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BILLY BRAGG/JOE HENRY - Shine A Light – Field Recordings From The Great American Railroad

Comincia con uno storico brano su una celebre linea ferroviaria portato al successo da Lead Belly ("Rock Island Line") questo progetto dedicato al suggestivo mito americano della ferrovia, ad opera del produttore statunitense Joe Henry e del folk singer inglese Billy Bragg, tempo fa già a fianco dei Wilco sulle tracce di Woody Guthrie nelle intense e spassose "Mermaid Sessions". Un lavoro nel quale i due blasonati artisti ripercorrono amabilmente, con l'ausilio delle sole voci e chitarre, una serie di standard (classici della ferrovia in questo caso) folk, country e (non da ultimo) blues, elementi fondanti di un'irripetibile e composita civiltà musicale.

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS - Skeleton Tree

Sale lenta come una marea oscura la musica di "Skeleton Tree" (Il calviniano signor Palomar avrebbe abbondante materia per il suo sguardo indagatore). D'altronde è con "le cattive maree" australi che abbiamo come al solito a che fare. E dire che lì per lì il minimalismo tastieristico prevalente (una vera e propria essenziale ossatura sonica) lascerebbe quasi indifferenti oppure straniti per l'apparente mancanza di punti di riferimento, salvo poi finire per avvolgere come un'onda nera, liquida e densa, capace di trascinare al fondo, senza scatti o repentini cambi di passo, verso una specie di rassegnata, attonita e al contempo confortevole desolazione. Cave piange la morte del figlio adolescente, caduto tragicamente da una scogliera la scorsa estate.

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BRAD MEHLDAU/JOSHUA REDMAN - Nearness

 Il quarantasettenne sassofonista di Berkeley e il pianista della Florida di un anno più giovane si frequentano musicalmente da molti anni (“Moodswing” con Mehldau nel quartetto di Redman è del 1994), ma questa è la prima volta che si incontrano in duo per un disco tratto da una serie di concerti europei del 2011. Ad aprire “Ornithology” di Charlie Parker, giocato in uno stimolante contrasto tra la fedeltà al tema di Redman e la decostruzione di Mehldau; e nella rilettura degli standard, lo splendido “In Walked Bud” di Thelonious Monk, i sedici minuti di “The Nearness of You” lirici e intensi, risiede la forza del progetto che invece perde colpi, nonostante la grande intesa tra i due musicisti, proprio nei brani originali. Sia “Always August” che “Old West” sono risolti in maniera piuttosto prevedibile se non addirittura ammiccante. Non sarebbe dispiaciuto uno svolgimento meno scontato, più audace o addirittura rischioso; così facendo “Nearness” sarebbe stato certamente uno dei titoli del 2016 e non solo un bel disco come tanti altri. (Danilo Di Termini)

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THE HANDSOME FAMILY - Unseen

The Handsome Family, ovvero i coniugi Brett e Rennie Sparks, giungono al decimo album con un seguito ormai da rockstar, infatti molti musicisti, come Bruce Springsteen e Ringo Starr non esitano  a collocarli tra le loro band preferite; per di più, grazie all’inserimento di una loro canzone, Far From Any Road, nella serie tv True Detective, il loro nome è conosciuto anche fuori dalla relativamente ristretta cerchia degli appassionati. Unseen conferma lo stile del gruppo con le due voci, il tono profondo  di Brett e il cinguettio di Rennie, che si stagliano su di un battito soft-country un po’ sonnacchioso che ormai è un vero marchio di fabbrica. I testi, sempre originali e un po’ bizzarri sono opera di Rennie, che come si legge sulle note, suona anche il banjo e l’autoharp ‘qui e là’…Aggiungono suoni in modo delicato ma gustoso David Gutierrez (mandolino, dobro), Alex Mac Mahon (chitarra, pedal steel) e Jason Toth (batteria).  L’edizione qui recensita contiene anche un best of con sette brani, tra cui, il brano da True Detective. Grande qualità, ottimo prezzo, perdonando un brano, The Red Room, che discende un po’ troppo dalla  I Shall Be Released di Dylan… (Fausto Meirana)

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ED HARCOURT - Furnaces

Ci vuole orecchio, certo; ma pure tenacia. Ed Harcourt sono sedici anni (16) che pubblica dischi con regolarità impiegatizia (ogni due/tre anni, inframezzati da EP e compilation), costante perizia (oscillano, ma non sono mai stati meno che buoni), alterne fortune (visibilità che va e viene, etichette variabili). Furnaces è una sveglia elettrica per la quiete del precedente Back Into The Woods; è un disco ritmico, scorbutico e aggressivo che, a tratti, pare mantenere le promesse tomwaitsiane dei lontani esordi (sentite la traccia omonima). È anche un disco pop, Furnaces, che Ed H resta un autore classico nell’affrontare le canzoni, uno che non rinuncia a melodia e ritornelli. E così, strofa dopo strofa, 12 canzoni si aggiungono al canone costante di Ed: uno che, da sedici anni (16), va per la sua strada. (Marco Sideri)

