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THE JESUS AND MARY CHAIN – Damage And Joy

Pensate di comprare, dopo 19 anni di attesa, un nuovo libro di racconti del vostro autore preferito per poi scoprire, dai titoli e leggendolo, che cinque su quattordici già li conoscete. Con il nuovo disco dei fratelli Reid mi è capitato lo stesso; ci sono infatti alcuni brani, per fortuna i migliori, della loro attività post 1998 - svolta da soli, con nuovi gruppi o con la sorellina - che qui ricompaiono; l'iniziale "Amputation" altro non è che "Dead End Kids" dall'omonimo EP di Jim Reid del 2006; gli altri quattro mantengono almeno il titolo originale: "The Two of Us" (dall'album "Retox" dei Freeheat, 2001), "Can't stop The Rock" (da "Little Pop Rock" dei Sister Vanilla, 2007), "All Thing (must) Pass" (bellissimo singolo di TJAMC del 2008, inserito nella soundtrack della serie tv "Heroes") e "Song For A Single Secret" (singolo di Jim Reid & Sister Vanilla del 2005). Spiace che sulle note di copertina non se ne sfaccia alcun cenno; quel che è più sorprendente è che mi sembra, finora, non se ne sia quasi accorto nessuno. Ciò non toglie che "Damage and Joy" sia un gran bel disco (alle voci compaiono, tra le altre, Isobel Campbell e Sky Ferreira) che non deluderà i vecchi fans della band scozzese; non ci sono svolte stilistiche e forse è meglio così; ogni riascolto porta qualcosa in più e tocca corde che da tempo, troppo, non aspettavano altro. Can't stop the rock! (Marco Bonini)

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CONOR OBERST - Salutations

Le preoccupazioni per la salute sembrano passate, quindi Oberst ci può persino scherzare su, e nel retro della copertina sembra stia subendo una rianimazione a bordo piscina, con  Jim Keltner impegnato a chiamare  il 118… Salutations è la versione full-band di Ruminations, il disco un po’ oscuro, uscito da pochi mesi,  che ha seguito il ricovero ospedaliero del poliedrico e versatile  cantautore di Omaha; lì c’era solo lui, qui c’è Jim Keltner alla batteria e i Felice Brothers come backing band (più Jonathan Wilson, M.Ward e Gillian Welch). Il tutto, oltre a rendere più piacevole l’ascolto della decina di brani già sentiti in Ruminations, ci consegna altri sette brani, forse un po’ meno densi, ma sicuramente dotati di un buon impatto sonoro, con i fratelli Felice a fare il verso alle band di Dylan, ma soprattutto a ‘quella’ Band…Che dire, infine, di questi dischi quasi gemelli? Se Ruminations vi è piaciuto, siate certi che il fratellone vi farà anche saltellare nella stanza grazie a fisarmonica e violino! (Fausto Meirana)

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GRANDADDY - Last Place

C’è in libreria, da qualche tempo, la ristampa di uno splendido romanzo di Kurt Vonnegut che si intitola Cronosisma.Il sarcastico scrittore americano immagina che un giorno il tempo cominci ad avvitarsi su se stesso, né futuro né passato, dunque, e una continua coazione a ripetersi degli ultimi eventi, avvitati in un loop temporale. Questo fa venire in mente un disco bello, importante e incredibilmente fuori tempo massimo come Last Place. Spieghiamoci: Jason Lytle aveva sciolto la band una decina d’anni fa, addio formalizzato con il notevole Just Like the Fambly Cat. Poi s’era rintanato a vivere tra i monti, facendo uscire un paio di dischi a suo nome che erano esattamente quanto ci si poteva aspettare: ottimo artigianato autoriale, senza il guizzo Grandaddy che spiazza e lascia qualche bella unghiata sull’anima. Adesso tornano, come se i dieci anni fossero archiviati in un filmino di dieci minuti. E riprendono le fila esattamente da dove avevano lasciato cadere la matassa:  dunque la consueta, geniale sintesi tra Neil Young, i Genesis laccati di tastiere perverse e minimali, il punk come fiammata improvvisa da consumarsi in briciole di secondi, le chitarre che sussurrano e volte si lascano scappare un ruggito su nervature pop ‘n’ roll.  E su tutto l’agrodolce siderale e tellurico assieme di quella vocina che racconta storie terribili come se ti stesse fornendo la ricetta della torta di mele, pessimismo cosmico avvolto nel miele degli armonici. A Lost Machine ruba il cuore, la conclusiva Songbird Son è la dimostrazione che si possono scrivere ancora brani spezza cuore, l’iniziale Way We Won’t, servita da un video che lascia una boccata d’amarezza è classico Grandaddy Sound. Benvenuti nel loop. (Guido Festinese) 

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RALPH TOWNER - My Foolish Heart

“Non suonare quello che c'è. Suona quello che non c'è” è uno degli aforismi più celebri attribuiti a Miles Davis; suona solo e sempre le “Note Necessarie”, ripete ossessivamente ad ogni intervista Enrico Rava (tanto che il film biografico a lui dedicato di prossima uscita nelle sale si intitola proprio così); senso della misura potremmo chiamarlo più prosaicamente, quello che spesso manca a molti chitarristi, incapaci di fermare il profluvio di note espresso dal loro strumento con disarmante semplicità. A Ralph Towner, che torna dopo i progetti in duo con Paolo Fresu (“Chiaroscuro”) e in trio con i colleghi Wolfgang Muthspiel e Slava Grigoryan (“Travel Guide”), questa fondamentale dote per fortuna non è mai mancata. Lo dimostra ancora una volta in un disco in completa solitudine, di soli quaranta minuti, ma tutti intensi e ineccepibili.

