Jazz

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DIANA KRALL - This Dream Of You

Non lasciatevi trarre in inganno dal fatto che per la prima volta, nella sua lunga discografia, Diana Krall non appaia in copertina. È l'unica novità 'estetica' di questo album che arriva dopo quello di duetti con Tony Bennett del 2018 e soprattutto dopo la scomparsa di Tommy LiPuma, storico produttore, ma soprattutto suo grande amico e partner creativo (quello sentimentale è da molti anni Elvis Costello). Frutto di varie sedute d'incisione con diversi musicisti, il disco si apre con But Beatiful, l'ultima canzone completata da LiPuma, con un'orchestrazione enfatica di Alan Broadbent,. Meglio i duetti - I Wished On The Moon con John Clayton e More Than You Know e Don't Smoke In Bed con Alan Broadbent – ma soprattutto i brani con il suo trio abituale formato sempre da John Clayton, Jeff Hamilton e Anthony Wilson (Almost Like Being In Love e That's All); o con quello con il contrabbassista Christian McBride e dal chitarrista Russell Malone (There's No You e Autumn in New York, anche questa inutilmente appesantita dagli archi di Broadbent). L'ultima seduta di incisione regala una convincente di Just You, Just Me, grazie all'assolo di violino di Stuart Duncan, una splendida How Deep Is The Ocean, in cui la chitarra di Marc Ribot disegna florilegi da par suo, sulla sezione ritmica composta da Tony Garnier al contrabbasso e Karriem Riggins alla batteria.

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NUBYA GARCIA - Source

In questo scorcio di terzo millennio Chicago e Londra sono sicuramente tra le città più vivaci jazzisticamente parlando. La prima con la International Anthem, l’etichetta di Makaya McCraven, Irresistible Intaglements, Jeff Parker, Jaimie Brunch; la seconda con una scena che presenta una serie di talenti sicuramente degni di attenzione. Molti di loro - Shabaka Hutchings, Moses Boyd, Kokoroko - erano presenti in We Out Here, una compilation del 2018 per l’etichetta di Gilles Peterson, vero nume tutelare del movimento londinese. In quel disco, in moltissimi brani, era presente una giovane sassofonista, figlia di immigrati - sua madre è originaria della Guyana, suo padre di Trinidad - cresciuta nel quartiere di Camden a Londra, Nubya Garcia. In questi due anni ha prodotto alcuni EP a suo nome, ha suonato con i Maisha, con Makaya McCraven e con Moses Sumney (al flauto in due brani di græ) ed è arrivata al secondo posto nel referendum 2020 di Down Beat nella categoria sassofonisti emergenti. Adesso esceil suo primo album per una major, alla guida di un gruppo con Daniel Casimir al contrabbasso, Sam Jones alla batteria e Joe Armon-Jones al pianoforte e al piano elettrico. Le sue pur evidenti influenze (Pharoah Sanders e Coltrane inevitabilmente, in Pace e The Message Continues o Sonny Rollins in La cumbia me está llamando) non le impediscono di arrivare a una sintesi personale.

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TERJE RYPDAL - Conspiracy

Un fantasma (doppio) si aggira tra i solchi e le tracce di questo nuovo splendido disco del chitarrista norvegese Terje Rypdal: se fate caso alla cronologia, noterete subito che questo disco esce esattamente nel cinquantesimo anniversario della scomparsa di Jimi Hendrix, il musicista di cui Rypdal è stato ed è una sorta di erede diretto e indiretto. Diretto, perché quando “apre” il il suono della sua sei corde elettrica, il richiamo è evidente, indiretto, perché come sappiamo da una carriera che ormai passa il mezzo secolo molti altri affluenti musicali convergono nella musica di Rypdal: il camerismo europeo novecentesco, la lezione di Morricone, il jazz più etereo, severo e “nordico”, com'è facile immaginare, il rock asimmetrico e ad al contempo razionale come lo intende Robert Fripp dei King Crimson. L'altro fantasma di cui si diceva, qui, è musicista ben vivo, e sempre tenuto in gran conto da Rypdal: John McLaughlin. Si colgono spesso echi della gloriosa Mahavishnu Orchestra nelle composizioni del norvegese. Ciò premesso, Conspiracy è un disco memorabile già al primo ascolto. Dove vale la pena di segnalare almeno il brano che intitola, pura ustionante fiamma hendrixiana, e By His Lonesome, una delle più belle ballad ascoltate di recente. (Guido Festinese)

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CHRISTIAN SCOTT  a Tunde Adjuah – Axiom

