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ACOUSTIC NIGHT 15 - "Italian - Americans"
ACOUSTIC NIGHT 15 - "Italian - Americans"
Genova - TEATRO DELLA CORTE
 6-7-8-9 MAGGIO, 20:30 
con
BEPPE GAMBETTA 
KATHY MATTEA
FRANK VIGNOLA
VINNY RANIOLO
 
Con Acoustic Night 15Beppe Gambetta porta sul palcoscenico del Teatro della Corte un esempio di ciò che esprime la cultura italoamericana oggi nel campo della musica indipendente. Gli artisti ospiti racconteranno non solo se stessi e il loro percorso artistico, ma daranno anche spazio alla celebrazione della musica dei loro grandi predecessori, raccontando ad esempio di come Eddie Lang, padre indiscusso della chitarra jazz, fosse nato Salvatore Massaro da una famiglia molisana di Philadelphia, o Nick Lucas, primo chitarrista americano a incidere un brano per chitarra nel 1922, fosse nato Dominick Lucanese a Belleville nel New Jersey.

Il contributo artistico dato dagli emigranti italiani e dai loro discendenti alla cultura delle Americhe è un patrimonio che riserva scoperte e sorprese inaspettate e che forse non è mai stato ricercato e studiato abbastanza. Approfondendo questo tema si scopre una moltitudine di artisti che nell'arco di più di un secolo si sono espressi in campi diversi e il cui impatto è rilevante quanto quello delle grandi stars riconosciute come Frank Sinatra, Liza Minelli o Bon Jovi, che alla fine sembrano solo essere la punta di un gigantesco iceberg.

Il successo di tanti artisti italoamericani prova quanto "l'italianità" sia un patrimonio di talenti che riesce a esprimersi e ad affermarsi pienamente soprattutto quando è inserito in un tessuto sociale e culturale che li sa valorizzare. E questa riflessione si ricollega naturalmente all'eterno dilemma dei “cervelli” italiani in fuga impossibilitati a valorizzare le proprie capacità a casa nostra.

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RYLEY WALKER – Primrose Green

Riley Walker, assieme alla crema dei musicisti jazz e folk dell’area di Chicago, prosegue nel suo personale viaggio nel tempo, rischiando forse  di apparire derivativo nell’insistente ricerca di suoni e atmosfere del folk-rock inglese, aggiungendo però uno stile vocale che chiama in causa un’altra dimensione artistica, questa volta ‘di casa’, ovvero Tim Buckley; quindi, assieme a canzoni  che evocano il miglior John Martyn convivono  ritmiche che sembrano uscite dal repertorio più jazzato dei Pentangle, e in queste occasioni sembra proprio il contrabbasso di Danny Thompson a cucire la trama assieme a Terry Cox… Nonostante questi paletti irremovibili, il disco è molto ispirato ed intenso specie nella manciata di strumentali nei quali Walker dimostra la propria maestria con la chitarra, chiamando paragoni illustri con  musicisti come John Fahey, Bert Jansch o con le sei corde mistiche di Bruce Cockburn. (Fausto Meirana)

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BUENA VISTA SOCIAL CLUB - Lost And Found

Era lo scorcio degli anni Novanta, Ry Cooder s’era messo in testa (e che testa, la sua) di far riunire in session parecchi musicisti africani, che sui dischi prodotti a Cuba s’erano formati, e una scelta di musicisti dell’Isola caraibica che proprio prendendo le mosse dalle note della tradizione afroamericana avevano sviluppato un suono loro, il son. La storia prese un’altra piega, come sappiamo:  i musicisti africani a Cuba non arrivarono, in compenso Ry Cooder a spasso per Cuba assieme al figlio riunì le vecchie glorie del Buena Vista Social Club, un po’ come se da noi qualcuno, in piena era prog rock, avesse riportato Carosone e Buscaglione sugli scudi. Scherzi a parte, Buena Vista Social Club fu un trionfo, grazie anche al film di Wim Wenders, e dodici milioni di persone si portarono a casa il disco con le sinuose canzoni di Compay Segundo e compagni. Ecco apparire ora un secondo capitolo di inediti, Lost and Found, o meglio, due brani inediti, e parecchi dal vivo. In coincidenza con il tour d’addio dei superstiti, diciotto anni dopo. Dagli studi Egrem arrivano solo Lagrimas Negras di Omara Portuondo, e Macusa con Compay Segundo. Grande musica comunque, grandi nostalgie, grande operazione di marketing. (Guido Festinese)

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FOTHERINGAY – Nothing More – The Collected Fotheringay

Un cofanetto di tre cd e un dvd per un gruppo che in vita ha inciso un solo album? Di primo acchito verrebbe da pensare a una speculazione discografica e invece Nothing More è proprio una bellezza per la cura della confezione, per l'interesse documentario delle note e, soprattutto, perché c'è Sandy. Dunque, i Fotheringay furono il gruppo post-Fairport Convention di Sandy Denny e durarono poco più di un anno. Dal punto di vista strumentale erano più convenzionalmente folk-rock dei Fairport, ma Sandy aveva nel cassetto una sequenza di ballate struggenti (in grado di eclissare le vacuità simil-country proposte dal fidanzato Trevor Lucas) e a queste aggiunse l'interpretazione da brividi del traditional guerra-e-morte Banks Of The Nile. Ne uscì l'album Fotheringay che nel 1970 ebbe passabile successo.

