Musica italiana

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INDACO PROJECT - Mediterraneo Express

Ricostruire tutte le diramazioni e avvicendamenti d’organico che hanno ruotato attorno al nome Indaco è impresa possibile, ma piuttosto inutile: si rischia di stilare un catalogo generale di quasi tutti i musicisti che, a partire dagli inizi degli anni ’90, ormai così lontani, avevano intuito che il passo decisivo per il futuro della musica sarebbe stato mettere in conto un bel po’ di suoni dal mondo. Che nelle note italiane erano transitati già a metà degli anni ’70, ma si erano eclissati con la scomparsa della prima onda di musicisti progressive. Sta di fatto che due nomi presenti nel primissimo nucleo da ricordare sono quelli di Mario Pio Mancini, specialista di chitarre, bouzouki, mandole, oud, e Rodolfo Maltese, il valoroso chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso. Maltese se n’è andato a suonare sule nuvole, assieme a Francesco Di Giacomo del Banco, e a lui va il bel ricordo di Mancini, che ora fa uscire a nome Indaco Project un nuovo capitolo anche a Maltese dedicato. Accanto allo specialista di plettri ora c’è la voce bella e imperiosa di Valeria Villeggia, anche notevole arpista, e il contrabbasso di Bruno Zoia. Sette amici danno una mano con archi, ance, fiati e percussioni: tra loro anche il grande Nando Citarella. Otto brani con il profumo speziato e salmastro del Mediterraneo, con un gioco musicale di rimbalzi da sponda a sponda che non ha perso nulla del suo fascino originario. E la ripresa della maestosa Soneanima che un tempo cantò il grande Andrea Parodi è ben più che un omaggio. (Guido Festinese)

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ORCHESTRA BAILAM - Trallalero Levantìn

A costo di apparire come improbabili dispensatori di massime zen, si potrebbe metterla così: ogni tradizione degna di questo nome è costruita sull’invenzione. E ogni invenzione creativa presuppone un fondo di persistenza che è tradizione. L’una comprende l’altra: viviamo nel tempo, e nel tempo fruttiamo. Diceva Antonio Tabucchi che “di tutto resta un poco, ed è con quel poco, che poi è il nostro tutto, che dobbiamo fare i conti”. Franco Minelli con la sua strepitosa orchestra Bailam, perfetto organismo musicale d’attacco radicato nel folk che già appassionò il Mauro Pagani di Crêuza de mä, ma con un piglio da rocker sui palchi che avvicina la Bailam ai Pogues che furono, di tradizione e invenzione a braccetto è un conoscitore raffinato. In Trallalero Levantìn s’immagina un viaggio nel tempo tra Smirne, Salonicco e Istanbul in quell’epoca ottomana fascinosa, spazzata via dagli atroci sovranismi successivi, che potremmo situare tra il dodicesimo secolo e gli inizi del Novecento. Quando si incrociavano le lingue dei genovesi, dei venazioni, degli ebrei sefarditi scappati dalla Spagna, dei cristiani dell’Anatolia, degli inglesi, dei francesi. Un crogiolo saporito  di pronunce e stili di vita incrociati. Si qui la “tradizione”. L’invenzione è di raccontare storie profumate e palpitanti su quel periodo e quei luoghi usando i tempi dispari dei Balcani e del Medioriente e il genovese affidato a voci che replicano gli assetti delle squadre di trallalero. Funziona? Perfettamente. L’invenzione della tradizione è la tradizione dell’invenzione. (Guido Festinese)

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PAOLO GERBELLA - La Regina

Cosa faceva Fabrizio De André quando si decideva a scrivere, nella sua alessandrina pigrizia nutrita di molte buone letture? Incrementava le letture stesse. Lui procedeva in un mondo in cui non c’era un “clic” sulla tastiera per avere in tempo reale qualsiasi informazione. Bisognava guadagnarsele, appuntarle, ragionarci sopra, incrociare le fonti come facevano i vecchi cronisti da battaglia. alla fine forse non ne veniva fuori “la” verità, ma, almeno, una verità poetica che spesso dura ed ha più consistenza delle miriadi di “post- verità” che tracimano dalla palude rancorosa dei social media, dove tutto equivale a tutto, e se c’è da insultare qualcuno tanto meglio. Le canzoni di Faber durano, e dureranno. Un post livido che attacca una capitana di trent’anni che raccoglie esseri umani “a prescindere” e si vede accusata di salvataggio di persone umiliate e offese peraltro, per dirla con Erri De Luca,  “colpevoli di viaggio” no. Il preambolo per dire che il genovese Paolo Gerbella è uno che lavora all'antica, con le canzoni. Prima di scrivere una fase si documenta, ci ragiona, incrocia le fonti. Le fonti per questo disco ci direbbero, qui, che nel dicembre del 1900 il marchese genovese Garroni, prefetto,  sciolse d’ufficio la Camera del Lavoro dove chi nulla aveva se non la forza per lavorare delle proprie braccia pretendeva di aver rappresentanza e dignità. In una città che contava un quarto dei  già pochi abitanti d’oggi venticinquemila portuali (e non solo) scesero in sciopero contro il marchese, e bloccarono “La Regina”, come con un nomignolo assai ironico chi si spaccava la schiena a “camallare” chiamava la merce. Vinsero i venticinquemila, nonostante la ferocia rancorosa dei tre giornali di allora, tutti schierati col prefetto. Camera del lavoro riaperta, e rappresentanti eletti dalla gente che lavorava, non imposti dai “scignui”. Gerbella ha costruito su questa storia dimenticata ma necessari a un affresco di note e di parole che danzano leggere su un argomento spesso, con l’aiuto di Rossano Villa. La chiave musicale è un folk rock che a volte trova il piglio barricadiero, a volte è ballata deandreiana di puro incanto. Con amici musicisti eccellenti: fra i quali, segnaliamo, Laura Parodi gran voce dal folk ligure. Un disco necessario: De André dalle nuvole annuisce e si accende un’altra sigaretta. (Guido Festinese)

