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SUFJAN STEVENS - Carrie & Lowell

Nessuno sfugge a se stesso; facile morale per milioni di film e libri noir, che ben si adatta a questo (meraviglioso) disco di Sufjan Stevens. E dire che ci ha provato, Sufjan, a sfuggirsi. Dopo il crescendo esponenziale di successi (qualitativi e quantitativi) culminati con Illinoise (2005) SS si è dedicato a, per brevità, sperimentare. Ha musicato tratti di superstrada, balletti, rodeo filmati al rallentatore. Tutte cose degnissime che però hanno archiviato (da un punto di vista sonoro) il delicato folk che caratterizzava le prove più convincenti; il tutto frullato in The Age Of Adz, 2010, album ibrido, celebrato e, francamente, senza senso comune. Carrie & Lowell spazza via ogni sentiero laterale per cantare, in 11 ballate impeccabili, la madre prima assente poi scomparsa (Carrie) e il patrigno/mentore (Lowell). Disco incantevole. A ognuno il suo. (Marco Sideri)

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PAOLO FRESU/DANIELE DI BONAVENTURA - In Maggiore

Una storia di poesia, di ascolto reciproco, categoria sempre più assente in un mondo in cui tutti comunicano e nessuno tende l'orecchio, di rispetto senza alcuna velleità egotica. Eppure le due figure in questione hanno motivi sostanziosi per avere ego consistenti. Ad esempio quello fondamentale di essere musicisti grandi, grandissimi. La tromba, e qualche volta il pastoso flicorno dell'elfo lucido e passionale da un lato. Dall'altro il bandoneon delle mille risacche di Daniele Di Bonaventura, arnese ingrato e difficile da maneggiare che quando è fra la braccia giuste sprizza scintille inevitabilmente screziate di tango. E via con un incontro fra cuori e cervelli che mette in conto, tra l'altro, O que será cucito con El pueblo unido jamàs serà vencido, Te recuerdo Amanda già frequentò un altro grande senza etichette, Robert  Wyatt,  Non ti scordar di me e la puccianiana Quando me'n vo. Un altro piccolo miracolo sonoro  dalla Penisola, ma ben assestato su coordinate planetarie. (Guido Festinese)

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LAURA MARLING - Short Movie

Piccolo passo indietro per la giovanissima Laura Marling; d’altronde  per superare l'eccellente Once I Was An Eagle del 2013 ci sarebbe voluto un altro capolavoro. Short Movie è stato autoprodotto dalla cantautrice inglese e, nonostante sia stato registrato in massima parte in Inghilterra, ha preso forma durante un lungo trasferimento negli Stati Uniti. A complicare le cose, la Marling si è dedicata allo stesso tempo ad un’intensa  esplorazione della vita e dell'arte di Alexandro Jodorowski, di conseguenza i brani dal punto di vista testuale risultano meno digeribili rispetto all’appassionante flusso di resoconti intimi del precedente disco. Non stiamo certo parlando di un brutto disco, ma di un episodio interlocutorio, musicalmente più vario e aggressivo. Per chi volesse avvicinarsi all'artista ex-novo, il consiglio è di  rivolgersi al passato, con il disco di cui abbiamo detto all’inizio ma anche con il pregevole, anche se un po’ acerbo secondo disco,  I Speak Because I Can. (Fausto Meirana)

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THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Freedom Tower - No Wave Dance Party

Sarebbe bello saper recensire i dischi della Blues Explosion come sono suonati. Senza logica, senza punteggiatura. Un flusso unico di cose: urla, proclami, singulti, ritmi, ancheggiamenti, strusci, sudore, slogan, frizzi, lazzi, pantaloni di cuoio, sudore, ritmo, rime, filastrocche, stacchi, urla, proclami, singulti… Non si può, ovviamente, o almeno è difficile. Quindi limitiamo il tutto alla fredda cronaca: FT - No Wave Dance Party 2015 è tutto quello che si può attendere da un disco di Jon Spencer nel 2015; nessuna sorpresa, molto movimento. Paiono non prendere fiato, nonostante l’età, i 3 blues-esplosi e macinano un pezzo via l’altro (durata media: un paio di minuti) per un pubblico immaginario e esagitato. Il precedente Meat & Bone era meno essenziale, c’era qualche canzone, per dire. Qui no. Solo n flusso unico di cose: urla, proclami, singulti… (Marco Sideri)

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STEVEN WILSON - Hand.Cannot.Erase.

