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 SLEAFORD MODS - Eton Alive

Quando si va in pizzeria, tendenzialmente si ordina pizza. E se si torna, ancora pizza. Magari con qualche condimento nuovo ma sempre pizza. E si va a casa contenti. Esistono suoni e gruppi che sono come la pizza: è una gioia incontrarli ancora e ancora, e trovarli uguali a se stessi. Emblematico è il caso degli Sleaford Mods che fin dalle premesse hanno poco spazio per cambiare ed evolversi. Gli ingredienti sono: una voce (inglese, biasciata, maleducata) e qualche ritmo (da tastiera, inglese, maleducato). Il risultato è lo stesso da una decina di dischi a questa parte e Eton Alive non cambia di molto la sostanza. OK, è lievemente più curato (lievemente) ed ha un paio di ritornelli (un paio) ma il pentolone di Fall, Streets, Parklife, vicoli inglesi, Suicide e polemica a buon mercato che li ha fatti emergere qualche anno fa bolle ancora. Grandissimi. (Marco Sideri)

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 BEIRUT - Gallipoli

Il vezzeggiativo è infido, per natura. Può essere segno di affetto e simpatia (tesoruccio) o sinonimo di condiscendenza e levità (tesoruccio…). Beirut (il progetto oramai pluriennale di Zach Condon) è, musicalmente, da vezzeggiativo (in entrambi i sensi). Le sue, più che canzoni, sono marcette; i rimandi (a vari folk, a tradizioni vicine e lontane) sono accenni che sfiorano la superfice dei brani, al centro resta la voce di Zach e quel senso di piccola malinconia che permea dal principio i dischi di Beirut. Qui, senza sfornare capolavori, Zach riconquista il passo stupito e orchestrale degli esordi dopo anni di dischi diciamo medi. Aggiungete una spezia nostrana (il tiolo e una certa aria mediterranea dell’album vengono da un prolungato soggiorno in Italia) e il fascino dell’organo (che sta al centro del suono di Gallipoli) e il gioco è fatto. (Marco Sideri)

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BRANFORD MARSALIS - The Secret Between the Shadow and the Soul

Dopo il non entusiasmante disco con il cantante Kurt Ellling, Branford Marsalis torna alla classica formazione del quartetto con il contrabbasso di Eric Revis, la batteria di Justin Faulkner (che ha sostituito Jeff "Tain" Watts nel 2009) e il pianoforte del bravissimo Joey Calderazzo. A suo agio sia insieme a Sting che con un'orchestra classica, il più anziano dei fratelli Marsalis ha ormai trovato una sua cifra stilistica originale. Dal dichiarato amore per il tenore di John Coltrane (che lo ha portato a rieseguire in un live, disponibile anche su disco, la suite di "A Love Supreme"), dagli echi di Sidney Bechet nel suo soprano ("Snake Hip Waltz" di Andrew Hill), da una densità esecutiva che ricorda il miglior Sonny Rollins ("Life Filtering from the Water Flowers"), Marsalis riesce a trarre l'energia per emergere come un autentico fuoriclasse: ascoltatelo nei due temi scritti dal suo pianista – la struggente "Conversation Among the Ruins", che prende il titolo da una poesia di Sylvia Plath, e l'altrettanto sensuale "Cianna"; o ancora nell'esplosiva versione di "The Windup" di Keith Jarrett. Grandezza che trova il giusto riflesso negli altri membri del gruppo, tutti all'altezza, tanto da risultare una delle migliori formazioni del jazz attuale. E uno dei dischi più interessanti di questa prima parte dell'anno. (Danilo Di Termini)

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JAMES YORKSTON - The Route To The Harmonium

Gli ultimi sforzi di James Yorkston, il cantautore scozzese, sono stati i due dischi come Yorkston/Thorne/Khan; per raggiungere il suo ultimo disco solista prima di questo dobbiamo tornare al 2014  con l’ottimo The Cellardyke Recording And Wassailing Society. Rispetto ai dischi eclettici con il trio, che mischiavano strumenti e tradizioni lontane come quella scozzese e quella indiana, qui si torna alla forma canzone. Lo stile di Yorkston, delicato e suadente, richiede attenzione ai particolari, come la lunga  sfilata di strumenti da lui suonati, e ai testi, pregnanti e maturi. L’ottanta per cento del disco risponde a questa descrizione, ma ci sono due bizzarri brani, più declamati che canati, che risultano un po’ ostici e indecifrabili. Sembra che questi due brani risalgano al 2004 e siano stati completati solo in questa occasione, probabilmente per ragioni affettive, fatto sta che rompono l’equilibrio di un disco altrimenti ottimo. Super confezione in vinile verde  con poster, per chi si affretti… (Fausto Meirana)