Registrato dal vivo al Blue Note di New York tra l’11 e il 15 marzo 2020 – uno degli ultimi concerti prima della ‘chiusura’ – questo disco del trombettista di New Orleans arriva a fare il punto sulla sua intensa attività degli ultimi anni. Sul sito, in due lunghi scritti spiega chiaramente il suo progetto: Come artista, cerco sempre di fare cose che non sono state fatte ed estendere le convenzioni ritmiche, melodiche e armoniche del Jazz per comprendere quante più forme / linguaggi / culture musicali possibile. Teorico di un jazz proteso verso il futuro dunque, in cui la lezione di Miles Davis è quanto mai evidente (non a caso Marcus Miller aveva scelto Scott per il ‘suo’ Tutu revisited nel 2010): sia negli accenti elettrici di Guinnevere, splendida rilettura del brano di David Crosby, sia nel lirismo di Huntress (for Cara) o di Incarnation (Chief Adjuah - Idi of the Xodokan). Ampio spazio è dato ai componenti del gruppo, formato da Alex Han al sax alto, Elena Pinderhughes al flauto, Lawrence Fields al pianoforte, Kris Funn al basso, Corey Fonville alla batteria e Weedie Braimah alle percussioni. Menzione speciale per pianoforte (che a tratti ricorda la potenza espressiva del McCoy Tyner anni ‘70) e flauto (in Songs She Never Heard ad esempio o in The Last Chieftain dedicata anche allo zio, il sassofonista Donald Harrison), anche se il tappeto ritmico-percussivo, a tratti davvero fiammeggiante, come nell’iniziale e ispaneggiante X. Adjuah (I Own the Night), è parte imprescindibile della musica del progetto. La lunghezza dei brani (in due casi fino a 16 minuti), inevitabile nei concerti dal vivo, non appare però mai ridondante o fine a se stessa. Se il jazz ha un futuro passa anche di qui! (Danilo Di Termini)

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THELONIOUS MONK - PALO ALTO

Annunciato e poi rimandato per beghe discografiche (il disco alla fine esce fisicamente per Impulse e in digitale per la Columbia Legacy) ecco finalmente disponibile la registrazione del pomeriggio del 27 ottobre 1968 alla Palo Alto High School. Il quartetto è quello classico - Charlie Rouse al sax tenore, Larry Gales al contrabbasso e Ben Riley alla batteria – che accompagna Monk in tour e nei sempre più rari dischi che sta incidendo per la Columbia (l’ultimo sarà Monk's Blues, con l’orchestra di Oliver nelson, nemmeno un mese dopo). Il pianista della North Carolina sta vivendo un periodo complicato finanziariamente, aggravato dalla salute che peggiora giorno dopo giorno. Per questo forse accetta l’invito di uno studente sedicenne che lo invita a esibirsi nella sua scuola con il custode che, fortunatamente (e anche fortunosamente, vista la qualità non eccelsa dell’audio) decide di registrare l’esibizione. Ed ecco arrivare a noi questi 47 minuti aperti dal tenore di Rouse in forma smagliante che introduce Ruby, My Dear fino all’assolo di Monk. Seguono un’elettrica Well, You Needn’t” di 13 minuti, il piano solo di Don’t Blame Me, Blue Monk, Epistrophy e il finale, ancora in solo, di I Love You Sweetheart of All My Dreams: un bis breve, dagli accenni stride, con il quartetto che si rimette in viaggio verso San Francisco per il concerto serale al Jazz Workshop. Non certo una pietra miliare, ma trattandosi di Monk, anche il sasso più banale, getta riflessi di diamante. (Danilo Di Termini)

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TOMMASO PERAZZO TRIO ‎– What's Coming Next ?

Classe 1996, ultimo discendente di una genia di pianisti jazz nati sotto la Lanterna (da Dado Moroni a Andrea Pozza, solo per citarne due), Tommaso Perazzo ha studiato al conservatorio di Amsterdam dove nel 2018 ha vinto anche l’Award best piano soloist. Un altro premio, quello intitolato al sassofonista Massimo Urbani, gli ha dato la possibilità di incidere il suo primo album. Con due compagni di studio, il contrabbassista greco Kimon Karoutzos e il batterista napoletano Marcello Cardillo, ha allestito un trio che propone un jazz contemporaneo, erede dei grandi trii del passato – quello di Keith Jarrett è il primo riferimento – e del presente: Brad Mehldau e soprattutto gli E.S.T. di Esbjörn Svensson specificatamente omaggiato in Interlude...for E.S.. In ogni brano grande attenzione è riservata alla melodia - New Dreams, New Hopes e Flyer – anche se le sorprese armoniche non mancano. Si respira una forte sensazione di libertà nelle esecuzioni confermata dalle parole di Tommaso che spiega come cerchi di “mantenere l'improvvisazione veramente libera con l'obiettivo di rendere il brano il più spontaneo possibile in ogni esecuzione”. Non poteva essere diversamente visto che il titolo prende spunto da una domanda sulla quale ha dichiarato di riflettere spesso, l’'imprevedibilità e la misteriosità del futuro e soprattutto in relazione alle combinazioni inaspettate che possono derivare nella vita e ovviamente anche nella musica. Anche se poi la bella versione di Caravan di Ellington in piano solo ci ricorda che, anche in musica, il passato è importante quanto il futuro. (Danilo Di Termini)

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