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MASSIMO DI VIA - Il respiro del mio cane

Un album dalle tematiche che fanno riflettere, servite su un tappeto musicale, spesso di potenza inusuale, talvolta invece di raffinata acustica flemma; un lavoro che non appartiene ai nostri tempi, o perlomeno non appartiene alla (voluta) degradante tendenza modaiola smerciata senza pietà. Chi ha idee interessanti deve autoprodursi perché il "sistema" odierno, ancorato al banale, non ne prevede la diffusione; uno di questi che "hanno idee" è Massimo di Via che coglie il bersaglio pieno con il suo terzo cd. In bilico fra denuncia sociale e sincero "outing" sulla sua condizione bipolare, che condizionerà inevitabilmente lo sviluppo dell'album, Massimo riesce a costruire un credibile "concept" che decolla da un letto in un reparto psichiatrico, rilegge un passato fatto di soprusi, ma di altrettanta fiera opposizione, ed atterra nel luogo natio a ritrovare sicure origini e possibili risposte.

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APEIROPHILIA - Interrelate: L.U.A.

Apeirophilia tradotto suona più o meno come “amore per l’eterno”, malcelato sogno di moltitudini  di persone, e condanna finale per chi, come Jorge Louis Borges, riteneva che fossimo solo creature d passaggio destinate solo a produrre letteratura del fantastico, come Borges considerava la religione e l’eternità. Questioni metafisiche a parte, il nome cela un trio di musicisti liguri attivi già da qualche anno che hanno scelto di riferirsi a un territorio stilistico al contempo molto amato, e molto trascurato da chi segue solo vicende rock mainstream: quella terra di nessuno un po’ inquieta e malinconica dove le istanze del post rock, costruito su dinamiche minimali che sfociano spesso in crescendo epici trovano i fragorosi labirinti del progressive metal più colto. Dunque tra Mogway e Tool, magari tenendo presente anche d’occhio le sinistre tempeste di suono crescente dei Godspeed you! Black Emperor, ed altri simili navigatori : vedi alla voce God is an Astronaut, Tides From Nebula, o anche certe derive arpeggiate math rock di stampo frippiano. Ottima perizia strumentale, e buone idee. Un disco EP che è una buona rampa di lancio per ulteriori approfondimenti. Da rodare con concerti ad hoc in cui anche il light show abbia la sua parte. (Guido Festinese)

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DHVANI - Angustium

I Dhvani sono la dimostrazione che si può essere ucronici. Nel nuovo lavoro del combo formato da Alessio Fuzz Caorsi alla chitarra e ai synths, Massimiliano Caretta al basso e Leonardo Capurro alla batteria e mandala si assiste auralmente , nell'arco di 7 tracce tutte egualmente indispensabili, a che cosa sarebbe successo se la musica degli anni'70 avesse evitate come la peste il quasi cinquantennio successivo e il bello è che tutto ciò non appare affatto datato o retrò...
Nell'iniziale Janua si entra in un acid trip che se davvero toccasse la città che ne dà il titolo male non sarebbe, NEU! È omaggio sincero ma non citazionistico alla formazione kraut che sopra ogni altra contribuì a definire un genere e ad originarne infiniti altri. Con Sole siamo in zona primi Deliurm grazie anche al flauto di Willie Oteri che svisa con elegiaca raffinatezza, mentre la title track Angustium parte verso un crescendo a tratti Crimsoniano che sfocia in cieli cosmici. Materia è, per l'appunto, materica ma anche matematica del chaos, molto seventies. From Saturn contiene tracce di space rock , contrappunti di synth su controtempi raffinati, si pattina sugli anelli del pianeta verso una pace siderale. L'opera si conclude con Theia, riappare il flauto che evita paragoni colti e non, un landscape atmosferico, forse il brano più prog e chissà se foriero delle prossime direzioni. In conclusione: disco che troverete a cifre folli su discogs tra qualche mese quindi accattevelo mò. Bravi Dhvani , da spellarsi le mani. (Marcello Valeri)

Top ten del mese

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