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JESU/SUN KIL MOON - Same

È più che plausibile che Mark Kozelek (SKM) si sia rimbecillito, inacidito, imbolsito, incaponito. Un tempo era un malinconico indie-menestrello; oggi è al centro di polemiche varie per presunti (o meno) atteggiamenti sessisti, interventisti, politicamente scorrettisti. La sua musica ha seguito una traiettoria simile: era lenta e melodiosa; è ruvida e scontrosa. È però, d’altra parte, musica estremamente personale che riesce in tempi di omologazione costante a risultare riconoscibile, solida e, piaccia o meno, unica. Qui Mark parla a raffica su lunghe ballate cui Jesu (Justin K Broadrick) impone bordate di elettricità chitarrosa, che non guasta per nulla (come non guasta un cameo dei Low). Pensate a J/SKM come a una versione ruvida del recente connubio Scott Walker / Sun O))): un veterano bizzoso e una fiera controparte sonica. Per pochi, ma fortunati. (Marco Sideri)

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BILL FRISELL - When You Wish Upon a Star

Se dovessimo scegliere un solo pregio tra i tanti del chitarrista di Baltimora non avremmo dubbi nell’individuare nello stile unico, originale e riconoscibile, la peculiarità più essenziale. Spesso i pregi coincidono con i difetti e a volte i suoi dischi, complice anche una certa prolificità, risultano a tratti risaputi se non stucchevoli. In questo album, dedicato ad alcune celeberrime colonne sonore, grazie anche ad un interessante gruppo allestito per l’occasione (Eyvind Kang alla viola, Thomas Morgan al basso, Rudy Royston alla batteria e la voce di Petra Haden, la figlia di Charlie, già con il chitarrista in un disco in duo di qualche anno fa), il rischio del ‘birignao’ viene quasi sempre scongiurato: in particolare alcune reinterpretazioni sono molto riuscite, “Psycho” e ”The Shadow of Your Smile” per esempio; ma ripensando alla potenza del disco del 1985 “The Big Gundown”, in cui John Zorn rileggeva l’opera di di Ennio Morricone riunendo la crème dell’avanguardia di quegli anni (tra cui Frisell), si rimpiange la capacità che avuto il jazz di reinterpretare la realtà per trasformarla in maniera vitale e non consolatoria. Resta comunque un ottimo disco, uno dei migliori di sempre di Frisell. (Danilo Di Termini)

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TORTOISE - The Catastrophist

Quando si è nati con un'etichetta addosso che è sicuramente un'etichetta come tutte le altre, nel nodo della musica, ma che contiene un fondo di verità evidente, è difficile poi scrollarsela di dosso. Se ad esempio vi chiamate Tortoise, e quando avete pubblicato il primo disco (nel 1996!) vi hanno detto che suonavate “post rock”, è ben difficile che nel prosieguo possiate evitare quel “post” appiccicato. Significa che, qualsiasi cosa suoniate, avrà sempre un retrogusto di cocci sparsi assortiti di altre musiche, e così sia. Devono aver nervi ben saldi, in cassa Tortoise. Per fortuna. Così possiamo gustarci un disco dai chicagoani come questo The Catastrophist, che parte come un richiamo gentile agli arpeggi canterburyani di TNT, e viva via assume baldanzose, implacabili spire muscolari come nelle ultime prove, con quell'elettronica povera e smargiassa che a volte fa sembrare i Tortoise come gli antenati di certo kraut rock anni Settanta. Invece sono i nipoti, o forse i pronipoti. Sta di fatto che il “catastrofista” suona bene, come l'opera di una strana nuova band che guarda al passato trash glam di David Essex (Rock on, addirittura: voce di Todd Rittmann) e al mondo di mezzo degli Yo la tengo (Yonder Blue: ugola di Georgia Hubley). Abbiamo detto “voci”: già, perché per la prima volta corde vocali attraversano le ingenue e perverse geometrie strumentali della tartaruga. Alla fine ce l'hanno fatta: i post rockers Tortoise hanno confezionato un disco post Tortoise. Dunque Tortoise. Il futuro non è ancora scritto, dicevano i punk qualche decennio fa. (Guido Festinese)

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TRIXIE WHITLEY - Porta Bohemica

Trixie è la figlia del chitarrista e songwriter americano Chris Whitley, scomparso una decina d’anni fa. Nata in Belgio, risiede da tempo a New York e, nonostante non abbia ancora raggiunto la trentina, ha già collaborato con nomi eccellenti come Marc Ribot, Robert Plant, Marianne Faithfull, Joe Henry e molti altri. Porta Bohemica è il suo terzo disco, dedicato ad un treno che attraversa l’Europa Continentale, forse un omaggio al luogo di nascita, ed è il suo progetto più riuscito. I nove brani sono dominati dalla voce sensuale della Whitley, una vera soul singer che cimenta anche con chitarre, piano e batteria. Se il distributore italiano parla di una collezione di potenziali singoli, bontà sua, ma in realtà non tutti i brani possiedono questa forza; il contenuto è sempre di alto livello, specie nelle ballate come Closer, Eliza’s Smile o la conclusiva The Visitor,  ma il brano che più di tutti svetta nella selezione,  Soft Spoken Words, è l’unico che riesce a far alzare gli occhi dalla copertina, e  non è cosa facile! (Fausto Meirana)

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CHARLES LLOYD - I Long To See You

