Diario del 1 luglio
Il libro del Diario rimane anche oggi al centro dell'attenzione; molte le richieste e in aggiunta molti discorsi sul lungo articolo a lui (il Diario) dedicato dalla Gazzetta del Lunedì. Il commento più efficace è quello del Pluriespulso, in risposta a un cliente che mi chiedeva se ero contento per l'improvvisa notorietà, Carlino ha sinteticamente commentato. "Giancarlo se lo meritava, sarà ricordato per parecchi anni". Mi sono toccato, no, non nel senso che pensate voi, ma proprio per vedere se ero ancora di carne e ossa, oppure un puro spirito (anche se a dire il vero, non mi ricordavo il momento della mia dipartita).
Mi riporta sulla terra un esordiente cliente (teorico), "Avete niente di musica regionale, tipo di Portofino?", rimango interdetto e biascico un "No", ma lui conferma "Eppure esiste l'ha fatta un complesso inglese.
Countdown: - 536 al cinquantesimo di Disco Club!

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STEVE EARLE al Mojotic Festival

Al Mojotic Festival mancava forse, tra i nomi di quest'anno, una voce meno 'di grido' ma più autorevolmente classica come quella di Steve Earle; l'esibizione del cantautore texano, in perfetta solitudine, è stata disturbata solamente da una serata piuttosto fresca, dominata da una brezza piuttosto fastidiosa. In compagnia di una chitarra acustica e una manciata di armoniche (più un mandolino nella parte finale del concerto) Earle ha giocato un po' con il suo ampio repertorio, concentrando la scelta sui dischi della 'rinascita', quelli usciti dopo il periodo nero della tossicodipendenza e del carcere, anche se c'è stato spazio per classici come Guitar Town, Copperhead Road e The Devil's Right Hand; non sono mancati neanche i consueti omaggi a Woody Guthrie (Christmas in Washington) e a Townes Van Zandt, i due potenti fari che guidano, da tempo, il percorso artistico di Earle. Lo scorrere piuttosto costante della scaletta ha comunque rivelato una certa verve comunicativa da parte del cantautore, contento di ricordare il contributo italiano all'informazione e al finanziamento sul tema delicato della pena di morte negli Stati Uniti, ringraziando le associazioni che hanno tentato di sensibilizzare i vari governi. Una serata da incorniciare, con l'unico rammarico delle gradinate non troppo affollate. (Fausto Meirana)

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CROSBY, STILLS, NASH & YOUNG - CSNY 1974

Ventiquattro date, tra Stati Uniti, Canada e Inghilterra. Quaranta canzoni, come sono quaranta gli anni che ci separano da questo tesoro ritrovato. Centottantasei pagine di libretto, con decine di foto mai viste prima, e un dvd, se non vi fosse bastato il tutto. A volte le cifre secche e l'aridità aritmetica rischiano di affossare il sogno, per cui fate finta di non avere letto nulla fino a questo punto. Perché il punto vero è che CSNY 1974 non è una serie di numeri. E' lo scrigno perduto della California libertaria che fu: perché oggi bisognerebbe spiegarlo nei licei cosa voleva dire il verso “We are leaving, you don't need us” che trovate in Wooden Ships. O che dire che se uno si era “quasi tagliato i capelli” ( Almost cut my hair) non era faccenda estetica, ma etica. Non c'entravano i gusti personali né lo stile. E che l'inedito tassello Goodbye Dick cantato da un divertito Neil Young al banjo era dedicato a un presidente che mandava i ragazzi a morire in Vietnam nel fango, e fu travolto dal suo stesso fango mediatico. Con tutto il rispetto per i gentiluomini retromaniaci come Jonathan Wilson o Fleet Foxes, quel suono era già tutto qui. Ascoltare senza pregiudizi, come si suol dire. E bastava e avanzava, a giudicare da quanto emerge. Il resto è lezione ed esercizio di calligrafia. (Guido Festinese)

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NEIL YOUNG - A Letter Home

Neil Young gioca, come spesso gli capita, si diverte a tornare ragazzino o giù di lì, entra con chitarra e armonica in una di quelle vecchie "cabine telefoniche", che un tempo si utilizzavano per la registrazione elettromeccanica. Scrive, o meglio registra un messaggio per la madre (soprattutto a questo sul finire degli anni '40 del secolo scorso servivano quelle cabine), saluta i suoi da lontano, lui è in viaggio, dice cha va tutto bene, e poi comincia a snocciolare una manciata di perle dal ricchissimo canzoniere della folk and country song (e non solo), che racconta di aver trovato insieme all'amico Jack, alias il produttore Jack White, il tizio che possiede quella specie di "scatola", dalla quale è possibile inviare messaggi, dare proprie notizie.

