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TWIN FORKS - Twin Forks

Dopo alcuni interessanti EP e svariati anni di “militanza” musicale nei piccoli club della provincia americana, i Twin Forks hanno ritenuto che i tempi fossero maturi per l’agognato album d’esordio. E la gradevolezza di queste dodici ballate sospese tra folk e sonorità indie, sembra dar loro ragione. Il fulcro creativo del gruppo è senza dubbio il chitarrista e songwriter Chris Carrabbas, voce intensa e graffiante abbinata a un lucido talento compositivo. A lui si devono le belle atmosfere acustiche e “roots” dell’album. Ma vale la pena di segnalare il contributo artistico di Suzie Zeldi, cantante e mandolinista, capace di infondere un tocco di intensa delicatezza a brani come Can’t be Broken” o Kiss me Darling". Da segnalare anche un bell’esempio di songwriting classico e ammaliante come Done Is Done. Album dignitoso e gradevole, dunque, quello dei Twin Forks. Si attende fiduciosi una seconda prova discografica. Convincente al di là di ogni dubbio. (Ida Tiberio)

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JOAN AS POLICE WOMAN - The Classic

Non ha convinto il Guardian (al contrario inspiegabilmente molto ben disposto verso Sharon Jones) questo tuffo nella black music di Joan Wasser, una decisa virata verso territori più gioiosi rispetto ai suoi precedenti album. Invece se l’apertura di “Witness” e di “Holy City” (ispirato da una visita a Gerusalemme)colpiscono apparentemente in superficie, il doo-woop (con l’aiuto di Joseph Arthur e di Reggie Watts) del brano che dà titolo al disco va dritto al cuore. E più ci si addentra tra le dieci canzoni, più si scopre un’anima anche scura e tormentata, come nella psichedelica “Good Togehther”, elegiaca nella cristallina “Get Direct” o lisergica in “New Year’s Day”. Fiati, organi e chitarre, tutto in regola; che finalmente il retro-soul abbia finalmente trovato il modo di guardare avanti? (Danilo Di Termini)

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AFGHAN WIGHS – Do To The Beast

Sono passati sedici anni dall'uscita di 1965, ultimo atto della carriera dgli Afghan Wighs, amati da molti, ma in fondo mai arrivati al successo che avrebbero sicuramente meritato. In questo periodo Greg Dulli ha fatto tante cose: ha suonato e cantato in altre band (soprattutto Twilight Singers e Gutter Twins), ha prodotto molti dischi e fatto parte di progetti più o meno riusciti. Oggi ritorna con Do To The Beast, riunendo gli Afghan Whigs, ma con una nuova formazione che esclude il chitarrista storico Rick McCollum e dà invece il benvenuto a una lunga lista di collaboratori. Altri cambiamenti, più importanti per l'ascoltatore, riguardano il fatto che, rispetto ai dischi centrali della vita della band, come Congregation e Gentlemen, il soul è messo decisamente da parte: Do To The Beast è un album molto più classicamente rock; inoltre la voce di Dulli, sarà l'averla troppo usata, sarà l'età, non è più quella di una volta, apparendo a tratti affaticata, a tratti inadeguata nei toni troppo alti o troppo bassi. Detto questo, Do To The Beast rimane anche un disco tipicamente Afghan Whigs, nel senso che quanti apprezzavano il gruppo degli anni '90 non devono temere. La bellissima Algiers, primo singolo, e poi Matamoros, The Lottery, Can Rova, Royal Cream saranno una gioia per i fans. E una volta fatta l'abitudine alla voce strangolata di Dulli la si trova pure bella, o almeno affascinante, come le cose invecchiate bene. (Marina Montesano)

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CHICAGO UNDERGROUN DUO - Locus

Il multiforme collettivo di Chicago (la formazione varia attorno alle figure centrali di Rob Mazurek e Chad Taylor) fin dagli esordi nel 1998 per l’etichetta dei Tortoise, è stato uno dei primi a collocarsi in un ambito post-jazz, confondendo la matrice black con ritmiche e sonorità più rock ed elettroniche. Se in alcuni casi quest’ultime prendono il sopravvento (l’Esbjorn Svensson trio o i Bad Plus) nel Duo la presenza del cornettista Mazurek e il peso della tradizione chicagoana (Art Ensemble in testa) fa propendere l’ago decisamente verso un free contemporaneo, innervato dall’Africa (“Yaa Yaa Kole”, dal Ghana) o dall’Oriente dell’ipnotica “Kabuki”. La chiusura di “Dente” in cui l’elettrowave si scioglie in un crescendo di fiati dapprima caotico e poi placato, riassume felicemente il senso del disco. (Danilo Di Termini)

