Musica italiana

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BEPPE GAMBETTA - Short Stories

Duke Ellington rispondeva sempre, a domanda su quale fosse la sua musica favorita, che per lui esistevano due sole musiche possibili: quella buona, e quella cattiva. Dunque “buona musica” è concetto che prescinde radicalmente dal genere. E chi è innamorato della buona musica fa di tutto per tenersi lontano dalla “purezza dei generi musicali ”, che sembra un po’ il corrispettivo di altre ben più minacciose purezze “identitarie” e “tradizionali” attualmente brandite come clave nella Penisola. Beppe Gambetta è musicista che, sulla carta, dovrebbe essere confinato in una sorta di ghetto della purezza acustica: un flatpicker teoricamente non dovrebbe mostrare segni di debolezza verso l’opera, o la canzone d’autore, o il jazz. Che c’entrano con la chitarra nordamericana suonata a plettro? Per fortuna sappiamo che (da decenni!) Gambetta pratica una sana via inclusiva della bellezza: se gli piace una cosa, la suona. E bene. Qui troverete ad esempio una nuova versione della verdiana “Vergine degli angeli”, due titoli dal canzoniere di De André, un sentito tributo a Doc Watson (dal vivo al Teatro della Corte nella Acoustic Night 17), e diversi nuovi brani, eccellenti: la struggente Benedicta 1944, un ricordo per quei ragazzi che ci hanno regalato la vita e la libertà,  Super  Hit, autoironico auspicio per migliori sorti commerciali  per la propria musica, Notes From The Road . E farete anche l’esperienza di un Gambetta che canta…in tedesco: succede con Der Wind Trägt Uns Davon.Tutto americano il parterre degli accompagnatori, con gran bei nomi: ad esempio il notevole bassista Rusty Holloway, e Bob Harris, a lungo collaboratore del leggendario Vassar Clements. (Guido Festinese)

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ANDREA ORLANDO – Dalla vita autentica

Quello di Andrea Orlando è un nome importante nel panorama prog italiano attuale. L'artista infatti ha suonato con La Coscienza di Zeno, gli Hostsonaten, La Maschera di Cera ed i Finisterre, gruppi tra i maggiori del progressive nostrano degli ultimi vent'anni. Questo Dalla vita autentica è adesso il suo primo disco solista: sette composizioni – definirle semplici canzoni sarebbe banale e riduttivo – dalla vena lirica molto poetica e dalla scrittura musicale sicura ed impareggiabile. Andrea si rivela ancora una volta un eccellente polistrumentista, perfettamente a suo agio, sia con la batteria, sia con le tastiere. Si ascolti al riguardo il suo lavoro al sintetizzatore nell'opener Le forme della distanza: il brano, strumentale, unisce alla tradizionale sensibilità del prog tocchi più moderni ed effetti ambient in linea con certe produzioni di Brian Eno, David Sylvian e Steven Wilson. Molto più classicamente sinfonica – e genesisiana – la successiva Oltre domani, con la voce sempre grandiosa di Alessandro Corvaglia dei Real Dream. Il moog di Agostino Macor dona spezie quasi gobliniane, ma all'interno di un contesto squisitamente melodico e da metà pezzo quasi intimo, a Cinque giorni d'autunno. A valorizzare Cadi con me, oltre al sublime mellotron e al vibrafono di Andrea, troviamo la splendida voce di Simona Angioloni. Il giardino di Maya è invece un altro strumentale, una cavalcata barocca traboccante di suoni e colori, con il violino di Roberta Tumminello sugli scudi insieme al moog.

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Qualcuno se li ricorda ancora, ad aprire i concerti dei ben più fortunati Bms e Pfm, all'Alcione di Genova.  Erano una forza della natura, una specie di versione anfetaminica e potenziata dei Genesis di Peter Gabriel, col gradiente aggiunto di un “corpo” di suono che faceva pensare anche ai Gentle Giant. Erano gli Acqua Fragile. Tant'è che quando i Genesis persero Peter Gabriel Bernardo Lanzetti fu in predicato per sostituire quell'ugola talentuosa inimitabile. Invece Lanzetti diventò il poderoso vocalist della Pfm di Chocolate Kings, ed iniziò tutta un'altra storia. Gli Acqua Fragile sparirono, Lanzetti iniziò una carriera solistica bella e difficile, con dischi che sarebbero tutti da recuperare. E ora arriva la reunion con i membri originali, e tornano gli Acqua Fragile. Dimenticatevi le trappole della nostalgia, il callligrafismo, le stanche riproposizioni che affliggono il mercato. Questi sono quelli veri, e suonano più potenti, versatili e ispirati che mai. E questo è il grande progressive rock in salsa italiana. Diffidate dalle imitazioni. (Guido Festinese)

