| 19 Luglio 2010
DISCO MIX a cura di Jedediah Leland
Proprio guardando la copertina di quest'ultimo - una palla da biliardo gialla e una rossa - ci si comincia a porre delle domande: in quale modo questo disco ha segnato la nostra giovinezza e come mai si trova ancora qui? Ma non c'è tempo di rispondere, bisogna continuare a inscatolare. Allora si passa velocemente ai dischi inutili (impossibile fare una lista), ai dischi ancora sigillati (c'è l'ultimo Micah P. Hinson, ma anche "The end" di Nico), a quelli ascoltati una volta e mai più (Attila Zoller per esempio, un chitarrista ungherese scomparso nel 1998 e da allora ovviamente rivalutato; mi annoto mentalmente di risentirlo). La prima riflessione è che se avessimo comprato metà dei titoli che infestano il nostro nuovo appartamento e se di questi ne avessimo ascoltato attentamente almeno la metà, saremmo sicuramente uomini migliori. A corollario di questa profonda speculazione sorge spontanea una domanda: perché? (Gli americani avrebbero scritto Why? e fa tutto un altro effetto.) Al momento di impacchettare con il bollicinato l'adorato preamplificatore a valvole, qualche risposta uno prova anche a darsela: amore per la musica, ansia di possesso, volontà di potenza (nel più puro prospettivismo nietzscheano). Ma nessuna sembra cogliere in pieno il viluppo di sentimenti e pulsioni che spingono all'incontrollabile desiderio di acquistare il 'nuovo' live di Otis Redding per il gusto di avere i tre set completi di quel concerto al Whisky A Go-Go del 1967. Non resta che arrivare nella casa nuova, rimontare in fretta l'impianto, scartocciare tutto e mettere sul giradischi l'infinito "The freewheelin' Bob Dylan": "The answer my friend, is blowin in the wind".| < Prec. | Succ. > |
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