi, premiata ditta colonne sonore di innegabile fascino, e qualche sortita laterale al mondo dei pentagrammi costruiti per scorrere assieme alle immagini, e creare emozioni e racconto. Dunque Pivio può rivendicare una carriera solista ed affidabile, una competenza tecnica decisiva, una fantasia sbrigliata e attenta assieme. Però, quando scrive per sé, soprattutto, Pivio torna ad essere il ragazzo magro e un po' dark che in una Genova assai più livida di trent'anni fa e oltre sincronizzava i battiti cardiaci con quelli di Berlino, nel momento in cui anche il Duca Bianco s'era fatto una bella scorpacciata di suoni sintetici, elettronica applicata alle canzoni e “eroi per un giorno” attorno al Muro che divideva la città non ancora capitale della tendenza. Erano ribelli anche loro, quelli che maneggiavano sintetizzatori e vocoder, primordiali VCS3 floydiani e mellotron sempre ai limiti della stonatura e, naturalmente, chitarre elettriche. Avevano in uggia certo gigantismo malato che intorbidava le acque stagnanti del prog rock, erano punk con uno stile superiore. Vedi alla voce Sylvian o Joy Division. Prendere o lasciare. Tutto questo Pivio l'ha rimesso in circolo per costruire il suo disco d'epoca che invece esce qui e ora, con l'aiuto di Andrea Maddalone, Giampiero LoBello, un assortito ensemble di esperti archi liguri, il vecchio amico Marco Odino. Ogni brano avrà il suo videoclip, la somma del tutto sarà anche un film. Bella scommessa. “Prospettive zero/ passo la vita sottoterra./ Le generazioni ti passano accanto /e il sipario è sempre troppo corto per le mie storie”, canta in I'm Not Gloing Anywhere. (Guido Festinese)

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BILL EVANS - Some Other Time - The Lost Session From The Black Forest

Le cose vanno più o meno così: Bill Evans con il contrabbassista Eddie Gomez e il batterista Jack DeJohnette il 15 giugno 1968 suonano al Montreux Jazz festival (di questo concerto esiste un disco pubblicato dalla Verve); tra il pubblico ci sono Hans Georg Brunner-Schwer e Joachim-Ernst Berendt, due appassionati un po’ particolari. Il primo, l’erede della famiglia che controllava la SABA, ha fondato una sua etichetta, la MPS: denota una certa capacità poiché i sei album incisi tra il 1963 e il con il trio di Oscar Peterson sono impeccabili sotto ogni punto di vista (così come accadrà per la registrazione completa del Clavicembalo ben temperato di Bach con Friedrich Gulda). L’altro è un giornalista, critico e scrittore, autore di un imprescindibile Jazz Book. Insomma, sono lì (beati loro) ascoltano il trio e decidono di portarlo in studio. Cinque giorni dopo sono a Villingen, nel pieno della Foresta Nera: l’atmosfera (qui stiamo lavorando d’immaginazione) è rilassata, i tre sono perfettamente a loro agio e incidono ventuno brani, tra standard e originali. Brani che per motivi a noi oscuri sono dimenticati per quasi 50 anni fino a quando Zev Feldman della benemerita Resonance Records incontra a Brema un erede del buon Hans e gli chiede: “non è che per caso avete qualche inedito?”. E così ecco il doppio cd in oggetto (e anche un impeccabile e altrettanto doppio vinile). Ora sarebbe venuto il momento di parlare della musica: ma non siamo all’altezza. Preferiamo ascoltare in religioso silenzio. Senza parole. (Danilo Di Termini)

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BEN WATT - Fever Dream

Nel 2014 Ben Watt era tornato ad incidere nuove canzoni dopo un turbolento periodo della sua vita, tra malattie, lutti, scrittura e l’attività di DJ e produttore discografico. Hendra è stato il disco del ritorno, dopo una trentina d’anni, e ha ricevuto una buonissima accoglienza dalla stampa e, soprattutto, da chi lo ricordava come la metà maschile degli Everything But The Girl, il gruppo fondato assieme alla compagna di vita Tracey Thorn. Nelle interviste che promuovono Fever Dream Watt sostiene che difficilmente il duo si ripresenterà sulle scene, mentre la sua carriera solista sembra prendere il volo con questo disco, che, pur restando nel solco scavato da Hendra, sembra compattare maggiormente l’ispirazione; il lato malinconico domina e  le riflessioni su vita, amicizie e rapporti interpersonali sono al centro della scrittura. Continua anche qui la fruttuosa collaborazione con Bernard Butler degli Suede, le cui chitarre caratterizzano con gusto e semplicità  le delicate composizioni di Watt. (Fausto Meirana)

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SAM  BEAM & JESCA HOOP - Love Letters For Fire

Ancora una collaborazione per Sam Beam (Iron&Wine) dopo quella, non troppo riuscita, con Ben Bridwell, Sing Into My Mouth, uscita lo scorso anno. L’altra metà del progetto è questa volta la cantautrice californiana (ma residente a Manchester) Jesca Hoop; il suo interessante passato annovera attività diverse come il babysitting a casa di Tom Waits (una moneta a quattro facce, dice di lei, segnalandone l’ecletticità) la partecipazione ad un tour di Peter Gabriel come corista e cinque album da solista. L’irrequieto  percorso artistico di Sam Beam trova dunque una partner convincente per un disco che viene definito ‘di duetti’, e di questo si tratta, anche se spesso la voce della Hoop sembra preponderante. La brevità di Love Letters For Fire, che non raggiunge i quaranta minuti, ma accumula ben tredici brani, lascia l’appetito per altre canzoni, e questo è sempre un buon segno. Tra i collaboratori, un piccolo combo quasi acustico, spicca la batteria di Glenn Kotchè dei Wilco. (Fausto Meirana)

