Inseriti di solito nel filone del nuovo folk (con prefisso doom), gli Arbouretum sono più che altro una fusione di psichedelia e stoner che fa pensare ai Bevis Frond come ascendenze remote o, in ambito contemporaneo, ai Black Mountain rallentati o ai Pontiak incupiti. Song Of The Pearl, terzo album del gruppo di Baltimora, non propone grandi cambiamenti rispetto al precedente Rites Of The Uncovering, salvo forse un minimo di melodicità in più. La dialettica è al solito fra epos e dilatazione, con il primo a prevalere in False Spring, Thin Dominion, e Another Hiding Place e la seconda in Down By The Fall Line e Infinite Corridors. Data la materia sonico-emotiva trattata, il disco è saggiamente breve e ha l’ulteriore pregio di chiudersi con una bella e sommessa cover della dylaniana Tomorrow Is A Long Time. (Antonio Vivaldi)
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