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THE UNITED STATES OF AMERICA – The United States Of America

Quando di parla di primo progressive americano vengono sempre in mente i notissimi ma tediosi (a parere di chi scrive) Vanilla Fudge o gli eredi della loro psichedelia organistica Poliphony (autori di un solo rarissimo album su Eleventh Hour, l'etichetta dei Mason, nel 1971), molto alla Nice. Di rado si parla degli oscuri H.P. Lovecraft di Chicago – forse il primo gruppo dark prog di sempre – o dei Sopwith Camel (Norman Mayell, poi nei Blue Cheer degli ultimi tre dischi, transitò fra le loro fila), così come poco si dice in genere del duo Silver Apples – responsabili di due dischi nel 1968-69, tra le primissime band elettroniche della storia – o dei Jasper Wrath (un LP nel 1971, tra Moody Blues e Renaissance). Pochi, malgrado il valore, rammentano infine Gandalf, Lamb, Lothar and the Hand People e United States of America. Per questi ultimi, un sestetto di New York, un ritorno d'interesse può finalmente venire ora dalla riedizione con dieci bonus track (che raddoppiano in pratica il vinile originario, uscito per la Columbia, nel lontano 1968), della sempre benemerita Esoteric. Il gruppo di Joseph Byrd (macchine elettroniche, tastiere, piano) e Dorothy Moskowitz (voce solista), coadiuvati da Gordon Marron (violino elettrico, modulatore ad anelli), Rand Forbes (basso), Craig Woodson (batteria) e Ed Bogas (tastiere aggiunte), si formò nel 1967 e partecipò allo storico Monterey Pop Festival, nel medesimo anno.

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THE BLACK KEYS - Turn Blue

È come non è, i Black Keys sono diventati delle stelle (star) di prima grandezza. La storia è simile a molte prima: esordi a bassa fedeltà e alta passione; anni per cantine e furgoni a inseguire il proprio personale blues; poi, BUM!, il successo, nello specifico con El Camino (2011) e la sua ipotesi di Rolling Stones pompati da steroidi. Turn Blue è il disco del dopo (sbornia, successo) e abbandona l’immediatezza blues rock del predecessore in favore di un passo soul sornione ed elettrico. Il suono del gruppo si è espanso dallo scarno chitarra/batteria degli esordi fino a comprendere tastiere, organi e sintetizzatori, che sfumano e ispessiscono i brani. E così i Black Keys si ritrovano spaparanzati in una dimensione molto anni 70, che se ci piacessero le definizioni e i generi posticci (cosa che non è) potremmo chiamare soul blues prog rock. Paiono starci comodi. (Marco Sideri)

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LEE FIELDS - Emma Jean

Lo spudorato revival soul che da qualche anno guadagna una piccola fetta di ribalta (centro pulsante: la newyorchese Daptone) è un filo irritante. Perché è proprio revival in senso stretto: soul music come ne faceva la Motown (o la Hi, o la Stax) ma cinquanta anni dopo. Non una virgola, o una goccia di sudore, di differenza. Questo in generale, poi escono dischi come Emma Jean e si fa volentieri la pace con le tendenze retrò della formula. Lee Fields in gioventù era scalmanato e funky; ora che giovane non è più, mischia quella spinta danzereccia a melodie riflessive e arrangiamenti diretti. Il risultato è un disco tondo e coinvolgente, curato fin nel dettaglio più piccolo, cullato da una voce che non soffre il passaggio del tempo anzi, in certa misura, ne guadagna in fascino e profondità. Riassumendo: non fidatevi del revival soul; fidatevi di Lee, e di questo disco. (Marco Sideri) 

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RICHARD THOMPSON - Acoustic Classics

A nostra memoria e conoscenza non c'è un disco di Richard Thompson che non meriti un meditato e grato ascolto. Anzi possiamo tranquillamente sostenere che ogni sua pubblicazione rappresenti una sorta di piccolo grande evento. Sempre troppo alta la qualità dell'ispirazione, la profondità della ricerca, l'abilità tecnica di questo straordinario chitarrista e songwriter, padre del folk rock britannico, la cui opera è davvero una sorta di romanzo senza fine, capace di stagliarsi (sì) sulla "limacciosa" formulaicità della popular music, ma solo per procedere di continuo ad arricchirla, reinventarla, e senza compiacimenti. Qualcuno prima o poi dovrà (per esempio) affrontare, attraverso opportuni studi e approfondimenti, la questione del singolare stile chitarristico di Richard Thompson, forse (ci viene da azzardare) l'unico grande chitarrista della storia del rock e della popular music (in questo senso potremmo associargli probabilmente il solo Steve Hackett, e ovviamente per altri versi), che, prescindendo dal suo già personalissimo tocco, non affondi particolarmente le proprie radici nei cliché e nelle formule del blues.

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THE FELICE BROTHERS - Favorite Waitress

Ogni tanto c’è   bisogno di ascoltare un disco così, strutturato come un piccolo  libro di racconti da portare in vacanza; un disco estivo, festivo, ovviamente ‘’Felice’’ anche se, per la verità,  non tutte le tracce sono solari come le due che aprono il disco. I fratelli Felice, lasciato alla carriera solista il batterista Simone Felice (il suo recente ‘Strangers’ merita l’ascolto, comunque) percorrono con leggerezza trenta quarant’anni di rock americano passando dalla Band ai Wilco, e proprio di questi ultimi  sembrano  essere un versione meno cupa e cerebrale. D’altronde il  disco sembra registrato in grande armonia, probabilmente condito di bevande ‘allegre’, a giudicare da certi cori un tantino sgangherati e dall’ improvvisa apparizione il latrato di un cane, magari intrufolatosi clandestinamente nello studio… (Fausto Meirana)

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