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I nostri preferiti Rock ELLIOTT MURPHY - Just A Story From America (Columbia 1977)
 

ELLIOTT MURPHY - Just A Story From America (Columbia 1977) Hot

ImageEsistono dischi che sono belli in virtù  dei loro 'difetti', dei loro strabismi di Venere sonori. E’ il caso di “Just A Little Story From America”. Il newyorkese Elliott Murphy lo va a incidere a Londra insieme a musicisti britannici fra cui l’ex Rolling Stones Mick Taylor e il non ancora miliardario Phil Collins. Murphy ha in serbo un pugno di canzoni emozionanti e lineari e se le ritrova arrangiate a metà fra soft rock e glam, fra Al Stewart e Ian Hunter. Potrebbe essere un disastro e invece (come già era accaduto per “Berlin” dell’altro newyorkese Lou Reed) l’esito è affascinante. Il flauto che introduce “Rock Ballad”, il piano ultrasentimentale che chiude “Summer House”, la ritmica troppo scandita di “Anastasia” danno all’album un colore autunnale, malinconico; collocano melodie e storie in un tempo e in uno spazio che sanno di rimpianto e lontananza, tanto quanto il precedente “Night Lights” era all’insegna di un “qui e ora” totalmente metropolitano.

Sarebbero concetti vuoti se non si basassero sull’indiscutibile bellezza delle canzoni, in particolare di due, “Rock Ballad” e “Anastasia”. La prima è, sin dal titolo, una dichiarazione d’intenti da perfetto cantautore urbano (una delle figure chiave del rock americano anni ’70) ed è rimasta sino a oggi un caposaldo del repertorio live di Murphy. La seconda è, in assoluto, la sua più bella creazione, commovente nella melodia e impeccabile nel raccontare la rivoluzione d’Ottobre attraverso gli occhi della piccola principessa Anastasia: “Non voglio dire che la loro guerra fosse sbagliata/ Dico solo che sbagliavano a disprezzare la luce negli occhi di una bambina”. Storia e immaginario visivo uniti insieme come neanche a Hollywood erano riusciti a fare. (Antonio Vivaldi)

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