In una profumata serata estiva, nella palazzina verde chiaro che si fregia del nome altisonante di Fillmore, fa tappa a Cortemaggiore il tour italiano di Steve Earle, il cantautore texano dal passato burrascoso e condizionato dal fatto di essere stato più volte indicato come erede di Springsteen. Ultimamente impegnato in diverse battaglie civili contro la guerra in Iraq e la pena di morte, Earle presenta in questa occasione il suo ultimo album 'Washington Square Serenade' che ha confermato la sua buona forma creativa e, come vedremo sul palco, anche fisica. La sala, probabilmente il vecchio cinema-teatro del paese, non è molto affollata quando inizia il breve set di Allison Moorer, compagna di Earle e vera e propria rivelazione della serata; per lei una manciata di canzoni eseguite con grinta e convinzione, con alcuni riusciti omaggi ad artisti come Patti Smith (Dancing Barefoot), Joni Mitchell (Clouds) e a chiudere, la 'A Change is Gonna Come' di Sam Cooke.
Dopo il consueto intervallo, dedicato alla ricarica dei boccali di birra, il cantautore americano sale sul palco, mentre l'atmosfera si riscalda e sotto il palco si sta un po' più stretti. Si tratta di un concerto acustico e il nostro ha portato con se molti strumenti a corda: chitarre, mandolini, banjo, dobro e si accompagna volentieri con l'armonica a bocca; il corposo repertorio viene rivisitato cominciando dagli esordi, passando per l'importante collaborazione con Norman Blake, fino ad arrivare all'ultimo disco. Proprio per i brani tratti da 'Washington Square Serenade' giunge sul palco un omone che armeggia con un'attrezzatura da DJ con tanto di piatti da 'scratchare' e sequencer! L'effetto è, al principio, un po' straniante, ma l'insieme acustico-sintetico funziona ottimamente nell'intento di ricreare i suoni della sala d'incisione. Torna sul palco anche la Moorer, per alcuni brani e qualche scenetta coniugale, poi, con Earle nuovamente solo sulla scena, la serata si conclude con un frenetico crescendo e un paio di acclamatissimi bis finendo sulle note di 'Copperhead Road'. (Fausto Meirana)
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