wyattSabato 15 novembre avrei dovuto presentare un incontro con Jonathan Coe nell'ambito della benemerita rassegna Genova Legge. Avrei, perché l'incontro non c'è stato a causa dell'ennesima alluvione che ha funestato la città. Ovviamente l'annullamento non è stato che un infinitesimo accadimento tra i mille e ben più gravi che sono avvenuti. Ma non nego che alla notizia ho provato una particolare delusione per l'occasione sfumata. Perché Coe è uno degli scrittori con cui condivido le principali passioni, la musica e il cinema. I suoi libri ne sono intrisi: spesso i suoi protagonisti fanno i critici cinematografici o musicali (il Doug Anderton di "La Banda dei Brocchi" che capita ad uno dei primi concerti dei Clash a Fulham nel '76 o Terry di "La Casa del Sonno" che passa la sua vita a cercare la prova dell'esistenza di un film neorealista di Salvatore Ortese); e la musica può servire da introduzione (come accade con "Questa notte mi ha aperto gli occhi" in cui ogni capitolo è preceduto da una citazione di una canzone degli Smiths); e il cinema da asse portante di tutta la narrazione ("La Famiglia Winshaw" gira tutta intorno a una scena di "Sette Allegri cadaveri"). Insomma mi ero immaginato un incontro con un amico se non addirittura con un fratello separato alla nascita (accade in "La Casa del Sonno") con il quale parlare di Hitchcock (indubbiamente uno dei suoi amori come dimostra l'esergo di "Expo 58") o degli High Llamas, uno dei gruppi preferiti da Coe, tanto che un articolo scritto in occasione di un'antologia del 2003 – "Retrospective, Rarities and Instrumentals" - è stato poi incluso nel booklet del cd. Soprattutto, durante la cena prevista al termine dell'incontro, avrei tirato fuori dal mio sacchettino verde (di Disco Club, c'erano dubbi?) "Different Every Time Vol. 1 Ex Machina" (o il "Vol. 2 Benign Dictatorships"?) di Robert Wyatt, appena acquistati in vinile; e gli avrei chiesto di dedicarmelo. Sì, perché Jonathan Coe ha firmato l'introduzione a una biografia autorizzata su Robert Wyatt, appena pubblicata in Inghilterra ("Different Every Time", si chiama come le due antologie, disponibile su Amazon anche in versione Kindle) e in un'intervista che avevo trovato per prepararmi avevo letto una limpida dichiarazione dei suoi gusti musicali: "Sono un ascoltatore eccentrico. So chi sono i più bravi, per esempio Bob Dylan o Beethoven, ma io preferisco la seconda divisione. Per questo amo Debussy, Ravel e per il rock, Robert Wyatt". Insomma, io adoro questo scrittore e spero prima o poi di riuscire ad incontrarlo; gli do un consiglio intanto, cerca di arrivare a Genova prima che la pioggia cada. (Danilo Di TerminiI)


ps il titolo dell'articolo, apparentemente bislacco, è ispirato ai temi di tre domande che avrei voluto fargli. Le tengo per la prossima volta Jonathan

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Ci sono musicisti che, spinti da una sorta di bulimia produttiva, inondano il mercato con decine di produzioni. Sparano nel mucchio, in pratica, sperando di cogliere qualche bersaglio grosso. A volte ci riescono. Ce ne sono altri che sembrano distillare le proprie creazioni, centellinando occasioni ed uscite. Poi però va a finire che, nella conta degli anni e dei decenni, anche i distillatori di note hanno lasciato attorno a sé tracce consistenti. Tutte utili, però. A volte utili e indispensabili. Altre ancora indispensabili e radiose. Come quelle dell'Angelo Rosso in catene sulla sua sedia a rotelle Robert Wyatt. Che è anziano e acciaccato, come la sua dolcissima compagna di sempre Alfreda Benge. Non va più sui palchi, ma quando fa uscire qualcosa è bene precipitarsi a procurarselo. Pena mancanza di iniezioni proteiche che possono continuare a confortare esistenze agre. Questo doppio è l’ultima idea del patafisico signor Wyatt. Un lavoro in cui ha raccolto in un primo cd quanto secondo lui andava antologicizzato a suo nome: dai Soft Machine a oggi. Nel secondo propone una serie di collaborazioni davvero a trecentosessanta gradi (da Cristina Donà a John Cage, da Bjork a Phil Manzanera) da rimanere con la mandibola pendula. C'è tutto? Assolutamente no. C'è abbastanza? Decisamente. (Guido Festinese)

