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Terzo sabato del mese di aprile, quest'anno cade il diciannove, si celebra il Record Store Day. In ogni negozio di dischi che si rispetti gli appassionati si ritrovano alla ricerca delle edizioni speciali in vinile che le case discografiche hanno stampato per l'occasione. Si va dal quarantacinque inedito di Paul Weller su etichetta Virgin, al 78 giri di Albert Ammons per la Blue Note, da un EP dei Rolling Stones a un dodici pollici dei Joy Division (con una copertina discutibile a dire il vero). I quotidiani hanno dato ampio spazio all'evento, su tutti i siti web rimbalza la storia di Chris Brown, il commesso di un negozio di dischi statunitense che nel 2007 ha ideato la ricorrenza. In tutti gli articoli grande risalto ai numeri che confermano la rinascita del vinile le cui vendite sono in costante ed esponenziale aumento: per amor di chiarezza serve dire che i dati di partenza sono così bassi che nonostante gli incrementi percentuali siano enormi il mercato della musica resta drammaticamente e implacabilmente in crisi. Tanto che il giorno dopo, a festa appena consumata, a cadavere ancora tiepido, su Repubblica ecco le due pagine d'inevitabile contrappasso: "La musica è (di nuovo) finita" è il titolo scelto per il pezzo di Luca Valtorta che passa in rassegna una serie di libri e articoli in cui si chiarisce la perduta centralità della musica, tanto che la sentenza giunge inesorabile: "dopo il boom del grunge, il rock non ha più creato una vera controcultura". Probabile, in questa rubrica lo andiamo scrivendo malamente da qualche tempo; d'altronde la presunta centralità (Marx non sarebbe stato d'accordo per esempio) è comunque un breve episodio nella storia (così come la supremazia economica dell'Occidente; ma questo è un altro discorso). Ma sabato, durante la diretta radiofonica in onda da Disco Club sul sito web di Radio Gazzarra (grazie a Matteo Casari, ad Antonio Vivaldi, a Omar Sideri che l'hanno brillantemente condotta) mentre i clienti si succedevano raccontando il loro rapporto con la musica e con il negozio di dischi capita anche di sentire due ventunenni che rivelano il loro amore per Frank Zappa e gli Aphrodite's Child. Ne parlano con competenza, con orgoglio, quasi con affetto. E allora, sebbene il rock abbia perso la sua centralità sociale e la musica sia forse in via d'estinzione (ma non sarà la solita solfa degli anziani che non ritrovano più in giro i loro punti di riferimento?) ecco emergere una sorta di centralità individuale, altrettanto importante, che riannoda i fili con un passato confuso e sconosciuto quanto il presente che ci circonda. E ogni singola canzone che ci aiuta in questo, serve egregiamente il suo scopo; e forse non è giusto chiedere di più alla musica. Un buon Record, comunque.

vedi sotto galleria fotografica della giornata a Disco Club

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BEN WATT - Hendra

Sono passati trentuno anni dal precedente album (e da un Ep con Robert Wyatt); sembrerebbe una di quelle storie alla Rodriguez: artisti mancati che riappaiono dopo decenni di anonimato in lavori improbabili e poco gratificanti. Non è il caso di Ben Watt, metà Everything but The Girl (con la moglie Tracey Thorn), una sfilza di successi planetari alle spalle, un’attività da DJ acclamato in giro per il Regno Unito. Ma questo è anche l’anno in cui ha dato alle stampe un libro dedicato ai genitori “Romany e Tom”, un momento in cui Watt sta facendo i conti con il passato. Lo fa con un disco leggiadro, quasi interamente acustico, con ballate alla Costello ("Matthew Arnold's Field" e “Levels”, con David “Floyd” Gilmour alla steel guitar) e sprazzi decisamente più rock (“Nathaniel”). Un disco sincero e riuscito. (Danilo Di Termini)

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IAN ANDERSON - Homo Erraticus

Jethro Tull o Ian Anderson, sottigliezze nominali e nulla più. In un panorama dove la senilità dei musici si trasforma in mollezze alla pizzaiola, spacciate sovente  per capolavori riflessivi mentre, in realtà, spesso trattasi di spaventosa latitanza di idee o cateterismo acuto, Anderson se ne torna con un concept di altissimo livello che può tranquillamente assestarsi tra i migliori capo/lavori classici della casa madre JT. Vuoi perché con sta roba ci si è cresciuti, vuoi perché l'affacciarsi di nuovi talenti,veri e non reality-derivati, è sempre più sparuto, celebro le glorie di "Homo Erraticus" e confesso subito che, dopo averlo adocchiato, la spinta all'ascolto è stata più per curiosità che per vero amore. Diciamo quindi che la grammatica Jethro Tull è tutta perfettamente declinata nell'arco dell'intera opera: immancabile il flauto trademark, immutato il birignao espositivo di Anderson, risulta impossibile resistere alle seduzioni prog rock folk blues, finanche, metal, in un calderone che tanto sa di campagna inglese dopo una tenue pioggia. Inutile evidenziare un pezzo rispetto ad un altro, la coesione del racconto non lo necessita. Comunque a fronte dei suoi 67 anni Ian Anderson si assicura un aumento di pensione ben meritato. (Marcello Valeri)

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MOTORPSYCHO - Behind The Sun

