Fosse nato qualche centinaio di chilometri più a Nord, diciamo da qualche parte tra Norwich e Birmingham, il suo nome sarebbe nel piccolo Olimpo prezioso dei più grandi folksinger “progressivi”. Quella terra fatata abitata da gente come Nick Drake, John Martyn, Piers Faccini, anche, per usare un nome meno usurato ma sulle medesime stazioni emotive. Invece no, Loris Vescovo è friulano, della Val Resia. Che è di per sé un giacimento culturale tanto poco conosciuto quanto magnifico. Loris Vescovo nella vita si occupa di faccende scientifiche, ma quando ha la chitarra tra le mani cava fuori acquerelli agrodolci e pieni di riferimenti incrociati che, fossero stati scritti allo scorcio dei Sessanta, sarebbero finiti dritti in un disco dei Faièport Convention. O dei Mellow Candle. Invece, come ci racconta in questo quarto disco, è un “penisolato” come tutti noi, dove l'isolamento è più che altro quello di chi cerca di opporre le proprie motivate ma fragili forze ad un imbarbarimento culturale squassante. Troverete echi folk, elegantissime patine jazz nell'uso dei fiati, due brani dalla sua tradizione, qualche affondo ironico, perfino una deliziosa deriva blues. In due parole: un piccolo capolavoro del folk “progressivo”. (Guido Festinese)


