Musica italiana

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TALES OF KALEDRINA – Odissey to No-One

Tornano a farsi sentire i liguri Tales of Kaledrina, giunti al quarto lavoro in studio. Il quartetto – che è composto da Fabrizio Vacca (voce e liriche), Matteo Ricci (chitarre, basso, synth e programmi), Giulio Gaietto (basso) e Valentina Romei (voce) – pubblica questa sua nuova opera soltanto in LP in cento copie, numerate. E già questa è una bella novità, che con il trascorrere del tempo renderà assai raro questo vinile, doppio, con dodici composizioni in tutto (dire canzoni appare riduttivo). La veste grafica è molto suggestiva, minimale ed elegante, nel medesimo tempo. La musica del progetto – di questo forse si tratta, piuttosto che di una band, canonicamente intesa – conferma tutta la bellezza a cui i musicisti in questione ci hanno abituati. Musicisti colti, preparati, attenti in fase sia di scrittura, sia di esecuzione. Grande è la cura verso i paesaggi sonori, verso le scelte timbriche e strumentali: quella dei Tales of Kaledrina è infatti una bellissima elettronica d'ascolto, che riporta l'audiofilo agli anni d'oro della Bristol che fu. Suoni inglesi quindi, tra Massive Attack e Portishead, tuttavia con un gusto ed un personalità creativi quanto originali. Promossi a pieni voti, ancora una volta. (Davide Arecco)

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CRISTINA MESCHIA - Inverna

Mai cedere alla logica un po’ stantia del “tutto è già stato detto, tutto è già stato suonato”. E’ più un alibi per la pigrizia critica di chi invece ha il privilegio di poter ascoltare molte cose, e metterle a confronto. Ad esempio prendete questo secondo lavoro discografico di Cristina Meschia da Verbania, vocalist e flautista, Inverna. Il sottotiolo recita “canti popolari di protesa, guerra, lavoro e amore, e sembra di veder il sopracciglio che si inarca,  e l’inevitabile corollario “Ancora queste cose? “. Sì , ancora. Perché se oggi Elena Ledda o Ginevra di Marco continuano a saperci rivelare angoli segreti di canzoni che nascono nel cuore folk della gente, ognuna a modo suo, l’una dalla Sardegna, l’altra dal cuore del’Appennino centrale, perché non dare fiducia allora a una ragazza piemontese  cresciuta con l’Enzo Jannacci e il Nanni Svampa più “popolari”, il Cantacronache, i dischi della Albatros e del Sole. E che un giorno s’è trovata la sua strada: un folk jazz cameristico che restituisce la leggerezza del sogno ai brani, trasfigurandoli in una sorta di luce aggiunta che nobilita gli originali, e li spinge ancor più lontano. Lei dalla sua ha una voce luminosa e di una freschezza sorgiva, accanto ha chi ha curato gli arrangiamenti  preziosi, il jazzista Giampaolo Casatl, il pianoforte di Gianluca Tagliazucchi, il basso di Riccardo Fioravanti, il flauto di Marco Moro, il violoncello di Manuel  Zigante, il violino di Umberto Fantini, le percussioni di Gilson Silveira. E ospite speciale la chitarra di Alessio Menconi. (Guido Festinese)

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MARCO CAMBRI - Særa i euggi

Finalmente un nuovo disco per Marco Cambri, a ben quattordici anni dall’introvabile  “A Curpi de Pria” (a quando una ripubblicazione, maestro?) e a quattro dal semiclandestino “Vivo”,  venduto per lo più ai concerti. La dozzina di brani è ormai conosciuta dal pubblico, visto che nei suoi concerti  queste canzoni vengono proposte da un po’ di tempo. Ciò non toglie che sia bello avere in mano un disco così pregiato per veste grafica e contenuti artistici. Le canzoni in dialetto genovese di Cambri,  sempre incentrate su personaggi e storie dal sapore antico, descrivono luoghi, paesi e ambienti che ognuno di noi può aver conosciuto o almeno sentito raccontare. La sua scrittura, altamente poetica (e in più, nella nostra difficile ‘lingua’) tocca qui nuovi vertici, come in Ægua do Bronzin o in Passo, ma anche nuove leggerezze, come nella spumeggiante Che Rìe. C’è anche uno sconfinamento nella piemontese Val Borbera, in un’originale  celebrazione del fiume omonimo… In Særa i Euggi Marco Cambri è accompagnato da alcuni dei migliori musicisti genovesi, come i fidi Marco Cravero e Fabrizio Padoan, Filippo Gambetta, Marco Fadda e molti altri. La bella e semplice copertina riproduce un acquerello di Simona Ugolotti, anche lei, come Marco, artista da scoprire. (Fausto Meirana)

