19 luglio 2020
Festival Internazionale della Musica e del Balletto di Nervi
Beppe Gambetta / Dove tia o vento / Where the Wind Blows

85 beppe gambetta

Bella storia che ai Parchi di Nervi siano tornati musica e danza, come quando le note di Miles Davis, di John Surman, dell'Art Ensemble of Chicago aleggiavano sui prati incantati. Altri tempi, naturalmente, oggi è già molto che ci sia la musica dal vivo, come che sia, e non quel triste succedaneo che è la "musica liquida" da consumare distrattamente con la soglia d'attenzione del pesce rosso, dieci secondi e si passa ad altro. E tanto più dopo che il lockdown ha lasciato un vuoto di emozioni vere che bisognerà riempire con pazienza e costanza, pena un futuro davvero parecchio più triste e indifferente. Bello allora che, accanto a presenze musicali più che discutibili, sia stato chiamato a suonare quel vero ambasciatore della musica e di Genova nel mondo che è Beppe Gambetta, una delle vittime illustri della serrata da Covid, con le sue serate acustiche al Teatro della Corte per la prima volta annullate. Gambetta ha un nuovo disco da proporre, e che disco, se n'è parlato anche in questi spazi. Ha un doppio titolo, in genovese e in inglese, che sta a significare "dove tira il vento": perché "dove tira il vento" sono finiti decine, centinaia di italiani che nei decenni finali dell'Ottocento hanno cominciato ad andarsene dall'Italia, spesso svanendo in un nulla che non portava più notizie né pane. Così è toccato anche agli avi di Beppe, e sappiamo quanto il valoroso chitarrista sia sensibile al tema, al quale ha dedicato almeno un paio di dischi ormai "storici".

 

Gambetta era sul palco con la sua nuova formazione che comprende Giovanni Ricciardi, squisito violoncellista dalla cavata lirica e sensuale, nel caso anche assai presente ritmicamente, Riccardo Barbera al contrabbasso, affidabile e musicalissimo come sempre, e quel folletto imbiancato delle percussioni che è Marco Fadda, il "nostro" Trilok Gurtu. Dunque corde e oggetti da sfiorare e percuotere, in più la voce di Beppe che, per la prima volta, è anche autore di canzoni: e Dove tia o vento, appunto, è giustamente finita nella cinquina finale del premio Tenco. Il concerto è partito in salita, complice un'umidità feroce che assediava le corde, o cavi e i jack e creava tutti i peggiori ritorni negli amplificatori: c'è voluto il mestiere id Beppe per continuare come nulla fosse, a prezzo di non riuscire quasi a sentirsi.

I nuovi brani reggono bene dal vivo, e risultano quasi commoventi, nella disarmata semplicità con cui li affronta Gambetta con un filo di voce: in pratica il rovescio dell'approccio vigoroso e senza esitazioni del suo plettro a mulinare sulle corde. L'inserimento di Ricciardi è davvero valore aggiunto, e così la palette di colori e timbri che aggiungono Fadda e Barbera. Molti gli omaggi a Fabrizio De André, che nel nuovo disco è ricordato assieme a Pete Seeger e Doc Watson in Wise Old Man: con una versione magnifica di Jamin-na, con la proposta di Un Matto in inglese e in italiano ( Beppe è andato davvero a cantarla sulla tomba del folle raccontato da Faber nel cimitero di Spoon River!), con La città vecchia che nel finale diventa una mazurka indiavolata. Il suono, inzuppato di rugiada, ha fatto di tutto per mandare il concerto di traverso a Beppe e agli spettatori tristemente "distanziati" nelle sedie: ma per fortuna un oceano di luci avvolgeva la scena, dalle colline, e a un certo punto s'è sentito anche il lamento saggio e accorato di un ciuco di Sant'Ilario: a Faber sarebbe piaciuto. (Guido Festinese)

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