Consueto titolo con citazione criptata da Shakespeare per il nuovo disco di Dino Betti, una figura tanto defilata dal mainstream jazzistico della Penisola quanto cruciale. Dino Betti periodicamente riunisce un'orchestra jazz che incorpora anche strumenti poco usati in tale contesto: dal violino all'arpa celtica al dizi, flauto di canna cinese, affiancati alla classiche sezioni di ance e ottoni. Se gli serve un suono come macchia significativa di colore, lo usa senza chiedere patentini di autenticitĂ jazz: esattamente come faceva, mutatis mutandis, il grande Duke Ellington. Qui, in questa palpitante ora di musica divisa in cinque grandi porzioni troverete ad esempio una marcetta militaresca del ventennio nero che diventa una sorta di dolente requiem gitano e finisce con una aggricciata fanfara, un gioco di metri ritmici diversi in Midwinter, una commossa dedica alle note visionarie del grande Giorgio Gaslini, e tante altre sorprese: con avventurose aperture e spiragli che lasciano intravedere post rock, ricordi del Sun Ra cosmico, ruggenti schegge free, filanti compattezze swing. Un altro capolavoro, insomma. (Guido Festinese)