In ambito jazz il musicista che più di altri ha contribuito all’unione civile con il country è sicuramente Bill Frisell. Il chitarrista ha esplorato spesso il country e il bluegrass e non stupisce trovarlo al fianco del quasi ottantenne Charles Lloyd (nel cui quintetto si mise in luce un giovanissimo Keith Jarrett e che ha anche frequentato i territori del pop), per un disco che ha l’ambizione di tenere insieme folk e spiritual, Dylan e Billy Preston, oltre al repertorio dello stesso sassofonista. Un gruppo di all star (il contrabbassista Reuben Rogers, il batterista Eric Harland, il chitarrista steel Greg Leisz) accompagna due ospiti come Willie Nelson nel classico anti-militarista “Last Night I Had the Strangest Dream” e Norah Jones in una svenevole versione di “You Are So Beautiful”, episodi che non convincono così come sconcerta la rilettura di “Masters of War”; decisamente più riusciti gli episodi jazz come “Of Course, Of Course” con Lloyd al flauto (da un disco del ’64), l’ispaneggiante “La Llorona” (da “MIrror” del 2010) e lo splendido finale di “Barche Lamsel” per un disco che prova forse a mettere insieme troppe cose senza riuscirci fino in fondo. (Danilo Di Termini)

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TINDERSTICKS - The Waiting Room

Senza fare filosofia da taverna (anche se...) diciamo che la musica sta diventando affare da fan. O meglio: c’è un consumo generale, vorace e indistinto, e poi chi, con fede cieca, continua a seguire ogni mossa/pubblicazione dei suoi beniamini, a prescindere. In questo contesto, una recensione, o la valutazione globale del percorso di un gruppo, ha un ruolo marginale. Pace; ai margini non si sta male quindi sia detto chiaro e tondo: questo è il primo album dei Tindersticks che si possa dire completamente riuscito da (tanti) anni a questa parte. TWR fonde la passione per le immagini e le atmosfere da sala buia (è accompagnato da cortometraggi, cita colonne sonore), la vena soul emersa subito dopo gli esordi, l’estro melodico e malinconico dei Tindersticks classici, con la voce-marchio-di-fabbrica di Stuart Staples a chiudere il cerchio. Bentornati. (Marco Sideri)  

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ELEANOR FRIEDBERGER - New View

In Personal Record, il suo secondo disco dopo la conclusione dell’esperienza  Fiery Furnaces (con il fratello Matthew), le canzoni di Eleanor Friedberger  sembravano orientate alla fruibilità  radiofonica o all’uscita come singoli (o qualcosa del genere), mentre  nel nuovo album,  New View, la cantautrice si concede una diversa prospettiva artistica e personale, considerato il recente trasferimento dalla città di New York verso l’interno dello stato, forse in campagna. Nei testi resiste  ancora una eco della città, con  le pulsioni e gli incontri di una metropoli, ma nella musica si coglie già la rilassatezza del nuovo insediamento. Anche la  voce della Friedberger suona più serena e sincera, mentre gli arrangiamenti sono arrichiti da suoni ‘vecchi’ di organo e piano elettrico e da strati e strati  di chitarre gentilmente forniti  da una vera band che comprende anche alcuni collaboratori di Beck come Michael e Jonathan Rosen. (Fausto Meirana)

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LUCINDA WILLIAMS - The Ghost Of Highway 20

Dimentichiamo l’allure mitologica della Route 66. La Highway 20 è un’interstatale che va dalla Louisiana al Texas, in un susseguirsi di coffee house perse nel nulla, rare stazioni di servizio e immancabili motel che si affacciano tristi e indistinguibili sulla stessa linea d’asfalto. E la mente che scava nel passato, raccogliendo frammenti di serenità e d’angoscia. Questa è l’essenza dell’ultimo album di Lucinda Williams; un lavoro intimo, complesso e affascinante come un lungo viaggio nella memoria. Con la voce ruvida e toccante che abbiamo imparato ad amare, la songwriter americana rende omaggio a Woody Guthrie (House of Earth) e a Bruce Springsteen (Factory) e ci racconta splendide storie d’amore e d’inquietudine. Gli arrangiamenti scarni ed essenziali di Dust, Place In My Heart e If There’s A Place in Heaven (dedicata al padre Miller, recentemente scomparso) e la chitarra di Bill Frisell accentuano l’intimismo di un album che mette in evidenza il talento di Lucinda Williams. Qualora fosse necessaria una conferma. (Ida Tiberio)

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YORKSTON/THORNE/KHAN - Everything Sacred

Questo trio è un progetto coraggioso e ambizioso; James Yorkston,  il più conosciuto dei tre, è un folksinger scozzese dai toni pacati vicino anche al folk tradizionale, Jon Thorne un contrabbassista a suo agio nel jazz come nella forma  canzone,  mentre Suhail Yusuf Khan è un virtuoso del sarangi, strumento indiano che potremmo assimilare ad un ipertrofico violino. Per apprezzare questo lavoro occorre una buona concentrazione per superare i quattordici minuti del brano d’apertura, Knochentanz,  dominati dallo strumento di Khan; una volta abituati al mix sonoro un po’ alieno, la cover di Ivor Cutler, Little Black Buzzer, nella sua semplicità dadaista, è quello che ci vuole per riprendersi. Nonostante le forze in campo, non tutto fila liscio, ma per fortuna, nel finale la Broken Wave di Yorkston (scritta  per un amico/ musicista scomparso e già incisa in passato) sembra riuscire nella non facile impresa. Interessante anche lo strumentale che chiude l’album, Blues Jumped The Goose, perfetto estuario che accoglie i rivoli guizzanti della musica del trio. Il consiglio è avvicinarsi a Eerything Sacred con cautela, perchè il prodotto   non è avariato o scadente, ma va  maneggiato con cura... (Fausto Meirana)

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