Musica italiana

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CLAUDIO LOLLI - Il grande freddo

Otto anni senza far dischi. L’ultimo avvistamento era stato il notevole “Lovesongs”, canzoni dove l’amore c’entrava sì, ma mai come svenevole aggrapparsi ad un’unica dimensione privata. Lolli, per fortuna di almeno una generazione, è uno che quando scrive “io” intende “noi”, e viceversa. Il travaso da vasi comunicanti tra persone e persona è continuo e motivato. Come dovrebbe essere, e come nessuno sa più fare. Adesso, a sorpresa, arriva questo Il grande freddo, ed ogni riferimento “sociale” è puramente voluto, perché Lolli non ha mai smesso di credere, assieme ad esempio allo scrittore  Erri De Luca,  che quanto si pensava un quarantennio fa fossero solo chiacchiere e distintivo. A prescindere dal fatto che la sconfitta storica ci sia stata, eccome: in fin dei conti anche Roger Waters oggi si domanda se “E’ questa la vita che veramente vogliamo”. E dunque: recuperati i musicisti che nel 1976 diedero polpa e caleidoscopio di suoni a “Ho visto anche degli zingari felici”, ecco il nuovo disco. Premio Tenco 2017. Dove si dice che “un grande freddo si  può sciogliere/ solo con le lacrime dei nostri furori”, dove troverete la lettera del partigiano Giovanni alla sua Nori, giù cantata anche dagli amici Gang in un bello spettacolo e nel recentissimo “Scarti di lato”. E poi, quanti ne conoscete che, come lui, per dare una definizione a chi siano oggi gli ex ragazzi del ’77 sappia ricorrere alle parole poetiche di Eugenio Montale, in “Non chiedere”, riuscendo ad essere credibile e perentorio allo stesso tempo?  Grande Lolli. Il grande freddo invece per lo spazio di nove canzoni resta fuori dalla finestra, e delegato a prossimi inverni dello spirito. (Guido Festinese)

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GINEVRA DI MARCO - La Rubia canta La Negra

Una partecipata campagna di crowdfunding, ormai (quasi) unica via per chi vuole andare per la propria strada, anche se la strada, per dirla con De André, è “in direzione ostinata e contraria”. Alla fine Ginevra di Marco ce l'ha fatta. Ha riunito i “suoi” musicisti attorno, a partire dalle tastiere di Francesco Magnelli e dalle corde varie di Andrea Salvadori, e ha realizzato il suo piccolo grande viaggio. Emozionante per lei, doppiamente emozionante per noi. La “Negra” del titolo è Mercedes Sosa, voce indomita della sua Argentina e dell'America Latina tutta, in momenti in cui cantare le canzoni per una vita più dignitosa e meno sdrucita dalle bizze dei potenti poteva significare essere imbarcati in un “volo della morte” dai militari, penthothal addosso, e poi giù nell'Oceano da un aereo. Con la sua grazia imperiosa, una voce che sembra cristallo di rocca, una “presenza” che per  altre signore del canto è un miraggio, Ginevra di Marco sceglie di non lasciare altro, alle canzoni di Mercedes, che l'essenziale e distillata polpa sonora della verità, alternando brani che sembrano scolpiti nella storia alle sue storie di canto. Passano Alfonsina y el Mar, Te Requerdo Amanda, Todo Cambia, e a volte bisogna faticare per cacciare indietro l'umido che assedia gli occhi. Lo stesso che, racconta Ginevra, toccò a lei, una ventina d'anni  fa, quando per la prima volta le melodie della “Negra” le si cucirono addosso, trovando facile varco in orecchie e cuore sulla soglia dell'attenzione. (Guido Festinese)

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DON ANTONIO - Don Antonio

Forse non ha avuto molta fantasia  a ribattezzarsi, ma Antonio Gramentieri, con Don Antonio, ha voluto prendersi  uno spazio per sè; con i Sacri Cuori,  Gramentieri  si è guadagnato, in pochi anni,  il rispetto e le collaborazioni con grandi artisti come i Calexico, Dan Stuart dei Green On Red, Hugo Race, John Parish , Howe Gelb e di certo molti altri che ora sfuggono alla memoria…. Don Antonio potrebbe essere anche visto come una rutilante  colonna sonora di un film inesistente,  dalla struttura principalmente strumentale  ( anche se ci sono alcune canzoni piuttosto abbozzate e vocalist importanti come lo stesso  Race nell’iniziale Sera) con parentele nel lavoro di artisti come Goran Bregovic (non per la ‘balcanità’ ma per l’approccio generale )   o nelle musiche d’ atmosfera delle orchestrine di Boris Kovac.  Non mancano, ovviamente, atmosfere sudiste, chitarre languide, fisarmoniche, fiati squillanti e perfino un fischio morriconiano. Tutto  sommato nella cantina  di Don Antonio  ci si diverte con intelligenza e garbo, come in un bel film, dai titoli di testa a quelli di coda. (Fausto Meirana)