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ALASDAIR ROBERTS - Pangs

Dopo la solitaria austerità acustica del precedente "Alasdair Roberts", risalente ormai ad un paio d'anni fa, il grande folk singer scozzese, probabilmente il più importante "trovatore" britannico da Martin Carthy in avanti, torna a firmare un disco a suo nome (il nono in quindici anni, oltre alle innumerevoli e diversificate collaborazioni), avvalendosi del luminoso contributo (a dispetto dello scuro titolo di questa nuova pubblicazione) di una nutrita e valorosa band. Un Roberts qui spesso e volentieri "abbracciato" ad una chitarra elettrica (pratica che non gli è nuova), strumento che lui suona un po' alla maniera di un Wizz Jones (da una parte), nelle sue rare derive elettriche, e di un musicista medioevale (dall'altra), grazie a certi staccati estatici e stranianti, quasi indipendenti dal relativo sostegno armonico (ma la suggestione è probabilmente azzardata).

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RHIANNON GIDDENS - Freedom Highway

Un sacco di punti dati come smarcati nella storia (globale, per la verità) dei diritti civili negli Stati Uniti si sono rivelati tutt’altro (che smarcati) nell’ultimo anno e spiccioli. Parallelamente, anche la musica di protesta è uscita dalla polvere degli scaffali e dei cofanetti di Woody Guthrie per rifarsi (ahimè) attuale. Certo, non è più principalmente folk (Beyoncé e Kendrick Lamar hanno inciso dischi di protesta, e hanno fatto rumore) ma può essere ancora folk. E veniamo a R Giddens che qui (fin da una programmatica cover degli Staple Singers) calca i passi di tanti pionieri andati sulla “Freedom Highway” americana. E su una base di solide ballate folk acustiche inserisce svisate soul, funk, rock e hip hop a movimentare il panorama. Una bella voce e una personalità oggi definita completano il quadro. Bella musica per tempi incerti. (Marco Sideri)

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GANG - Calibro 77

Come Sangue e Cenere, anche il nuovo disco dei Gang esce con l’ausilio del  crowdfunding. Si tratta di una raccolta di versioni di brani più o meno 'politici’ scritti da cantautori italiani. Ci sono Guccini, Lolli, Finardi, Bennato, De Andrè, Gaber, Pietrangeli e altri  in un cocktail non del tutto 'impegnato politicamente’ ma quasi. La  produzione  è ancora nelle mani di Jono Manson, che sembra avere in mano la chiave per valorizzare  il suono dei fratelli Severini. Naturalmente , come succede in questi casi, ci sono brani più riusciti di altri; meglio Io ti racconto che Un altro giorno è andato, meglio Cercando un altro Egitto che I reduci e, sicuramente, meglio Sulla strada che Venderò. Sempre superiori,  comunque,  i Gang commoventi e militanti di Sangue e Cenere, anche  se  Calibro 77  è un disco ampiamente godibile e nostalgico, ma, almeno per chi scrive, dovrebbe comprendere almeno un brano del grande Pierangelo Bertoli. (Fausto Meirana)

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LEIF VOLLEBEKK - Twin Solitude

Questo bel disco, malinconico e lento si regge soprattutto sulla bella voce di Vollebekk, cantautore canadese che si era fatto notare alcuni anni fa con North Americana; Twin Solitude non nasconde la derivazione dall’affollato parterre dei songwriter nordamericani, casomai ne evidenzia il lato intimo, ricorrendo ad arrangiamenti scarni ma estremamente curati. La batteria, ad esempio, è registrata quasi allo stesso livello della voce e talvolta copre anche l’assenza del basso, mentre in molti dei brani c’è un piano elettrico che riporta alla stagione eletta di quello strumento, gli anni ’80/’90. Vollebekk sostiene di ispirarsi a Dylan, ma dice anche he tenta di dimenticarlo quando suona; qui ci sono comunque almeno due omaggi chiari e limpidi: l’ossessiva Michigan, che contiene  l’incedere inconfondibile di Walk On The Wild Side di Lou Reed, e  East Of Eden che nasce da una specie di jam sulla riscrittura  di un brano di Gillian Welch con  l’andamento  un po’ zoppicante dei brani di Neil Young con i Crazy Horse. Bello anche Elegy il brano scelto come lancio dell’album, una ballatona tra Jackson Browne e Mark Eitzel. (Fausto Meirana)

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SODASTREAM - Little By Little

Di ritorni è pieno il mondo (musicale); anzi, è stracolmo. Praticamente ogni gruppo/cantante in vita (o meno) ha fatto un rientro (o comeback o rentrée) sulla scena negli ultimi 20 anni. Del resto, la nostalgia è una delle principali chiavi di lettura per il presente musicale (guardiamoci negli occhi: quante ristampe avete comprato nel 2016?). C’è modo e modo di tornare, però. E i Sodastream lo fanno bene: con un disco nuovo, inedito, fedele -ma non arreso- alla linea. Little By Little è 10 canzoni folk pop, palleggiate tra il contrabbasso e l’acustica (da sempre gli strumenti del mestiere per il duo), piene di melodia e ritornelli, con la voce delicata di Karl Smith e il contrappunto puntuale di Pete Cohen che sembra ieri e invece sono passati più di dieci anni (sentite che meraviglia Grey Waves). Vogliamo dire bentornati? Diciamolo: Bentornati. (Marco Sideri)

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