Dopo il più psichedelico Weeds – a cavallo tra dream pop e shoegaze, realizzato con Tommaso Cerasuolo – gli Airportman firmano con questo nono disco la loro opera più progressiva, nel senso classico del termine: il suono è soffuso, tenue, malinconico, intimista ed ammaliante. Le chitarre sono sussurrate, con rintocchi e struggenti armonie pianistiche, una batteria mai invadente e un approccio musicale che tende a dipingere, per mezzo di immagini trasformate in trame sonore. Nino e l'inferno è la colonna sonora di una storia dolorosa e soprattutto vera, vissuta ai margini di una vita purtroppo scandita dall'indifferenza della società d'oggi, dalla malattia improvvisa e dalla solitudine. Un tema difficile da tradurre e da trattare in musica, eppure il gruppo italiano ci regala un autentico gioiello: un viaggio, e crudo e sincero, raccontato attraverso scenari musicali dilatati con sapienza. I pezzi sono più lunghi del normale e costituiscono altrettante tessere di un mosaico che può richiamare certe suggestioni care ai primi Talk Talk e al loro leader Mark Hollis. Tra ambient alla Eno e progressive wave di ascendenza anglo-britannica, con soluzioni ritmiche cesellate, Nino e l'inferno è un vero e proprio racconto dell'anima. Merito anche dell'intervento del 'rumorista' Frank Alloa, il quale affianca, in maniera superba, il trio Giovanni Risso-Marco Lamberti-Poalo Bergese. Delicato come una carezza e crudele come l'esistenza, questo nuovo capitolo degli Airortman è da prendere in seria considerazione. Struggente e incantevole. (Davide Arecco)


