Nel contesto della, affascinante per carità, ricerca di radici musicali che la quantità esorbitante di ristampe oggi disponibili ha incoraggiato, ne abbiamo sentite di tutti i colori e per tutti i gusti. Accanto alle teorie risalenti e accreditate (il rock nasce dal blues che arriva in America e si stabilisce dalle parti del Mississippi siglando patti con il diavolo), siamo andati a ricercare nomi sempre più oscuri e dimenticati, vestendoli con qualche colpo sulla tastiera dell’aura di pionieri ed eroi. Ma al rockabilly, la riabilitazione critica, non era ancora toccata (fatti salvi i ciuffi impomatati degli Stray Cats negli anni ’80). Perché il rockabilly non è musica nobile: è spazzatura bianca, come sono chiamati gli abitanti dei sobborghi poveri nelle grandi città americane. È musica violenta, nell’immaginario e nell’assalto sonico; musica semplice, quasi infantile nella ripetizione dei giri e delle intuizioni. La benemerita Rhino ci mette una pezza con quest’incredibile cofanetto quadruplo pieno di teppisti e chitarre elettriche, coltelli e pettini a serramanico, auto decappottabili e notti al drive-in. L’intento è chiaro: farsi una passeggiata sul lato selvaggio del marciapiede in un’epoca, gli anni ’50, dove la musica iniziava a diventare prodotto, i teenager a essere identificati come target di mercato, e intorno il pop si presentava più patinato che mai. “Rockin’ Bones”, come le migliori compilazioni, soddisfa gli appassionati e i curiosi; accanto a classici riconosciuti ed immortali come Summertime Blues o Blue Suede Shoes troviamo decine di micro capolavori, sbilenchi 45 giri che la memoria aveva inghiottito da decenni e oggi mostrano tutta la loro forza. Oh yeah. (Marco Sideri)
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