Jazz
Da lungo tempo collaboratore di Maria Schneider (nel 2015 il suo solo in "Arbiters of Evolution" da ”The Thompson Fields” è stato nominato ai Grammy) e del trombettista Dave Douglas, il cinquantenne sassofonista californiano è improvvisamente assurto alla notorietà per aver partecipato all’ultimo album di David Bowie, “Blackstar”, insieme al batterista Mark Guiliana, al bassista Tim Lefebvre e al tastierista Jason Lindner. Trattasi di quartetto stabible, che con “Beyond Now” arriva al suo terzo disco, proponendo una musica concretamente inedita, in cui confluiscono l’elettronica, il jazz e il rock. E rock in questo caso vuol dire inevitabilmente David Bowie (cui il disco è anche dedicato): due i brani presenti, ”A Small Plot of Land” da “1.Outside”, il disco che segnava il ritorno alla collaborazione con Brian Eno nel 1995 e “Warszawa” da “Low”, il primo disco della trilogia berlinese.
Terzo album postumo per Charlie Haden dopo il duo con Jim Hall del 1990 e quello con Gonzalo Rubalcaba del 2005; adesso tocca alla creatura prediletta del contrabbassista, la Liberation Music Orchestra, fondata nel 1968 (“in reazione alle ingiustizie che si vedevano nel mondo, soprattutto la guerra del Vietnam” scrive la vedova Ruth nell’introduzione, giusto per capire quanto siamo lontani da quei tempi) e riallestita in occasioni speciali di tanto in tanto. Da una di queste – un festival in Belgio nel 2011 - provengono i due brani che aprono e chiudono l’album, “Blue in Green” di Miles Davis (o di Bill Evans?) e “Song for the Whales”. Stessa formazione per gli altri tre titoli, incisi questa volta in studio a New York nel 2015, con Steve Swallow al basso in vece di Haden (ma su precisa volontà di quest’ultimo). L’impegno, se non politico almeno sociale è presente anche nei tre brani scritti da Carla Bley, il pianoforte della Liberation: quello che dà titolo al disco, che riporta le preoccupazioni di Haden per lo stato dell’ambiente in cui viviamo, “Silent Spring”, esplicito riferimento al libro di Rachel Carson del 1962 che segnalava il pericolo dell’uso intensivo di pesticidi, e “Útviklingssang”, scritto nel 1981 in risposta alla decisione norvegese di costruire alcune dighe nel nord del paese. Poi c’è la musica, sempre all’interno dei canoni costruiti nel tempo dall’Orchestra: magnetica nel brano d’apertura con uno splendido solo del trombettista Michael Rodriguez, con classici echi spagnoleggianti in “Silent Spring” e “Útviklingssang”, fino al finale incandescente di “Song for the Whales” in cui il contrabbasso imita la voce dei cetacei per poi evocare una caccia con la ritmica all’inseguimento dei fiati. Menzione anche per i tenori Chris Cheek e Tony Malaby, in un disco che conserva e difende un malinconico fascino retro. (Danilo Di Termini)
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