diario1In perfetta sintonia con il iibro di cui parla questa recensione è cattiva. Cattiva perché, quando la leggerete, "Il diario di Disco Club" sarà ormai esaurito. D'altronde, il maggior successo editoriale italiano del 2014 (100 copie vendute su 100) era già da tempo oggetto di spasmodica attesa e, non appena pubblicato, è andato letteralmente a ruba. Nemmeno a Dan Brown riesce più di scatenare una simile isteria collettiva. Ma perché prima parlavamo di cattiveria? Perché il volume scritto da Giancarlo Balduzzi è un perfetto esempio di anti- buonismo, anzi lo possiamo considerare un capolavoro di 'cattivismo'. E attenzione perché Balduzzi non scrive fiction, non inventa alcun personaggio e neppure ingigantisce le sue storie. Racconta con stile laconico e tranciante dei suoi clienti, descrivendoli nei loro pregi e soprattutto nei loro difetti e non si preoccupa minimamente del fatto che essi siano i suoi finanziatori, perché tanto più li maltratta, più quelli tornano (la "sindrome di Disco Club" di cui anche nel testo si parla) e si comprano pure il libro. E chi non ci crede può andare 'da Gian' in un giorno qualsiasi e stare a guardare, salvo venire cacciato per curiosità molesta, ovviamente. Perché da Disco Club il cliente ha sempre torto.
Il volume ripropone il diario pubblicato ogni giorno da Gian Carlo Balduzzi sulla pagina Facebook di Disco Club dal 13 febbraio 2013 al 12 febbraio 2014, con una 'reprise' a grande richiesta che arriva al 31 maggio 2014. Alla fine, vengono recuperate a mo' di compendio le puntate de "Il mondo visto da Disco Club", rubrica apparsa a cadenza irregolare sul sito www,discoclub65.it fra fine 2010 e inizio 2013 con interventi di del soprascritto (la firma del pezzo è in alto, eh eh) e di Danilo Di Termini e illustrazioni di Stefano Barchi. Lette una dietro l'altra le puntate del diario e della rubrica finiscono per creare una sorta di serial caleidoscopico, divertente e molto umano in cui ruota un cast formato da alcuni personaggi fissi (il pluriespulso, il megu, lo psichiatrico....), tutti caratterizzati da una certa qual vena di stranezza, e un turbinio di comparse, di solito menzionate per la loro stupidità e molestia. Sorge spontanea una domanda. Ma il libro può interessare anche a chi di musica rock e dintorni non importa alcunché? Certo, perché paradossalmente in queste pagina si parla pochissimo di musica e musicisti e quasi sempre sotto forma di manie assurde o richieste impossibili. Le discussioni su quale sia il miglior disco di Jimi Hendrix o sulla crisi del rock non sono riportate poiché darebbero una falsa idea di normalità.
Si dice che in questo tempo di crisi ci sia bisogno di letture consolanti. Quanto appena detto fa pensare che queste "memorie di un dischivendolo" siano l'esatto opposto di una consolazione. Invece lo sono, perché in mezzo a tanta insicurezza, la certezza che, andando da Disco Club alle 18.59 (un minuto prima dell'orario di chiusura), si verrà cacciati in malo modo è pur sempre un rassicurante punto fermo.
ULTIM'ORA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! A grande richiesta sono in preparazione altre 50 copie de "Il Diario di Disco Club. Affrettatevi prima che finiscano pure queste.

Da oggi acquistabile anche sul sito Il Diario di Disco Club - Giancarlo Balduzzi

 

mojotic

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THE FELICE BROTHERS - Favorite Waitress

Ogni tanto c’è   bisogno di ascoltare un disco così, strutturato come un piccolo  libro di racconti da portare in vacanza; un disco estivo, festivo, ovviamente ‘’Felice’’ anche se, per la verità,  non tutte le tracce sono solari come le due che aprono il disco. I fratelli Felice, lasciato alla carriera solista il batterista Simone Felice (il suo recente ‘Strangers’ merita l’ascolto, comunque) percorrono con leggerezza trenta quarant’anni di rock americano passando dalla Band ai Wilco, e proprio di questi ultimi  sembrano  essere un versione meno cupa e cerebrale. D’altronde il  disco sembra registrato in grande armonia, probabilmente condito di bevande ‘allegre’, a giudicare da certi cori un tantino sgangherati e dall’ improvvisa apparizione il latrato di un cane, magari intrufolatosi clandestinamente nello studio… (Fausto Meirana)

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JOE HENRY - Invisibile Hour

Sono passati tre anni dal precedente "Reverie" e cinque dal forse più sofisticato ancora "Blood From Stars". Joe Henry, musicista, autore, "paroliere" ispirato, grande produttore della scena (soprattutto) newyorkese, pur essendo nativo di Charlotte (North Carolina), pubblica un disco alla volta, senza affanni, precipitazioni, e (chissà?) forse è anche per questo che difficilmente gli capita di sbagliare una sortita. Esponente autorevole di un più colto modo di rielaborare e restituire l'articolata ricchezza della popular music americana, spesso molto vicino a un sentire jazzistico e cameristico, senza mai perdere di vista la grana materica e profonda delle radici, Henry è qui alle prese con una nuova manciata di sue canzoni che parlano dell'amore, del legame profondo, del matrimonio, come dice lui nelle note di copertina, e della forza e fragilità del cuore umano. Una serie di brani raffinati (sempre viva la ricerca sonora, e l'ampio "sgranare" delle strutture) e al contempo immediati, meno "irregolari" del consueto, interpretati senza fatuo romanticismo, ma con onestà, compassione, assorta contemplazione.