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ACOUSPACE PLUS - Tid

Prendetevi del tempo (“Tid” in danese) e possibilmente anche dello spazio (anche quello immaginario, garantito dall’isolamento di un buon paio di cuffie, può andar bene) e disponetevi all’ascolto. Il quartetto formato da Jesper Bodilsen al contrabbasso (è lui il cuore pulsante del trio ‘nordico’ di Stefano Bollani), Claus Waidtløw e Joakim Milder ai sax e Spejderrobot all’elettronica, richiede attenzione, ma non perché la sua musica suoni ostica o pretenziosa, semplicemente perché, fin dalle prime note, “Snowland” avvolge in un universo acustico sinuoso, curvilineo, in questo favorito dall’assenza di strumenti percussivi e anche del pianoforte. La discendenza più immediata è quella con i gruppi di Jimmy Giuffre, il trio dei dischi Verve, “Fusion” e “Thesis” insieme a Steve Swallow e Paul Bley: in comune la libertà espressiva – che non sfocia mai nel caos, nemmeno organizzato – e l’attenzione alla melodia; in aggiunta una leggerezza quasi onirica, una luminosità caratteristica di certe sere da quelle parti lassù al nord. Una delle (molto) piacevoli sorprese di quest’anno jazzistico. (Danilo Di Termini)

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OKKERVIL RIVER - Away

La separazione (nella maggior parte dei casi: essere mollati) sta alla base di un buon numero di dischi, alcuni capolavori (Blood On The Tracks di Dylan) altri meno. Away è un disco di separazione (break-up album) ma non si parla di questioni di cuore: Will Sheff è stato mollato (o ha mollato, vai a sapere) gli Okkervil River. Il gruppo, attivo da fine anni 90, torna in “Away” totalmente rinnovato; cambiano musica e volti intorno al fondatore e autore principale (Will appunto). La cosa è chiara da subito: il primo pezzo si chiama Okkervil River RIP. Passa in secondo piano il rock indipendente (addirittura con venature anni 80) delle ultime prove e arriva un cantautorato cosmico, in bilico tra folk e derive più libere (i musicisti sono di area jazz-newyorchese, nientemeno), acustico di base senza disdegnare soluzioni diverse. Una rinascita coi fiocchi. (Marco Sideri)

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RYLEY WALKER - Golden Sings That Have Been Sung

Il giovane Ryley Walker percorre strade sonore affascinanti e impervie. Ci vuole un talento solido e precoce come il suo per seguire le orme di Bert Jansch, Tim Buckley e Nick Drake con la necessaria sensibilità e Primerose Green (secondo album del songwriter di Chicago) elargiva talento e sensibilità a piene mani. Golden Sings That Have Been Sung, album sontuoso e poliedrico, rappresenta un passo ulteriore verso l’evoluzione artistica di Ryley Walker. Il produttore Leroy Bach, polistrumentista dei Wilco, ha traghettato il retroterra musicale del cantautore verso una sorta di crossover folk-psichedelico tanto impegnativo ed ambizioso da spingersi fino a scenari sonori prog. Ma fra gli otto brani dell’album, più che lunga e tortuosa Age of Old Tales o l’ipnotica suite Sullen Mind, affascina la semplice, efficacissima struttura folk di Roundabout e A Choir Apart. In ogni caso, le premesse per un futuro ricco di brillanti innovazioni sono ben evidenti e Ryley Walker saprà coglierle una ad una. (Ida Tiberio)

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MORGAN DELT - Phase Zero

Specchio, specchio lisergico delle brame rock, chi è il più psichedelico del reame? In questo momento la bacchetta del rabdomante deve indicare, per forza, il Signor Morgan Delt. Che vive tra i boschi in California, da bambino dev'essere cascato in una tinozza di tè alla cannabis, ed aver avuto in sorte, da ascoltare, un bel quintale di ellepì d'antan che partivano con gli episodi più strampalati della Incredible Band, quando erano cose sicure, e sfumavano in una “purple haze” di puro peyote quando le copertine erano troppo colorate per capire chi fosse, il gruppo. Questo è il suo secondo disco, e se riuscite a immaginare una nuvola colorata piena di echi, riverberi, nastri al contrario, e via citando, che inizia con i Byrds “otto miglia su nel cielo” e finisce da qualche parte smarrita nelle terre ambigue degli Animal Collective siete già sulla buona strada. Mettendo in conto anche diversi giri di pattuglia (a bordo di teiere volanti, ça va sans dire)  in specifici territori Gong, Sua Freakitudine la buonanima di Daevid Allen benedicente. (Guido Festinese)

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