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METRONOMY - Love Letters

Poco prima dell'uscita di Love Letters, i Metronomy hanno dichiarato di temere la possibilità di dover suonare in luoghi smisurati come lo stadio di Wembley. Il significato della frase è chiaro: The English Riviera li aveva consacrati come indie band inglese prossima al grande salto, quello che per esempio hanno compiuto (con ottimi risultati) gli Arcade Fire. Quale  avrebbe potuto essere per i Metronomy la via a un cambiamento altrettanto radicale ce lo dice il singolo, nonché title track del nuovo disco, Love Letters, esuberante nei ritmi e nelle voci: una canzone magnifica. Ma il resto del disco è altra cosa: i Metronomy scelgono di restare 'piccoli', di attenersi alla dimensione di malinconia allegra, se si può passare l'ossimoro, che aveva reso così interessante il predecessore. In questa vena, The Upsetter e I'm Acquarius aprono il disco a livelli strepitosi; poi ci si assesta e per il resto ci vuole più di un ascolto perché funzioni. Ma come The English Riviera, anche Love Letters è il disco d'una band ch'è diventata ormai grande, sebbene a modo suo. (Marina Montesano)

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DEATH VESSEL - Island Intervals

L’atomizzazione della scena musicale contemporanea  è tale che un intervallo di sei anni fra un album e l’altro è un vero abisso della memoria. Ma se il nome Death Vessel può anche essere stato dimenticato, la voce da soprano di Joel Thibodeau fa subito riannodare i fili emozionali fra l’oggi di Island Intervals e il 2008 di Nothing Is Precious Enough For Us. Qualcosa però è cambiato.  All’epoca Death Vessel si proponeva come accorato progetto alt-folk, mentre oggi la sequenza di canzoni suona trasognata, a volte quasi trasfigurata. Può darsi che sull’ispirazione di Thibodeau abbia influito il paesaggio islandese (il disco è registrato a Reykjavik), ma è più probabile si tratti di un percorso interiore che ha reso i suoni più avvolgenti e, unica controindicazione, i testi più insondabili rispetto a prima. (Antonio Vivaldi)

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DUM DUM GIRLS - Too True

 

Il nuovo album delle DDG non ha ricevuto grosse acclamazioni, sulla stampa specializzata o meno. Anzi, diciamo che non ha ricevuto acclamazioni punto, che a ben vedere è piuttosto strano in epoca di lode diffusa e quasi automatica. Il motivo, come confermerebbe il Signor Occam, è che il nuovo album delle DDG non è un granché, anzi. Tuttavia è un disco grezzo e pop che, pur non essendo un granché, riesce a non esserlo in modo esemplare. L’idea è, si presume, inserire tastiere, sintetizzatori e piccole occhiate disco sulla formula di garage emotivo dei dischi precedenti; dischi dove le DDG si sono elevate sulla massa degli speranzosi grazie a una scrittura sicura (ascoltate Bedroom Eyes) e a una personalità compiuta. Qui l’obiettivo va fuori fuoco: ma l’entusiasmo, gli accenni girl group, e i suoni di quasi plastica non sono nocivi. Anzi, ti fanno affezionare. (Omar)

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NINA PERSSON - Animal Heart

Capitava un sacco negli anni 60, ma anche dopo. Capitava che gli interpreti pop, quelli da classifica e da singoli onnipresenti e da, qualche volta, fan club, si mettessero, a un certo punto, a fare sul serio. Le definizioni sono imperfette: ci sono dischi pop serissimi e dischi seri superficiali; ma il punto resta. L’esempio più clamoroso: Scott Walker. Comunque, Nina Persson potrebbe appartenere alla categoria. Dall’euforia pastello dei Cardigans (anni 90, pezzo forte: Lovefool) Nina ha avuto vita solista laterale, collaborando con eminenze della canzone alternativa (altra definizione discutibile) quali Mark Linkous/Sparklehorse. Dopo anni di silenzio, Animal Heart pare una sintesi delle due anime: pop nei suoni (garbati e elettronici), malinconico nell’essenza (ballate). In definitiva: un piccolo disco riuscito; molto piccolo, molto riuscito. (Marco Sideri)

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WILLIAM FITZSIMMONS -  Lions

Mai frequentato centri new age, o simili. Tuttavia parlando della musica di Mr Fitzsimmons, è opportuno un approccio terapeutico. Tipo: stendetevi, chiudete gli occhi, immaginate di galleggiare nell’aria. Questo perché William, terapista di professione, ha incorporato sin dal principio nelle sue canzoni elementi biografici e propositi catartici, arrivando a confezionare una sorta di quiete sonica che, se assunta nelle dosi e nei tempi giusti, funziona assai bene. Le canzoni (che per pigrizia e poco spazio potremmo dire folk) mischiano strumenti acustici a lievi impalcature elettroniche; la voce è melodiosa, il tono uniforme e disteso. Se si cercano fuoco e fiamme, meglio rivolgersi altrove. WF tuttavia con Lions sigilla definitivamente una personalità musicale propria e definita, costruita lungo i precedenti (5) album. Un merito di per sé. (Marco Sideri)

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