Nel suo essere sinceramente finto, nel suo giocare in modo affettuoso con modelli e apparenze, sta il principale motivo d’interesse di questo disco. Tanto per cominciare Sunday At Devil Dirt è un disco che suona americano al cento per cento quando tutte le canzoni (meno una) sono state scritte dalla scozzese Isobel Campbell (che sulla copertina gioca a sembrare la figlia di Dolly Parton, icona delle chicks a stelle e strisce) e in massima parte registrate fra Inghilterra e Scozia. Il gioco di rimandi e specchi non finisce qui e tocca l’unico americano coinvolto nella vicenda, Mark Lanegan che, con la sua voce baritonale e supervirile, si trova a interpretare testi talora piuttosto lascivi scritti da una donna (e il rock è una musica ancora parecchio maschilista). Dunque ci troviamo di fronte a un rovesciamento perfetto del modello a cui la coppia s’ispira, vale a dire Lee Hazlewood e Nancy Sinatra, il burattinaio e la bambolona (certo che Lanegan come bambolone…). Tutta la prima parte si muove in ambito epos-eros e culmina nei duetti Who Built The Road e Come On Over (Turn Me On).
Più sommessa la seconda metà del lavoro tra i suoni da palude di Shotgun Blues (unico titolo affidato, interamente e improbabilmente, alla tenue voce della Campbell), i toni vaudeville di The Flame That Burns e la malinconia da portico al tramonto di Keep Me In Mind, Sweetheart. Sunday At Devil Dirt è opera più compatta e migliore come scrittura rispetto al precedente Ballad Of The Broken Seas, anche se resta l’impressione del prodotto di maniera e mancano i pezzi davvero killer (quelli che invece avevano Lee e Nancy). (Antonio Vivaldi)
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