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NEIL YOUNG - Earth

Ennesimo disco dal vivo per l'instancabile Neil, presente sui palchi italiani proprio in questi giorni; in Earth, però, c'è una di quelle bizzarrie che caratterizzano le ultime uscite del canadese: invece del silenzio o degli applausi del pubblico, tra un brano e l'altro, e altrove, ci sono suoni naturali come api ronzanti, tuoni, uccellini (e uccellacci) assieme a molti altri rumori della natura e delle città. Per quanto riguarda la parte musicale, le canzoni provengono, un po' a macchia di leopardo, dalla sterminata discografia di Young, con significative apparizioni , come Vampire Blues, Human Highway e After The Gold Rush tra i brani d'epoca e ben quattro brani, come ovvio, dal recente The Monsanto Years. La consueta "pièce de résistance" piena di energia e assoli se la guadagna questa volta una versione di ventotto (28!) minuti di Love and Only Love, dove The Promises of Real, la sua più recente e giovane backing band, non fa assolutamente rimpiangere gli scalpitanti Crazy Horse. (Fausto Meirana)

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SPAIN - Carolina

Due anni di elaborazione del lutto. E se il lutto ha un nome e un cognome importante, nella storia del jazz, e per di più la persona era apprezzata e stimata da tutti, è un macigno che bloccherebbe le migliori energie. Passo dopo passo, canzone dopo canzone Josh Haden ce l'ha fatta a superare il tutto, e a costruire il nuovo disco degli Spain, il primo in cui non compare come ospite e consigliere Charlie Haden con il suo basso sontuoso.  A volte per andare avanti bisogna sapersi guardare indietro, nelle orme che ci siamo lasciati alle spalle: e per Josh Haden sono quelle che aveva anche Charlie, le radici country senza né sdolcinatezze, né tentazioni regressive. Per cui, se aggiungete alla produzione e a un'infinità di (eccellenti) strumenti a corda dal veterano Kenny Lyon, il violino e la voce di Petra Haden, le percussioni gentili di Danny Frankel avrete pronto il quadro: canzoni semplici, sottilmente drammatiche e pienamente ascrivibili allo slowcore che costeggiano le medesime sponde country degli Yo La Tengo, lasciando un senso di dolcissima malinconia addosso. Senza un minuto di noia, però. (Guido Festinese)

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MORGENGRUSS - Same

I Morgengruss – nome che i conoscitori dei Popol Vuh subito identificheranno – sono il progetto in chiave solista di Marco Paddeu (Demetra Sine Die e Sepvlcrvm). Questo primo capitolo, che esce per la volitiva e sempre ottima Taxi Driver di Genova, è un gioiello luminescente in sette tracce, con riverberi che paiono provenire dal profondo del cosmo e un intimismo lirico di rara intensità. Forza evocativa e suggestione spaziale sono le parole d'ordine del folk-drone di Morgengruss, un progetto coltissimo (tra le fonti di ispirazione, anche la poesia di William Butler Yeats). Escursioni floydiane prima maniera, fiati vagamente magmiani, arpeggi acustici e post-sludge di ascendenza Neurosis si candidano ad essere punti di riferimento per orientarsi nella galassia Morgengruss, dove atmosfera, suono e ricerca melodica – la prestazione vocale di Marco è sentitissima, sofferta – declinano trame senza tempo, che affondano le loro radici nell'ancestralità di certo kraut rock, per rileggerne schemi e retaggio in modo assolutamente libero, senza alcun vincolo di sorta, nella costante tensione verso la pura espressione timbrica: coinvolgente, sontuosa e tuttavia quotidiana. Fondamentale al riguardo l'uso fatto – sempre da Paddeu, coadiuvato da amici ed ospiti – del sintetizzatore Korg MS20. Pure l'artwork – fantascientifico ed esoterico, insieme – è stupendo, così come il corredo fotografico.

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RADIOHEAD - A Moon Shaped Pool

E se il “Disco Nuovo Dei Radiohead” fosse solo il disco nuovo dei Radiohead? Difficile distinguere le canzoni dal fenomeno quando il gruppo è tanto prodigo d’iniziative e sottintesi (pubblicazioni fulminee, società registrate per ogni album, apparizioni e sparizioni). E però una volta posata la polvere del marketing A Moon Shaped… rimane una delle cose più placide e pacate pubblicate dal gruppo da un bel pezzo a questa parte. Un album arrangiato (molti e belli gli archi) e avvolgente che pesca canzoni anche risalenti (seppure tecnicamente inedite o quasi) e le livella a mo’ di colonna sonora. Il disco riallaccia qualche filo (le ballate esangui di fine anni 90 tornano nelle scalette dei concerti) pur mantenendo il modo futuribile e moderatamente avant dei Radiohead delle ultime ore. Lo si sarebbe detto, un tempo, un (bel) disco di transizione. (Marco Sideri)  

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STEVE GUNN - Eyes On The Lines

