Jazz
Il “Saxophone Colossus” di questa splendida raccolta è un ventisettenne che ha finalmente trovato il prioprio suono, all'inizio nell'ombra imponente di Coleman Hawkins, poi progressivamente sempre più in luce. Il tenore del ragazzo di New York è sotto i riflettori: e quando gli viene proposto di fare un tour sulla West Coast, lui approfitta dell'occasione per andare in studio con Ray Brown e Shelly Manne, una ritmica da sogno. E senza pianoforte a dar conforto armonico: dunque senza rete. Rollins porta in dono bizzarre canzoncine country ascoltate nei western, e se ne esce con il potente Way Out West, qui riproposto con alternate takes. Poi l'anno successivo, è la volta dell'imponente Freedom Suite: quasi venti minuti di indagine stentorea e meditata in ogni passaggio, e dove la “libertà” richiamata nel titolo non è solo quella musicale, il mondo sta cambiando, e anche l'America razzista. Poi il silenzio di qualche anno: il perfezionista Rollins s'è rimesso a studiare. Riemerge nel '62, e sononi frizzi “latin” di Bluesoso” e “Jungoso”. Un doppio cd che mette il punto e l' "a capo" per un colosso di fatto nella sua prima, sublime stagione. (Guido Festinese)
A quattro anni dal precedente “39 Steps” il ‘nuovo’ quartetto del chitarrista statunitense torna con un album che conferma la formazione - Marc Copland al pianoforte, Drew Grass al contrabbasso e Joey Baron alla batteria - e soprattutto l’eccellente riuscita musicale. Otto brani per un totale di 48 minuti (il titolo esce anche in lp confermando il ritorno dell’ECM al vinile), cinque a firma di Abercrombie, due del pianista di Philadelphia e una rilettura di “Nardis”, il brano scritto da Miles Davis per Cannonball Adderley nel 1958 e curiosamente mai registrato dal trombettista (nonostante la nonchalance con cui firmasse i brani e benché il titolo sia legato storicamente alle interpretazioni di Bill Evans, sembra che questa volta la scrittura sia da attribuire proprio a Miles). La lunga digressione intorno a “Nardis” è giustificata dal fatto che proprio in quel titolo si evince al meglio, l’universo musicale di riferimento, proprio quello di Evans (al quale si può aggiungere Jim Hall, evidente ispirazione per la chitarra di Abercrombie); il perfetto interplay tra i quattro musicisti chiude perfettamente il cerchio per un disco che necessita almeno di qualche ascolto per riuscire a coglierne la bellezza e la più intima essenza. (Danilo Di Termini)
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