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Bello che, a volte, sempre più sporadicamente, qualcuno nel mondo della musica sappia entrare in ambiti smisurati, giganteschi, con la gentilezza felpata di chi sa di doversi muovere in punta di piedi. Vittorio Attanasio, organizzatore di eventi, chitarrista, e anche scrittore, ha lavorato diversi anni su questo progetto. Mai avendo in mente competizioni impossibili o meri calchi calligrafici. Semplicemente “rendendo omaggio”. E rendere omaggio qui significa prendere in considerazione l'intero canzoniere di Faber in genovese, dunque anche brani non compresi in Crêuza de mä (in tutto, notoriamente, dieci canzoni svettanti e provare a ricantarli e riarrangiarli con un gruppo tanto valido quanto, di nuovo, poco appariscente. I Crêuza de sä ensemble. Oltre ad Attanasio, voce solista, ci sono Fabrizio Cosmi alle chitarre, Dea De Logu voce e percussioni, Marco Fuliano alla batteria, Daniele Pinceti al basso, Daniela Piras vocalist e flautista, Luca Terzolo alle tastiere. Un piccolo colpo da maestro è stato quello di avere in studio ospiti Giorgio Cordini al bouzouki e Mario Arcari allo Shannaj: gente che fu sui palchi e in studio con Fabrizio De André. Ad aggiungere un ulteriore tocco di freschezza. Sarebbe piaciuto, all'uomo delle “mulattiere di mare”. (Guido Festinese)

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MANDOL'IN PROGRESS - The Dark Side of the Mandolin

A volte gli strani dischi sono assai meno bizzarri di quanto possa apparire, cioè, scremato il sospetto che si cerchi facile meraviglia, appena sotto la superficie appare una polpa spessa. Cosa che succede con i Mandol'In Progress. Poche semplici frasi, nel libretto, per dire che un paio di generazioni di ascoltatori hanno nel loro Dna un disco che, da solo, potrebbe essere la summa del rock progressivo e psichedelico del Novecento: Dark Side of The Moon. Neppure l'imponenza delle cifre di vendita e la diffusione capillare in ogni discoteca personale del mondo riescono ad abbattere il semplice mistero di quel lavoro sul tempo e sull'alienazione che sfida, appunto, ogni tempo possibile. E allora si sarà compreso che il gruppo qui in azione, con mandolino, mandoloncello e mandola paga il proprio personalissimo pegno d'amore floydiano: rifare Dark Side of the Moon dalla prima nota all'ultima utilizzando solo plettri e corde in genere confinati nel “folk”. Funziona? Ascoltare per credere. (Guido Festinese)

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CLASSICA ORCHESTRA  AFROBEAT - Polyphonie

Teoricamente dovrebbe essere un ircocervo, uno di quegli animali mitologici che proprio non possono esistere. L'animale musicale ircocervico sarebbe la Classica orchestra Afrobeat ideata e diretta da Marco Zanotti. Che mette assieme fagotti, oboi, archi ed altri pregevoli attrezzi per la musica molto “occidentali” con congas, shekerè, djembe, balafon, darbouka, e quanti altri attrezzi vogliate ritrovare da percuotere con gusto nel Continente africano. Ovviamente gli ircocefali in musica in realtà esistono, si trovano piuttosto bene, e godono di ottima salute: perché lanciare ponti tra sponde musicali complementari è in realtà non solo possibile, ma decisamente necessario. Ascoltare per credere. Qui, al terzo disco, in Polyphonie Zanotti è andata a caccia delle note della comunità musicale più antica e saggia del pianeta, quella dei pigmei, che peraltro sono gli inventori della polifonia e del canto in stile yodel: voce solista affidata al grandissimo Njamy Sitson, dal Camerun, un miracolo di suadente potenza e duttilità, e via con brani che si intitolano Lo spirito della foresta, Jouer pour la terre, Neve: tutto rispettato, con grazia e gusto dell'incontro. (Guido Festinese)

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