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FRANCESCO DE GREGORI - Vivavoce

De Gregori rivede, reinterpreta, e in modo singolarmente cantabile (rispetto al suo solito), e quindi estremamente piacevole (ma senza nessun "ammiccamento" o quasi), una serie di suoi piccoli o grandi capolavori: un ascolto che consigliamo. Dice il "romanaccio" che voleva farsi un regalo e soprattutto ridare vita (in questo presente e per questo difficile presente) alle sue note e alle sue parole, soprattutto a beneficio dei più giovani, che oggi ascoltano le sue canzoni, magari su suggerimento dei genitori, ma (appunto) considerandole di ieri o "storie di ieri". In questo paese in affondamento rapido, sempre più "Titanic" in mezzo a marosi oceanici (o politico economici) incontrollabili (altro che iceberg!), o semplicemente in piena autodistruzione (e in effetti propendiamo per questa seconda ipotesi), riascoltare "Viva L'Italia" e "La Storia", in versioni splendide (per altro), forse le più belle di sempre, o comunque di molto "rinfrescate", può essere d'aiuto. Un "esercizio" corroborante, che potrebbe indurre a non lasciarsi andare al generale si salvi chi può. Ci limitiamo a dire solo questo, senza aggiungere altro, restando poi da capire come sia possibile che il signor Ligabue abbia potuto permettersi di cantare "Alice", forse l'unico vero neo dell'intera operazione. (Marco Maiocco)

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DAMIEN RICE  - My Favourite Faded Fantasy

‘My Favourite Faded Fantasy’,  il ‘difficile terzo album’ di Damien Rice, si presenta con un ardito falsetto, nel brano omonimo, terminando nel dolce  sussurrato di ‘Long Long Way’, che sembra evocare il lungo periodo intercorso tra ‘9’, che usciva nel 2006, e questo attesissimo ritorno. Non è cambiato molto nella musica dell’irlandese, tranne in  qualche sapiente  tocco del produttore Rick Rubin (un vero e proprio rianimatore di carriere) che costruisce arrangiamenti solidi,  ma comunque consoni all’usuale cifra di Rice, con   l’orchestra che vibra all’unisono con la voce dolente del cantautore o  con accompagnamenti minimali addizionati di piccoli, veramente piccoli, aggiustamenti elettronici. I testi, come d’abitudine, convergono su di un unico tema, l’amore, con tutte le sue passioni e delusioni, probabilmente  sperimentate in prima persona. Otto anni sono lunghi da passare, come dice, più o meno,  la canzone, ma se è il prezzo da pagare per una manciata di brani di questo spessore, ne è valsa certo  la pena. (Fausto Meirana)

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TWEEDY - Sukirae

Tweedy è un affare di famiglia. Tweedy sono Jeff (Tweedy) che è il padrone di casa Wilco e scrive, canta e suona accompagnato da Spencer (Tweedy) che è figlio di Jeff e batterista. Il titolo dell’album è il soprannome di Susan (Tweedy), moglie di Jeff e madre di Spencer. Quando le canzoni di Tweedy erano ancora idee abbozzate, la famiglia ha saputo che Susan era gravemente malata. Questo il contesto per uno dei dischi più riusciti, coerenti e coinvolgenti sentiti quest’anno. Le canzoni sono molte e varie: da qualche acidume rock a quiete ballate folk, tutte però caratterizzate da una verve (e una penna) non comune. Qui s’incontrano i molti Jeff Tweedy del passato: quello imberbe e folk degli Uncle Tupelo, quello scafato e rock dei Wilco, quello recente e produttore (Mavis Staples, Low). S’incontrano e, insieme al resto della famiglia, incidono un grande disco. (Marco Sideri)