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CALEXICO - Edge of the sun

La band di Tucson, che viaggia verso i vent’anni di attività, chiude con Edge Of The Sun  un’immaginaria trilogia meticcia cominciata con Carried To Dust e  proseguita con Algiers. Parliamo di trilogia per l’evidente continuità di temi e  suoni e per il fatto che quest’ultimo capitolo sembra condensare quanto di buono c’era nei precedenti aggiungendo alcune novità come  la presenza di molti ospiti (Sam Beam/Iron &Wine, Amparo Sanchez, Carla Morrison e molti altri, tra i quali la preziosa steel guitar di Greg Leisz) e l’innesto di nuovi suoni e influenze, come i synth analogici e le  ritmiche di sapore moderatamente  giamaicane. Inoltre, nell’indispensabile bonus disc dell’edizione deluxe ci sono sei brani che gettano le basi per il futuro dei Calexico, con in evidenza il soul ‘frontaliero’ di Calavera e le influenze mediorientali di Roll Tango. (Fausto Meirana)

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SCOTT MATTHEW - This Here Defeat

Ritorna Scott Matthew, l'australiano con base newyorchese. E non attendetevi svolte clamorose, dal barbuto artigiano di note disposte su ogni altezza di pentagramma della malinconia. Ritorna per presentare  dieci canzoni tanto scarnificate nella veste esteriore quanto emotivamente devastanti. La cosa curiosa è che, strumentalmente, questo quinto disco è anche il più ricco e variegato di Matthew: con tocchi di elettrica, archi, voci a rinforzo, un Fender Rhodes, e via citando. Ma tutto trascolora sullo sfondo dell'inquietudine. E ovunque trionfa ( si fa per dire, per un album che nel titolo ha la parola “disfatta”) la voce del Nostro, quasi un Costello preso dai diavoli del blues tendenti al nero notte, un Thomas Dybdahl che abbia deciso di non voler più consolazioni da parte della vita, tranne il coraggio di scrivere canzoni come queste. Belle, ma da dosare omeopaticamente pena auto-compiacimenti pericolosi. (Guido Festinese)

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BLUR - The Magic Whip

Nel novero dei grandi ritorni si aggiungono, con somma attesa da parte dei fans più accaniti, i Blur. C'è subito da dire che si tratta di un lavoro decisamente bifronte: si ritrova con estremo piacere la gioia britpop delle lallazioni di Damon Albarn declinate in forma canzone e ci si confronta con tutti gli anni e le esperienze che hanno passato i musicisti durante  questi lunghi anni di separazione e viaggi. In effetti, nelle canzoni meno accessibili si accede alle pellegrinazioni etniche di Albarn e ci si sollazza in una sorta di atlante geomusicale decisamente sfaccettato. Il pop di purissima estrazione inglese è però la parte vincente del disco, perfetto nella costruzione, impreziosito da una discreta elettronica, più che maturo. Inutile segnalare una canzone piuttosto che una atmosfera, il lavoro si prende in blocco, con un pò di nostalgia per i tempi andati ed un binocolo puntato sul futuro. (Marcello Valeri)

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WIRE - Wire

Questo è il primo album di una promettente band che si chiama Wire e che si intitola Wire. Da qui in poi, fosse vero, la recensione prenderebbe toni sensazionalistici, tipo: il futuro comincia da qui oppure se son rose fioriranno. Nix, gli Wire, tre su quattro, girano sui 60 anni, han cominciato nel 1977, questo è il loro 14° disco, in mezzo è successo di tutto. Della band originale manca solo Bruce Gilbert, sostituito da un lungocrinito giovine che non ne fa sentir la mancanza (anche se le perturbazioni noise che mancano, mancano), il cantato è tutto Colin Newman, basso e batteria Lewis e Grey. Semplicità. Immediatezza. Dono della sintesi. Né una nota di più né una di meno. Se un brano deve durare un minuto e rotti, in quella misura c'è tutto. Compiutezza. 11 brani che iniziano con le strutture geopop di Bloggin' e finiscono nell'incubo Harpooned. Misura. Futurismo del passato. Il casino è adesso, aspettare il prossimo visto che questo l'ho già consumato. (Marcello Valeri)

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SETH AVETT & JESSICA LEA MAYFIELD - Sing Elliott Smith

Sono ormai dodici che Elliott Smith è scomparso, quindi questo omaggio giunge certamente fuori tempo massimo,  ma è ugualmente importante. A riproporre le sghembe,  delicate canzoni di Smith ci pensano Seth Avett, la metà degli Avett Brothers,  gruppo country atipico del North Carolina, e Jessica Lea Mayfield, una cantautrice  dell’Ohio poco conosciuta qui da noi. I due stanno molto  attenti a non stravolgere troppo gli arrangiamenti originali, talvolta eccedendo in senso contrario, trattando molto  filologicamente il materiale; per fortuna   il contrasto tra la voce femminile della Mayfield e quella di Avett creano un minimo di distanza. Rimane un non so che di troppo pulito, di angoli troppo smussati e intonazioni precise, tutto quello che le canzoni di Elliott Smith non hanno mai posseduto del tutto. Piacevole da sentire, comunque, ma un po’ troppo ben confezionato. (Fausto Meirana)

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