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EDMONDO ROMANO - Missive Archetipe

Dopo Sonno Eliso, dedicato al binomio maschile-femminile,  il poli-strumentista genovese Edmondo Romano, ci propone la seconda tappa di un viaggio sonoro denso di fascino. Missive Archetipe, album che sottintende un lavoro di ricerca estremamente accurato, ha un incedere sontuoso, immaginifico e di indubbia suggestione.  Le radici dell’uomo, la sua evoluzione antropologica e spirituale e le modalità comunicative sono alla base di questo lavoro colto e ricco di riferimenti poetici. Non a caso, l’album è corredato dai testi di poesie di poesie di  Catullo (Carme e A Lesbia) e brani di Jalal al-Din Rumi, poeta  e filosofo turco, cultore della mistica sufi.  Missive Archetipe si addentra nei territori della world music e in quelli della sperimentazione sonora e si avvale della collaborazione di un gruppo di eccellenti musicisti che affiancano Edmondo Romano in questo progetto colto e suggestivo. (Ida Tiberio)

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SLEAFORD MODS - Divide And Exit

Una delle questioni più dibattute della musica è cosa significhi il termine punk. A 40 anni dai Ramones e dai Sex Pistols, 50 dagli Stooges e dai delinquenti rockabilly, il termine è stato appiccicato ovunque. Ecco, aggiungete due tizi inglesi di mezza età che berciano, un po’ tipo dei Fall al karaoke, su ritmi e suoni sintetici eleganti quanto un rutto, un po’ come dei Suicide alla birra scura. Questo disco pare il fratello grande e sporco dell’esordio di King Krule che tanti consensi (tanti in senso relativo, of course) ha ricevuto. Lo puoi chiamare rap, elettronica, pub rock, ubriachi con un tastierone, vividi affreschi di degrado urbano (se si è in vena di nobilitare) ma la sostanza non cambia. Divide and Exit è un disco primitivo e riuscito, che scuote chi ascolta dal torpore delle uscite in serie. È una cosa unta e pratica, come un fast food, in città, di notte. (Marco Sideri)

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ARCHIVE - Axiom

Qualcuno ha scritto che gli Archive sono il segreto meglio custodito d’Inghilterra, nel loro essere attivi da un ventennio con una musica spettacolare che sembra il risultato di una session tra Pink Floyd e Massive Attack in una macchina del tempo, riaperta fra una trentina di anni. Ma mentre gente come Crippled Black Phoenix sembra indulgere, a tratti, in una sorta di mero calco floydiano, loro preferiscono suggerire ed alludere al tormentato ensemble del Lato oscuro della luna.  Forse è esagerato, ma chi non li conosce parta da qui, dalla coda, per paradossale che possa sembrare, da questa musica misteriosa contenuta in Axiom, una sorta di passo laterale per gli Archive,  che è diventata poi spunto per un film dei cineasti indipendenti spagnoli del collettivo NYSU. Loro, partendo dalla musica, ci hanno costruito una intera narrazione per immagini. Trip hop, mistero, dilatazioni cosmiche, campane a scroscio mixate sulle tastiere (sono quelle di Westminster!), scricchiolii sinistri, voci radiose, melodie che farebbero lacrimare d’emozione anche  Mario Monti: di tutto un po’. Con classe. E appuntamento a febbraio, quando uscirà il “vero” nuovo disco. (Guido Festinese)

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Alla fine se n'è volato via dal pianeta anche Trevor Bolder, bassista dal tocco preciso, duttile e potente: undici dischi in studio con gli Uriah Heep, una manciata di incisioni leggendarie con David Bowie. A lui è dedicato Outsider, nuova uscita per gli inossidabili Uriah Heep, o meglio, per l'idea di Uriah Heep che mantiene viva il chitarrista rock più sottovalutato della storia, Mick Box. Annunciato da una copertina fantasy tra le migliori della loro storia, Outsider regge perfettamente il confronto con Wake The Sleeper e Into The Wild, album del grande ritorno al suono classico. Se fate la tara sull'unico brano indegno, tra l'altro messo in apertura: una Speed Of Sound insulsa come certi brani di fm rock americano. La vera “velocità del suono”, e la pienezza rock arrivano per fortuna subito dopo, con One Minute. E da lì parte una micidiale, elegante cavalcata di organi saturi e chitarre frementi. Cioè la stessa storia di sempre degli Uriah Heep. Dal 1969. Il Signore dei Watt li conservi. (Guido Festinese)

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PAUL HEATON AND JACQUI ABBOTT -  What Have We Become

Sarà capitato anche a voi. Ci sono dischi, anzi, ci sono musicisti, che, a ogni successivo appuntamento, tradiscono se stessi. O, forse, tradiscono quello che noi aspettiamo da loro. Springsteen, che dal vivo sarà una meraviglia, pubblica cose come l’ultimo High Hopes che, esteso fan club escluso, non hanno senso comune. Eppure è bravo. Paul Heaton, da quando ha lasciato gli Housemartins, da quando ha abbandonato i Beautiful South, pubblica dischi solisti che non sono male ma non sono quello che è lecito aspettarsi da Paul Heaton. Vediamo meglio: What Have We Become, che riaccende la fiamma dell’ex co-voce dei BS, Miss Abbott, fa il suo dovere di disco di pop inglese raffinato. Canzoni svelte, melodie, osservazioni sociali al vetriolo imbevute di zucchero pop. Eppure non ha la forza o la bellezza lucente cui Paul ci aveva abituati. È abbastanza? Questo è il punto. (Marco Sideri)

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