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BOB DYLAN - The Bootleg Series Vol. 11 / The Basement Tapes Raw

La miniera d'oro non era esaurita: era stata data per esaurita. Per tenere lontane curiosità morbose, e lasciar procedere la storia ufficiale. Fuor di metafora: i cacciatori di pepite dylaniane ben sapevano che le session dei Basement Tapes di Mr. Zimmerman con la Band avevano prodotto ingenti quantità di materiale sonoro da leccarsi le dita, tra citazioni folk e blues letterali – i Nostri avevano ascoltato tutto, sapevano tutto - e mercuriali, brucianti canzoni scritte con l'ansia febbrile di chi sa che sta cogliendo l'attimo. Tant'è che i bootleggari ci costruirono sopra i titoli di Great White Wonder in così tante declinazioni diverse che alla fine era come ritrovarsi un puzzle con troppi pezzi, o troppo pochi.

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PINK FLOYD - The Endless River

A volte bisogna saper accettare i paradossi, perché fanno parte del fiume della vita. Anzi, e per entrare in tema, del “fiume infinito” della vita. Molti, moltissimi  floydiani doc sono abituati a remare nel fiume infinito dei paradossi. Ad esempio che i Pink Floyd in realtà siano finiti nel 1983, con quel “taglio finale” che siglava assieme l'impossibilità di convivere di Waters e Gilmour, e rimarcava anche, con mesta ferocia, “Il Requiem per il Sogno del dopoguerra”, la dissoluzione di un sogno collettivo nel mondo di squali col tailleur o incravattati con la faccia della vampira Thatcher. I Pink Floyd dell'era Gilmour proposero due deboli dischi che sembravano l'involucro vuoto dei Pink Floyd. Waters si rifugiò nella sua testa piena di idee floydiane, ma senza avere le braccia adatte a metterle in pratica. Poi, nel 2014, si attua il paradosso. Un disco costruito sulla provvisorietà più transeunte, le session con gli ultimi aggraziati tocchi di Wright su una tastiera, tanti anni fa, diventano, smontate e rimontate, integrate e sezionate, un disco dei Pink Floyd. Che non suonerà mai dal vivo.

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NEIL YOUNG - Storytone

Neil Young, instancabile e iperattivo come al solito, torna con una nuova piacevole manciata di canzoni originali (registrate dal vivo in studio), dopo la "bislacca" parentesi di "A Letter Home", risalente a solo qualche mese fa. L'utilizzo di un'ampia orchestra sinfonica (non nuovissimo nella vicenda del rocker canadese, ma neppure così frequente, anzi), compresa di coro, dai modi delicati, non roboanti, ma non melliflui o eccessivamente "barocchi", oltre che di una big band (si ascolti il divertito esperimento di "Say Hallo To Chicago": lo sfizio di provare a cantare anche uno swing, senza prendersi troppo sul serio), sembra essere la novità principale. Dieci canzoni, che, per i nostalgici delle "vecchie formule", sono interpretate, nella versione deluxe, anche in chiave più o meno acustica in solo dallo stesso Young (alle corde, anche smorzatamente elettriche, o al pianoforte).

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MARK LANEGAN BAND - Phantom Radio

Dopo la ricercata acusticità di "Black Pudding" e la più canonica parentesi alternative country di "Imitations", Mark Lanegan torna sulle tracce di "Funeral Blues", che giusto un paio d'anni fa mescolava singolarmente e (tutto sommato) piacevolmente la sua voce da whisky e sigarette, cavernosa e roots, ma persa in un tenebroso profondo nord (che magari rimpiange i deserti dell'Arizona), con nostalgiche e fantasiose sonorità elettroniche, sospese tra la new wave anni '80 e il trip hop anni '90 (qui ancor più accentuate, se possibile). Ma se "Funeral Blues" sembrava giocare anche sull'idea di uno stordente e diabolico immaginario sud, da cremagliera per l'inferno (più che da ascensore), qui sono le onde elettromagnetiche di una lontana e fantomatica radio a richiamare con ipnotica insistenza le anime sperdute, direttamente dal regno dei morti.

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