Il passaggio alla Matador di Steve Gunn, dalla sotterranea e sperimentale (in chiave folk e popular) Paradise of Bachelors, segna l'approdo ad una formula più agile e fruibile, ma non meno avvincente e interessante. Le sue sono sempre ballate stratificate, iterative e digressive, ma in questo frangente più a braccetto con una certa spensierata cantabilità. A farla da padrone in quest'ultimo "Eyes on the Lines" è un sound superlativo e trascinante, che sa di riuscito amalgama tra neo-psichedelia e folk d'avanguardia. Lo sostiene una band allargata a otto elementi, tra cui spiccano le figure di Nathan Bowles (batteria, banjo, organo), James Elkington (chitarra, lap steel, dobro) e Jason Meagher (basso, chitarra, flauto). Gunn vi raccoglie episodi e racconti, che lui stesso definisce "short stories": caratteri che stanno fra il particolare e l'universale, restituiti con piglio assonnato e una lirica metafisicità. Il tutto in sorprendente e intelligente equilibrio tra un passato ormai mitico (quello della classicità del rock), smagliantemente rievocato, e un futuro ancora da scrivere (sì!), ma come già delineato o preannunciato. Imperdibile. (Marco Maiocco)

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ANOHNI - Hopelessness

Nell’era del tramonto del disco, inteso come album, l’unica salvezza per il vecchio formato (©) è un’unità d’intenti e ispirazione granitica. Insomma, nostalgici a parte, il senso di un disco-intero, nel 2016, sta nell’essere eccezionale: lavoro unico e non fila di canzoni, per quanto belle. Hopelessness lo è. Cambia il volto e le carte in tavola per uno dei progetti più rilevanti della musica di ieri (Antony e i suoi Johnsons) trasformandolo in Anohni, eterea e arrabbiatissima cantante elettronica. Il disco è uno sfogo contro lo stato delle cose (il clima, la guerra, Obama) scolpito su battiti elettronici, e rivoltato dalla voce di Anohni, che non perde per strada un millesimo del suo dramma e della sua forza. Potrà dispiacere (a pochi) la svolta di Anohni già Antony? Poco importa. Questo è un disco con un capo e una coda, un album con cui fare i conti. (Marco Sideri)

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SHAWN COLVIN & STEVE EARLE - Colvin & Earl

Protagonisti: Shawn Colvin, cantautrice americana di indubbia sensibilità artistica unita a oscure inquietudini esistenziali e Steve Earl, di cui molto apprezziamo il talento, la determinazione e l’indomito coraggio di ex “angry young man”. Dalla loro collaborazione nasce un album dalla solida impostazione country-rock che alterna interessanti cover e alcuni ottimi brani originali. I due artisti vantano splendide voci in perfetto equilibrio tra passionalità e malinconia, a tutto vantaggio di brani come Tell Moses, Come What May e la bluesy Tobacco Road di John Loudermilk. Vale la pena di soffermarsi anche sulla splendida ballata di Emmilou Harris Raise the Dead e sul classico firmato Jagger Richard per cogliere la varietà degli spunti e il rigore stilistico dei due artisti, accentuato dalla produzioe di Buddy Miller. Chi si concederà l’edizione Deluxe avrà modo di ascoltare anche una cover dei Beatles, Baby’s in Black. Shawn Colvin e Steve Earl hanno avviato una collaborazione destinata a proseguire nel tempo? Visti i risultati, c’è da sperare che quest’album non resti un episodio isolato. (Ida Tiberio)

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HUGO RACE FATALISTS - 24 Hours To Nowhere

Ci sono musicisti monolitici (dediti a un suono solo e alle sue sfumature per una vita intera) e musicisti diffusi (che bazzicano luoghi e suoni diversi, per vedere l’effetto che fa). La chiave, per entrambi, è la personalità: se manca, sono dolori. Se, invece, c’è, allora anche ripetizioni e deviazioni possono affascinare. Hugo Race ha personalità, ed è vagabondo, per natura. Qui (insieme agli italiani Fatalists) incarna il lato folk e ombroso della sua ispirazione in ballate rotonde e riuscite. Ci sono arpeggi, duetti, sospiri, qualche accenno rock ma, perlopiù, molta atmosfera e una voce profonda; vale a dire: i due ingredienti chiave di certo cantautorato da punk pentiti. È facile che questo disco (bello il titolo che pare un film di serie B) si perda nella confusione intorno. Peccato, però, perché, nel suo genere, non gli manca proprio nulla. (Marco Sideri)

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STEFANO BOLLANI - Napoli Trip

Un disco su Napoli e la sua musica? Ci vuole tutta la folle irriverenza di Stefano Bollani per provare a confrontarsi con un repertorio così rischioso (e in fondo poco frequentato dal jazz) sfidando al contempo la critica e il pubblico più ‘raffinati’. Eppure dopo il progetto intorno a Zappa e lo sfizioso “Arrivano gli Alieni” (cui si è aggiunto un “Live from Mars” uscito in edicola recentemente), per “Napoli Trip” il nostro pianista più talentuoso non ha esitato a confrontarsi con nuovi compagni di viaggio. Se per la scrittura di originali e l’arrangiamento di standard della tradizione (“Il bel ciccillo”) la scelta di Daniele Sepe – il più zappiano degli artisti italiani odierni – poteva quasi sembrare obbligata, l’inedito incontro con il dj norvegese Jan Bang si rivela sorprendentemente proficuo (“’Nu quarto ‘e luna” e “Sette”). 

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