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SABRINA NAPOLEONE - Modir Min

A fronte di molti, troppo autori di canzoni che riescono a far contemplazione del proprio ombelico anche quando fanno ( o credono di fare) ironia su se stessi e sugli altri, finendo per essere moralisti in diluizione musicale omeopatica, ci sono figure che, quando  scrivono parole da appoggiare sulla musica, sembrano farlo per una sorta di sincero, squassante furor interiore. Una di queste figure è Sabrina Napoleone, autrice id brani duri e diretti che nulla concedono neppure alla retorica del “rock d’autore” , se per questo immaginate frasi d’impatto tanto affilate nella forma e nel lessico quanto vuote nella rilevanza reale. Sabrina nulla concede alla carineria, neppure a quella “contro”. Si racconta e racconta il modo che ha introno senza schermi e senza compassione stucchevole.  L’avevamo lasciata al 2014 di “la parte migliore”, che era già un gran disco. Questo nuovo  Modir Min, che prende titolo da una filastrocca islandese, mantiene quanto simbolicamente annuncia la copertina, dove una Sabrina bambina è ai piedi di un gigante di sabbia sdraiato: Un piccolo fuoco vivo di vitalità contro i giganti dai piedi e dalla gambe  imponenti ma fragili, che una volta abbattuti mostrano tutta la propria inane ferocia. E poi c’è anche l’aspetto musicale: chi va a caccia di farfalle melodiche  policrome e confortanti sappia che qua troverà oscuri fondali sonori limacciosi e infiltrati di rumori spiazzanti che possono anche ricordare tratteggi tra ambient e industrial music. Merito anche dell’apporto prezioso di Giulio Gaietto, il bassista genovese che è un altro tesoro nascosto di vitalità reale in questa città sonora fatta spesso di  apparenze glorificate. Danno una mano anche Max Manfredi, Cristina Nico, Valentina Amandolese e Serena Abrami, un parterre di altre eccellenze spesso trascurate. (Guido Festinese)

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 AGRICANTUS - Akoustikòs vol. I

L’anno prossimo festeggeranno il quarantennale. Quarant’anni belli e turbolenti, a un certo punto scanditi anche da qualche lite, perché il “marchio di fabbrica” di uno dei più significativi gruppi di world music mediterranea italiana è un bene prezioso e ambito , anche sei i tempi, oggi, non riservano più soverchie simpatie per le musiche che predicano l’incontro tra le culture. Akoustoikòs è una ripartenza coi fiocchi, bella, intensa e meditata. Anche perché il fiatista Mario Crispi, i plettri di Mario Rivera e le percussioni di Giovanni Lo Cascio hanno trovato una voce d’eccellenza a rilevare il difficile compito da “front woman” che è sempre toccato alle vocalist di Agricantus. Adesso c’è la voce intensa e drammatica della messinese Anita Vitale,  formatasi alla scuola di Maira Pia De Vito, perfezionatasi negli States, e poi presenza importante in altre band di world music. Una voce ben attrezzata per reggere l’intensità emotiva degli Agricantus, che ci piace anche ricordare spesso in studio con i “nostri” Pivio e Aldo De Scalzi, per colonne sonore tanto belle quanto fruibili anche al di là del medium cinematografico. Akoustikòs vol. I ( segno che ci sarà un altro o altri capitoli) ripercorre tracce lontanissime, lontane e vicine dalla lunga storia del gruppo. Un viaggio che a tratti  costeggia la ambient music, a volte ritmicamente pressante, altre ancora pura poesia messa in musica. Bentornati. (Guido Festinese)

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PSYCHOWAVE – Desert

Qualcuno – almeno i più attenti, ci si augura – ricorderà gli Sleeves, la storica band psichedelica di casa nostra. Due membri di quel gruppo si ripresentano oggi, con il nuovo nome di Psychowave e si tratta di una graditissima sorpresa. Il quintetto – composto da Roberto Vinciguerra alla voce, Carlo Cheldi alle chitarre, Pino Parello al basso, Kasun Dias alle percussioni e Lulla Rock alle tastiere – suona un bell'esempio di new wave revival, con piacevoli inserti garage-psych, belle melodie e una costante attenzione per la creazione di atmosfere intriganti e non troppo retrò. In questo mini-CD di cinque brani, della durata complessiva purtroppo di neanche venti minuti, si respira tanta freschezza sia compositiva sia esecutiva. Il suono è molto inglese, ma potrà certo piacere a chi ha apprezzato il Paisley Underground, nonché agli amanti di certo post rock. In definitiva, un ottimo lavoro, al quale ci auguriamo possa far presto seguito un lavoro sulla (più) lunga distanza. (Davide Arecco)

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