Jazz

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Doppio cd, ed è già una bella prova di coraggio. Ma non è che conti la somma dei minuti, per queste diciotto tracce equamente ripartite in due dischetti. Conta il fatto che Aldo Mella, uno dei migliori (e meno ricordati) bassisti compositori italiani, attivo da decenni – Area 2, Flavio Boltro, l’indimenticabile Mella – Allione Quartet, Franco D’Andrea -  è un musicista che non ha problemi a mostrare in musica quanto gli piace: tutto, escluse le note che non servono a nessuno perché sono brutte e inutili. Dunque aspettatevi un viaggio che sfiora la world music, il jazz rock, certo ambient jazz, le linee melodiche incantate come sapeva scriverle Metheny anni fa, la ricerca che trovate nei dischi Ecm, la melodia “italiana”, il ricordo delle sferzate hard bop, e via citando. Per farlo, complice anche un periodo di forzata immobilità, solo matita e carta da musica in mano per ragionare e concepire i brani, Aldo Mella s’è messo attorno oltre quaranta musicisti amici, che, tutti assieme, sono un bel ripasso della creatività musicale italiana delle ultime stagioni, declinata nelle forme strumentali più varie: Roberto Cecchetto, Flavio Boltro, Fulvio Chiara, Giorgio Li Calzi, Antonio Faraò, Enzo Zirilli, DJ Rocca, tra gli altri. Benvenuti a bordo per un lungo e istruttivo viaggio. (Guido Festinese)

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KEITH JARRETT - Munich 2016

L’inizio, un corrusco, magmatico affresco poliritmico in cui si agitano continui passaggi di tonalità, sino a rendere incerto e ambiguo l’intero blocco sonoro, potrebbe far pensare al Lennie Tristano gigantesco ed eroicamente solo delle ultime incisioni, dei tributi a Parker, della Discesa nel Maelstrom. E, in effetti, non è che il genio di origini italiane venga spesso ricordato come anticipatore del tocco dell’idiosincratico Jarrett. Qui però è manovra necessaria, almeno quanto il rammentare un dato storico di prima evidenza: ogni volta che Jarrett suona in “solo” in Germania per qualche misteriosa alchimia della sorte le cose sembrano funzionare al meglio. E’ successo anche in Italia, sia chiaro (ricordate i concerti di Milano e Venezia?), ma qui il dato è di concreta riconoscibilità. Col valore aggiunto di trovarsi a Monaco, nella città dove ha sede la Ecm di Manfred Eicher che se l’è sempre tenuto sotto l’ala.

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DAVE HOLLAND/ZAKIR HUSSAIN/CHRIS POTTER - Good Hope

È con il nome di Crosscurrents trio che Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter nell’estate del 2018 hanno presentato la loro musica nel corso di una tournée che aveva toccato anche l’Italia. Succederà anche prossimamente, ma intanto esce questo disco in ci i nomi loro compaiono in bella vista ed è giusto così perché sarebbe davvero un peccato lasciarsi sfuggire questo ascolto. Si tratta di un vero e proprio supertrio con uno dei contrabbassisti più importanti della storia del jazz, una star mondiale delle tablas e un sassofonista che nei contesti in cui non è il l’esponente di punta, opinione ovviamente molto personale, riesce a dare il meglio di sé.

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Il sassofonista Bill Evans, omonimo del grande pianista, è, notoriamente, cresciuto alla corte del Miles Davis elettrico anni ’80: il Dark Magus come sempre si sceglieva musicisti giovani e ancora acerbi, in modo da volaorizzarne appieno potenzialità e, lui stesso, cavarne il meglio per la propria musica. L’ha fatto con Scofield, con Miller, con Stern, e , appunto, con Evans, Come al solito vedeva lontano: e riascoltare dischi come We Want Miles conferma.  DA lì in avanti Bill Evans ha avuto una carriera tumultuosa e contraddittoria: dalla fusion al bluegrass, dall’Americana a progetti crossover totali. Non sempre a fuoco, perché, soprattutto in ambito ffusion, la tentazione del tecnicismo muscolare è sempre dietro l’ngolo. Qui però ritrovate la zampata del  “giovane leone” che scintillava note con Miles, al soprano e al tenore: registrazioni del 2011 con la possente  (ma flessuosa) WDR Big Band di Colonia, diretta da Michael Abene, e l’apporto prezioso di Etienne Mbappe al basso, oggi una figura fondamentale della scena jazzistica internazionale. (Guido Festinese)

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BILL FRISELL - Harmony

Sono passati pochi mesi dall'uscita del bel live registrato insieme al contrabbassista Thomas Morgan per ECM ed ecco un nuovo progetto di Bill Frisell che segna il debutto del chitarrista per la prestigiosa Blue Note. Ciò nonostante "Harmony" più che un disco jazz andrebbe correttamente catalogato alla voce 'Americana', ove con questa si intenda quel genere musicale contemporaneo che trova le sue radici nella tradizione del roots rock e del country. Da lì arrivano "Hard Times" di Stephen Foster (composto a metà dell'Ottocento è stato ripreso un po' da tutti, Dylan compreso), il tradizionale "Red River Valley" (eseguito 'a cappella'), il brano di Pete Seeger "Where Have All The Flowers Gone".

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JOHN COLTRANE - Blue World

Nonostante fosse ampiamente preannunciato, l’uscita di ‘nuovo’ album del quartetto ‘storico’ di John Coltrane non può che essere un piccolo avvenimento, benché finisca per contribuire alla sensazione che il jazz tenda più a vivere nel passato, piuttosto che nel presente (o nel futuro). Curiosamente anche all’epoca di questa seduta – siamo nel 1964 precisamente il 24 giugno, nello studio di Rudy Van Gelder – anche Coltrane preferì guardare indietro, scegliendo titoli provenienti quasi interamente dalle incisioni Atlantic di qualche anno prima. Nella decisione probabilmente influì il fatto che la musica fosse statacommissionata dal regista canadese (e fan) Gilles Groulx per il suo film Le Chat Dans Le Sac, una storia d'amore ‘Nouvelle Vague’ ambientata a Montreal, e che non ne fosse prevista la pubblicazione. Pur trovandoci cronologicamente esattamente tra “Crescent”, registrato ad aprile e “A Love Supreme” (dicembre), il quartetto decide così di rimanere entro confini ben precisi, con toni, fluidi e distesi. Le tre take di “Village blues”, il brano dedicato a Sonny Rollins “Like Sonny”, le due versioni di “Naima” sono esempi meravigliosi del suono di un gruppo, colto all’apice delle sue possibilità, ma che non aggiungono nulla di nuovo a quanto sapevamo dell’immensa arte di quei musicisti. Annotiamo la presenza di un inedito, il brano che dà titolo all’album, un classico mid-tempo, aperto dal contrabbasso di Jimmy Garrison e dalla batteria di Elvin Jones, su cui il pianoforte di McCoy Tyner inserisce accordi incalzanti che permettono al tenore di Coltrane di lanciarsi in uno dei suoi celebri assoli; e di una versione di “Traneing In” in cui affiorano elementi improvvisativi più decisi che prefigurano la direzione che prenderà la musica del sassofonista. Ovviamente un disco imprescindibile per i devoti, ma per gli altri, come spesso accade, meglio rivolgersi altrove, ad esempio i due titoli sopra citati, per scoprire l’universo musicale di un genio assoluto del ‘900. (Danilo Di Termini)

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