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FLAME PARADE - A New Home

E se la Big Pink di Bob Dylan e della Band a provare insieme canzoni dolci, misteriose, sottilmente perturbanti, insomma quelle del '67 che fornirono materiale per l'iniziale The Basement Tapes fosse in Toscana? Parrebbe proprio di sì, ad ascoltare la sottile malia di questi dieci brani che tutti assieme formano A New Home. Marco Zampoli, Mattia Calosci e Letizia Bonchi nel 2012 si trasferirono in una casa colonica per spassarsela un po' con violini, chitarre e voci immaginiamo sapientemente confortate dal Chianti. Cominciarono a nascere così canzoni robuste e sognanti assieme che hanno il sapore, appunto, delle chicche acustiche dylaniane, dei Poco, di Gram Parsons, dei Byrds, con un orecchio, naturalmente, anche a tutto quanto s'è mosso nello stesso filone e che oggi per comodità definiamo new folk. Piacevolissima sorpresa. (Guido Festinese)

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CIOSI - Into The Wild Session

‘’Ciosi’’, pseudonimo di Federico Franciosi,  è un chitarrista innamorato dello stile flatpicking (quello del ‘nostro’ Beppe Gambetta,  citato anche  nelle note). Into The Wild Session è un disco molto intenso e gradevole, anche se di breve durata, visto che raggiunge appena la mezzora; al contrario degli album precedenti del musicista veronese, è composto solamente di cover. Oltre a maneggiare il plettro in maniera esemplare, Ciosi canta con uno stile convincente tra blues e folk in quattro dei nove brani (due di questi sono i celebri Corrina, Corrina e You Are My Sunshine). Gli episodi strumentali annoverano due classici ben ‘rifatti’  come Maple Leaf Rag di Scott Joplin e Blue Monk di Thelonious Monk, oltre ad un traditional come Beaumont Rag con due saggi  di flatpicking firmati dall’americano David Grier e dall’italiano Massimo Varini. Pregevole l’aiuto di alcuni musicisti che forniscono il supporto ritmico di basso (Matteo Vallicella, Pier Brigo e Larry Mancini, ) e percussioni (Matteo Breoni e Massimo Pizzano) dove serve. (Fausto Meirana)

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BACCI DEL BUONO - Fondi di caffè

S'è mobilitata praticamente tutta l’eccellenza acustica di Liguria per questo disco di Bacci Del Buono, che porta un nome tanto simpatico quanto antico, e invece è ben lontano da avere trent'anni, anche se chi lo ascolta percorrere le corre di una chitarra acustica con un plettro tra le mani potrebbe, in un blind test, sostenere a ragione che si tratta di un maestro con decenni di esperienza. Bacci Del Buono tre lustri fa, giovanissimo, se n'è andato a scuola da Beppe Gambetta, che evidentemente, da principe delle note qual è non gli ha insegnato solo la tecnica, ma anche che un brano di composizione oltre al virtuosismo deve strizzarti anche un po' il cuore. E così è nato, un pezzo dopo l’altro, questo splendido esordio che riunisce attorno alle intense corde di Bacci figure come Edmondo Romano, Luca Falomi, Riccardo  Barbera, Marco Fadda, Esmeralda Sciascia, Fabio Biale, Filippo e Beppe Gambetta, Marco Ferretti,  Giulia Beatini: in pratica un elenco completo e incrociato di diverse generazioni dell'eccellenza acustica in chiave di salsedine. Troverete strumentali che sembrano raccontare storie belle e un po' segrete, echi d'Irlanda, una ninnananna, un brano in genovese che potrebbe essere  il miglior omaggio nascosto a Roberta Alloisio rapita sopra le nuvole, e tanto altro ancora. In pratica, ed è il caso di dirlo, un piccolo capolavoro di musica pan-mediterranea che ha il solo torto di essere troppo breve. (Guido Festinese)

Top ten del mese

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