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PJ HARVEY - The Hope Six Demolition Project

Questo disco è il risultato di cinque anni di viaggi, meditazioni ed esperimenti di PJ in giro per il mondo. Già nel 2011 Miss Harvey parte per l’Afghanistan con il fotografo Seamus Murphy; l’idea è seguire la guerra fino ai giorni nostri, dopo l’esercizio di revisione storica di Let England Shake (2011) sui campi insanguinati della prima guerra mondiale. Da lì, viaggi in Kosovo, America, eventi, libri, video e anticipazioni che prendono, oggi, forma, finalmente, di disco. Disco che rimane fedele al linguaggio (elettrico, melodico, diretto) del precedente, semplificando la formula e riducendo all’osso i suoni. PJ H oramai padroneggia l’arte di scrivere canzoni; queste qui sono un ideale punto d’incontro tra certe sofisticazioni recenti e il suono viscerale dei celebrati esordi (torna qua e là persino una personale ipotesi blues). Un (altro) gran bel disco. (Marco Sideri)

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CHARLES BRADLEY - Changes

Il confine tra modello, copia, tributo, replica, ispirazione e plagio è labile ed è, pure, al centro di molta musica degli ultimi decenni. Ci sono dischi (tanti) che guardano indietro in modo spudorato e strafottente. Scegliere quali ascoltare è questione di personalità (dall’autore); unico criterio valido quando il riciclo è pacificamente il linguaggio in uso. Ecco: C Bradley, scovato a imitare James Brown sui palchi polverosi dell’America di serie B, personalità ne ha da vendere. Dopo una vita di ordinarie e profonde difficoltà (recuperate, se vi va, il bellissimo documentario Soul of America, 2011) Charles si è messo a cantare la sua propria versione del soul tradizionale grazie alla benemerita Daptone di NY. Changes è il suo terzo disco ed è bello come i precedenti. Anzi, un filo di più: è un disco dove il passato si fa presente, e manco te ne accorgi. (Marco Sideri)

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BLACK MOUNTAIN - IV

I Black Mountain sono una comune musicale; espressione di per se demodé che ben inquadra anche la musica di questo ultimo IV (che è coerentemente il quarto album del gruppo). I Black Mountain fanno rock molto, ma molto, anni 70; il che significa che dentro ci trovate del folk, della psichedelia, un pochino di elettronica, qualche riff pesante, qualche coro angelico, qualche deviazione progressiva. I BM archiviano la (relativa) compattezza dell’ultimo Wilderness Heart (2010) e si concedono spazi ampi dove le canzoni vagano, placide e stralunate, per lunghi minuti. L’effetto è particolarmente felice; una scrittura solida e un’attenzione marcata nel dosare gli arrangiamenti rendono IV un disco fluido e gradevole da ascoltare, nonostante i molti passati che si rincorrono all’interno. Siti meno eleganti di questo potrebbero definirlo un disco da cappelloni. (Marco Sideri)

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ERIC BIBB AND NORTH COUNTRY FAR WITH DANNY THOMPSON -  The Happiest Man In The World

E' ben vero che la somma aritmetica di molti fattori positivi non garantisce di per sé risultati d'eccellenza, com'è ben dimostrato da tanti “flop” di supergruppi nella storia delle musiche popular di ogni latitudine, ma è altrettanto vero che pedine ben scelte e ben mosse difficilmente fanno giocare brutte partite. Eric Bibb, ad esempio, mette con questo disco un bel sigillo sulla sua personale ricerca del disco perfetto col gruppo perfetto. Perché il sessantaquattrenne bluesman da anni in residenza europea ha attorno la North Country Far, ovvero tre dei migliori strumentisti “roots”, dalla Finlandia, e in più c'è il colpo da maestro di mettersi accanto, a distribuire toniche pastose, Danny Thompson, il gran signore del contrabbasso del folk progressivo inglese. Risultato: un disco di ammaliante bellezza e (apparente) semplicità, concluso trionfalmente con una versione acustica e bluesy di You Really Got Me, pregiata ditta Kinks, che, ancora una volta, ci fa vedere da dove arrivino le cose. (Guido Festinese)

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THE LAST SHADOW PUPPETS - Everything You've Come To Expec

Chissà cosa hanno di tanto brutto questi anni duemila (10) se appena un musicista ha un po’ di successo (o di denaro) corre a rinchiudersi in una bolla di realtà virtuale che rimanda (o ricalca) un passato più o meno lontano. Guardate Jack White che insegue il blues delle origini; guardate i LSP (Alex Turner di casa Arctic Monkeys e Miles Kane di casa Mile Kane) che, britannici trapiantati a LA, si calano in una fantasia jamesbondiana tutta archi sontuosi e ballate di velluto. Come se fosse il 1963, quello vero. Le canzoni non sono male (ottima, come spesso accade, l’apertura con Aviation), gli arrangiamenti sono curati. Quel che più colpisce, però, sono le (rare) deviazioni; l’essenza di questo disco è dichiaratamente nostalgica. In conseguenza, il suo pubblico di riferimento sono i nostalgici. Anni 2000 o non anni 2000. Il progresso è un’altra roba. (Marco Sideri)

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