Si è spento pochi giorni fa a Città del Messico, dove si era rifugiato fin dalla metà degli anni ’50, all’età di novant’anni, Álvaro Mutis, scrittore e poeta colombiano, dalla vita avventurosa, proprio come i protagonisti dei suoi libri, tra i più ispirati “scriba” ispano americani, e grande tra i grandi romanzieri del secolo scorso, come già ebbe a dire Gabriel García Márquez, del quale Mutis fu attento lettore di bozze. Fabrizio De Andrè lo aveva capito e omaggiato, a pochi passi dalla sua prematura dipartita, in quella laica (ma non troppo), intensa invocazione che è “Smisurata preghiera”, inevitabile, memorabile conclusione del suo “Anime salve”. Un sunto straordinariamente efficace, come ammise stupefatto lo stesso Mutis, dell’intera poetica dello scrittore nativo di Bogotà, che con la sua serie di scritti sui mirabolanti viaggi di Maqroll il gabbiere (il solitario marinaio di vedetta assiso sull’albero maestro negli antichi velieri), ha raccontato, attraverso una specie di avventuroso realismo da favola, come si debba e si possa vivere con intelligenza, seguendo la scia di una necessaria, impellente, ineludibile deriva, aggirando il potere e i suoi miopi tentacoli, con l’aiuto di un incredibile coraggio, un’implacabile ironia, e una buona dose di affilata furbizia, dosata con sapienza. Un vivere ai margini, nel senso più nobile del termine, alla periferia di un mondo ingiusto, rifiutando le spietate logiche di potenti senza scrupoli e di un’apatica maggioranza di benpensanti “china e distante sugli ‘elementi del disastro’, dalle cose che accadono al di sopra delle parole celebrative del nulla, lungo un facile vento, di sazietà, di impunità”; una maggioranza capace solo di recitare continuamente “un rosario di ambizioni meschine, di millenarie paure, inesauribili astuzie, coltivando tranquilla l’orribile varietà delle proprie superbie”; e che continua ipnotizzata e imperterrita a stare davanti alla televisione (aggiungiamo noi); una maggioranza che sta “come una malattia, una sfortuna, un’anestesia, un abitudine”. Una maggioranza, di nuovo, dalla quale ovviamente non sentiamo di poterci escludere, sarebbe troppo presuntuoso, l’instillata inerzia esistenziale è il tassello fondante sul quale si fonda una società asfittica come la nostra e riguarda tutti o quasi, ma non possiamo che essere con De Andrè e di conseguenza con Mutis quando, “per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”, il cantautore genovese si rivolge al Signore, chiedendogli di ricordare “questi servi disobbedienti alle leggi del branco, di non dimenticare il loro volto, che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti, come una svista, un’anomalia, una distrazione, un dovere”. E allora addio ad Álvaro Mutis, ma non ai suoi liberi, indimenticabili e irriverenti personaggi, tutti intrisi di un’irrequieta “speciale disperazione”, e nutriti al contempo di un indomito, vitale ottimismo, che definiremmo più della ragione che della volontà: Maqroll e il suo peregrinare furtivo e metaforico lungo le più disparate coste del globo, Ilona che arriva con la pioggia come se splendesse il sole, e Abdul Bashur sognatore di navi, carghi e vascelli. (Marco Maiocco)


