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I nostri preferiti Rock ECHO & THE BUNNYMEN - Crocodiles (Korova/ Warner Bros 1980)
 

ECHO & THE BUNNYMEN - Crocodiles (Korova/ Warner Bros 1980) Hot

ImageFatta eccezione per Adam Ant (che però era troppo frivolo) e John Foxx degli Ultravox (troppo algido), il circuito punk e new wave britannico di fine anni ’70 non produsse alcun sex symbol. A cambiare le cose arrivò nel 1980 il faccino intenso e imbronciato di Ian McCulloch. Colui che in breve divenne per tutti “Mac” era il cantante di Echo & The Bunnymen, la formazione che, insieme ai Teardrop Explodes,  riportò la città di Liverpool sulla mappa del rock dopo una decennale stagnazione seguita all’apoteosi beatlesiana. In origine il gruppo era formato da tre musicisti in carne e ossa (i Bunnymen) e una drum machine (Echo). Fu dietro suggerimento di Seymour Stein (colui che in America aveva messo sotto contratto Ramones e Talking Heads) che entrò in scena un batterista vero, il pregevole Pete De Freitas. A questo punto arrivò l’opera prima “Crocodiles”, apice artistico del quartetto e uno dei più bei dischi della new wave tutta. In quei dieci brani Mac e compagni riuscirono ad azzeccare un’irresistibile fusione di melodicità e ansia (“Villiers Terrace”), di bella forma canzone e pessima forma psichica (“Rescue”).
 Fatta eccezione per “Pictures On My Wall”, a differenziare il gruppo da altre formazioni new wave c’era la preferenza accordata alle chitarra (“All That Jazz”) rispetto ai synth e la marzialità delle percussioni (“Happy Death Men”), secondo una formula che influenzerà anche i giovani U2. Non saranno mai più così efficaci Echo & The Bunnymen che passeranno dall’epos ancora solido di “Heaven Up Here” all’enfasi commerciale di “Ocean Rain” e Porcupine”. E “Mac” s’imbruttirà prematuramente. (Antonio Vivaldi)         

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