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JESSICA PRATT - Quiet Signs

Con il primo disco  Jessica Pratt ci aveva sorpresi, per la voce originale e per la difficoltà di inserire la sua musica in  un genere preciso. Conil secondo, On Your Own Love Again, si evidenziava una scrittura affine  a certe colonne sonore di film, magari francesi e a certe cantanti degli anni ‘60; chitarra arpeggiata, voce eterea e grande fascino. La trentenne di Los Angeles con Quiet Signs ha fatto un passo avanti, il disco  è finalmente registrato professionalmente, e si sente; ogni riverbero è studiato alla perfezione e i pochi strumenti che accompagnano sono chiari e delicati sullo sfondo. Le canzoni sono brevi ed evanescenti (forse persino reticenti)  tanto che il disco dura ventotto minuti compresa l’intro strumentale Opening Night, dedicata all’omonimo film di John Cassevetes (titolo italiano La Sera della Prima). Vista la brevità, l’ascolto ripetuto giova parecchio a questo disco, provare per credere! (Fausto Meirana)

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MICHAEL CHAPMAN - True North

“Che spreco, la giovinezza affidata ai giovani” dice il titolo di una canzone e ci sembra, di questi tempi,  di poter condividere questo pensiero; il secondo disco della nuova vita discografica di Michael Chapman è più denso e meditativo del recente “50”;  i prime tre brani sembrano indagare l’oscuro del tempo, della mortalità, poi il disco si sblocca, anzi si libera con lo strumentale Eleuthera, pur rimanendo di un’intensa cupezza. C’è però spazio per uno sguardo sereno verso un ragazza che canta, nel valzerino country di Full Bottle, Empty Heart. Anche True North è prodotto dal chitarrista e cantautore americano Steve Gunn, che coordina e suona nel piccolo gruppo di musicisti. Oltre ai due ci sono il mago della pedal steel B.J. Cole, il violoncello di Sarah Smout e la voce di Bridget St.John. Il gruppo è affiatato e compatto, lo studio, nella pace del Galles, deve essere un luogo caldo e familiare. Il nord del titolo ha il significato di “giusta direzione”, e Chapman cerca di portarci là, tra le incertezze e gli interrogativi della vita, con la sua chitarra e una voce aspra e dolente. (Fausto Meirana)

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PERFECT SON – Cast

Dietro questa sigla si cela il talentuoso Tobiasz Bilinski, giovane songwriter e musicista polacco, alle prese con una strumentazione elettronica (guitar synth, drum machine, programmazione, macchine ritmiche, piano digitale ed ovviamente tastiere) che fa da sfondo alla sua bella voce, proiettando l'ascoltatore in atmosfere techno-pop che profumano di anni Ottanta, ma che sanno pure aggiornare il sound di quella decade in termini più moderni, sotto il profilo sia della scrittura musicale, sia della produzione, decisamente moderna e mai patinata (del resto, il lavoro esce, non casualmente, per la Sub Pop ed in più punti pare di ascoltare una versione più sintetica e tecnologica dei Dinosaur Jr). I Perfect Son non sono – comunque – una one man band ed i tre collaboratori del leader forniscono un contributo comunque assai importante (con una batteria vera ed una chitarra significativamente presente): pertanto non si tratta di semplici comprimari. Le canzoni sono alquanto ben costruite e le melodie non banali, con talvolta quel gusto post che contraddistingue spesso questo tipo di prodotti musicali.

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MAVIS STAPLES - Live in London

Il 10 luglio del 2018 Mavis Staples ha compiuto 79 anni; li ha festeggiati sul palco dell’Union chapel a Londra: giusto un breve Happy Birthday prima di “Touch a Hand”, una delle tre canzoni del live che arriva dal repertorio del gruppo di famiglia, The Staple Singers, con il quale la cantante di Chicago ha esordito a nove anni (le altre due sono “What You Gonna Do” e “Let's Do It Again" scritta da Curtis Mayfield). Il resto del repertorio arriva dagli ultimi dieci anni della sua carriera, quelli successivi alla sua firma per l’etichetta Anti-: “Love And Trust“ di Ben Harper, “Dedicated” di Justin Vernon e M. Ward, “No Time For Cryin'” di Jeff Tweedy. Giusto per segnalare che la signora del soul, dalla voce immutata in intensità e potenza, si circonda del fior fiore della musica attuale; sul palco si fa accompagnare poi da un asciutto ed energico ‘power’ trio formato dal basso di Jeff Turmes, dalla batteria di Stephen Hodges e dalla trascinante chitarra di Rick Holmstrom.

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BREWER AND SHIPLEY - Weeds

Ci sono nomi, nella storia del rock, che dopo qualche anno di fulgore passano in un oblio immeritato,  diventando quindi candidati ideali a periodiche riscoperte, per la gioia dei cacciatori di “antiche novità” che hanno fatto scaturire il nostro presente. Se ad esempio vi appassiona il folk rock che gravita su chitarre acustiche tintinnanti su arpeggi da manuale, voci che sanno innestarsi l’una sull’altra sprigionando voli di armonici, molte buone idee in sede di composizione, e la capacità, anche, di suonare qualche cover scoprendo angoli nascosti nell’originale, allora questa ristampa fa per voi. Brewer and Shipley ebbero un bel momento di fulgore allo scorcio dei ’60 e nella prima metà dei ’70 con una serie di dischi azzeccati e tutta sostanza, perfettamente in linea con quanto andavano facendo Crosby & Nash, Loggins & Messina, e tante altre celebri coppie in musica della California libertaria che fu. Loro erano del Midwest, ma si ambientarono perfettamente.

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