Il primo consiglio è di tapparsi gli occhi, e lasciar perdere l'orrida copertina: qualcuno metta ai domiciliari chi illustra i dischi dei norvegesi, che tanto varrebbe fossero tutti in bustine trasparenti. Il secondo è di ricordarsi la massima del Belzebù Bianco Romano: il potere logora chi non ce l'ha. Loro, un quarto di secolo di reame nell'indie rock più auto-indulgente, feroce e spesso riuscito della scena non intendono mollare l'osso del potere. E, fortificati dall'aggiunta in pianta stabile di un eccellente chitarrista come Reine Fiske, sfornano un signor disco che, tanto per citare i primi tre affondi, omaggia nell'ordine: i Led Zeppelin di Houses Of The Holy, i King Crimson del '72, i Black Sabbath più maturi. Poi arrivano bordate space rock, assortite avventure avantgarde, e via aggiungendo spezie sonore. Per gente che s'è fatta venire i capelli grigi a forza di watt, mica poco. (Guido Festinese)

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JOAN AS POLICE WOMAN - The Classic

Non ha convinto il Guardian (al contrario inspiegabilmente molto ben disposto verso Sharon Jones) questo tuffo nella black music di Joan Wasser, una decisa virata verso territori più gioiosi rispetto ai suoi precedenti album. Invece se l’apertura di “Witness” e di “Holy City” (ispirato da una visita a Gerusalemme)colpiscono apparentemente in superficie, il doo-woop (con l’aiuto di Joseph Arthur e di Reggie Watts) del brano che dà titolo al disco va dritto al cuore. E più ci si addentra tra le dieci canzoni, più si scopre un’anima anche scura e tormentata, come nella psichedelica “Good Togehther”, elegiaca nella cristallina “Get Direct” o lisergica in “New Year’s Day”. Fiati, organi e chitarre, tutto in regola; che finalmente il retro-soul abbia finalmente trovato il modo di guardare avanti? (Danilo Di Termini)

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CHICAGO UNDERGROUN DUO - Locus

Il multiforme collettivo di Chicago (la formazione varia attorno alle figure centrali di Rob Mazurek e Chad Taylor) fin dagli esordi nel 1998 per l’etichetta dei Tortoise, è stato uno dei primi a collocarsi in un ambito post-jazz, confondendo la matrice black con ritmiche e sonorità più rock ed elettroniche. Se in alcuni casi quest’ultime prendono il sopravvento (l’Esbjorn Svensson trio o i Bad Plus) nel Duo la presenza del cornettista Mazurek e il peso della tradizione chicagoana (Art Ensemble in testa) fa propendere l’ago decisamente verso un free contemporaneo, innervato dall’Africa (“Yaa Yaa Kole”, dal Ghana) o dall’Oriente dell’ipnotica “Kabuki”. La chiusura di “Dente” in cui l’elettrowave si scioglie in un crescendo di fiati dapprima caotico e poi placato, riassume felicemente il senso del disco. (Danilo Di Termini)

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TWIN FORKS - Twin Forks

Dopo alcuni interessanti EP e svariati anni di “militanza” musicale nei piccoli club della provincia americana, i Twin Forks hanno ritenuto che i tempi fossero maturi per l’agognato album d’esordio. E la gradevolezza di queste dodici ballate sospese tra folk e sonorità indie, sembra dar loro ragione. Il fulcro creativo del gruppo è senza dubbio il chitarrista e songwriter Chris Carrabbas, voce intensa e graffiante abbinata a un lucido talento compositivo. A lui si devono le belle atmosfere acustiche e “roots” dell’album. Ma vale la pena di segnalare il contributo artistico di Suzie Zeldi, cantante e mandolinista, capace di infondere un tocco di intensa delicatezza a brani come Can’t be Broken” o Kiss me Darling". Da segnalare anche un bell’esempio di songwriting classico e ammaliante come Done Is Done. Album dignitoso e gradevole, dunque, quello dei Twin Forks. Si attende fiduciosi una seconda prova discografica. Convincente al di là di ogni dubbio. (Ida Tiberio)

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AFGHAN WIGHS – Do To The Beast

Sono passati sedici anni dall'uscita di 1965, ultimo atto della carriera dgli Afghan Wighs, amati da molti, ma in fondo mai arrivati al successo che avrebbero sicuramente meritato. In questo periodo Greg Dulli ha fatto tante cose: ha suonato e cantato in altre band (soprattutto Twilight Singers e Gutter Twins), ha prodotto molti dischi e fatto parte di progetti più o meno riusciti. Oggi ritorna con Do To The Beast, riunendo gli Afghan Whigs, ma con una nuova formazione che esclude il chitarrista storico Rick McCollum e dà invece il benvenuto a una lunga lista di collaboratori. Altri cambiamenti, più importanti per l'ascoltatore, riguardano il fatto che, rispetto ai dischi centrali della vita della band, come Congregation e Gentlemen, il soul è messo decisamente da parte: Do To The Beast è un album molto più classicamente rock; inoltre la voce di Dulli, sarà l'averla troppo usata, sarà l'età, non è più quella di una volta, apparendo a tratti affaticata, a tratti inadeguata nei toni troppo alti o troppo bassi.

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DUM DUM GIRLS - Too True

 

Il nuovo album delle DDG non ha ricevuto grosse acclamazioni, sulla stampa specializzata o meno. Anzi, diciamo che non ha ricevuto acclamazioni punto, che a ben vedere è piuttosto strano in epoca di lode diffusa e quasi automatica. Il motivo, come confermerebbe il Signor Occam, è che il nuovo album delle DDG non è un granché, anzi. Tuttavia è un disco grezzo e pop che, pur non essendo un granché, riesce a non esserlo in modo esemplare. L’idea è, si presume, inserire tastiere, sintetizzatori e piccole occhiate disco sulla formula di garage emotivo dei dischi precedenti; dischi dove le DDG si sono elevate sulla massa degli speranzosi grazie a una scrittura sicura (ascoltate Bedroom Eyes) e a una personalità compiuta. Qui l’obiettivo va fuori fuoco: ma l’entusiasmo, gli accenni girl group, e i suoni di quasi plastica non sono nocivi. Anzi, ti fanno affezionare. (Omar)

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