Non si fosse chiamato Steven Wilson, qualcuno avrebbe gridato al miracolo, per quest'ora abbondante di prog alt rock lancinante e dolcissimo, che parte subito col piede giusto, tappeti di mellotron e tempi dispari. E prosegue con ballate spesse e derive ai bordi del visionario tra ricordi di Yes, Crimson e Camel, Genesis prima maniera. Con testi intelligenti e disillusi, al solito: il Nostro non è un allegrone. Però si chiama Steven Wilson, professione N° 1 al mondo nel prog rock, Sua Maestà Porcupine Tree, affidatario della revisione del catalogo dei mostri sacri, direttore di un'etichetta importante. Workaholic, drogato di lavoro incessante, come dicono nei paesi anglofoni. E il superlavoro inevitabilmente chiede il conto: come in Hand. Cannot . Erase, primo lavoro solistico che si ascolta con estremo piacere, ma senza nessuna sorpresa, niente che faccia gridare al miracolo, forse nulla di memorabile se non una qualità inattaccabile e algida, una perfezione non umana. Per altri un miraggio, per lui troppo poco. (Guido Festinese)

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GANG - Sangue e Cenere

Si potrebbe metterla così, direttamente: un quarto di secolo dopo Le radici e le ali, capolavoro del folk rock italiano apripista per una seconda generazione di combat rockers, Gang ne ha scritto il seguito diretto, alzando più in alto l'asticella della sfida. Nulla rinnegando, tutto rammentando. Della propria storia, del reticolo di storie rintracciate, sviscerate fino in fondo. Perché, come dice Sandro Severini, non è vero che “La storia siamo noi. La Storia con l'iniziale maiuscola la scrivono i vincitori”, nelle cui fila sono pronti a saltare tutti gli opportunisti del caso. Noi siano “le” storie, quelle che non finiscono nei libri di storia ufficiali, quelle di una rete di resistenze, di piccole memorie condivise che tutte assieme ne fanno una grande.

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MARK KNOPFLER - Tracker

Pare che dopo la pubblicazione del doppio e apprezzato "Privateering" (2012), Mark Knopfler sia partito in tour con Bob Dylan, probabilmente per rispolverare gli antichi fasti della sua collaborazione con il celebre folk singer del Minnesota ai tempi di "Slow Train Coming" e "Infidels", due album notevoli (anche se spesso trascurati) e antitetici, come il diavolo e l'acqua santa (nel vero senso della parola), o meglio viceversa. "Lights Of Taormina", che, dopo un'irrequieta introduzione alla batteria di Ian Thomas, a ricordare molto da vicino quella di "Water of Love" nel primo album dei Dire Straits, segue la falsa riga di una tipica ballata dylaniana, è stata scritta (come la delicata e romantica "Silver Eagle": il mancato incontro tra un uomo e una donna che si pensano con amore) proprio nel corso di questo ennesimo tour mondiale del menestrello di Duluth.

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JOHN CARPENTER – Lost Themes

Non soltanto un immenso regista. John Carpenter è stato, ed è, anche un grande compositore. Le sue colonne sonore – sue perché è stato quasi sempre lui a scrivere le musiche per i propri film – hanno fatto scuola e ispirato tutti coloro che, dagli anni Settanta-Ottanta in poi, hanno sonorizzato gialli, horror e thriller. In particolare, da Ditretto 13 (1976) a Christine (1983) – passando per veri classici come Halloween (1978), The Fog (1980) e 1997: Fuga da New York (1981) – a Carpenter riuscì di definire in modo mirabile un nuovo rapporto tra suono e immagine, paesaggio musicale e pellicola, audio e video. L'elettronica di Carpenter – a parte alcune similitudini con i Tangerine Dream, i quali, però, alla musica per film arrivarono dopo di lui – è sempre stata molto personale, incisiva ed atmosferica, al tempo stesso, misteriosa ed oscura, rarefatta e cinematica.

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BILL WELLS & AIDAN MOFFAT - The Most Important Place In The World

Due scozzesi paffuti e barbuti che raccontano (uno) e musicano (l’altro) storie, perlopiù quotidiane, qualche volta intime; questa, in due frasi, la sostanza del “Posto più importante del mondo”, secondo disco comune per Bill Wells e Aidan Moffat. Aidan parla, come faceva negli Arab Strap, e lo fa con una rinnovata verve, che ricorda i tempi (lontani) in cui Glasgow si candidava a capitale (musicale). Nostalgie per gli Arab Strap a parte (che riguardano solo chi li ha amati), questo disco è musicalmente vivo e vario, diviso com’è tra ballate appoggiate sul pianoforte e sapori diversi (dal post punk al pop sfacciato). Merito di Bill Wells che è una sorta di decano della (urgh) scena scozzese, con una lista infinita di collaborazioni (e dischi) alle spalle. Un bel disco, con una personalità e un filo conduttore; non solo una raccolta di canzoni. (Marco Sideri)

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