Anche per gli isterici standard contemporanei, il percorso di Richard Swift può tranquillamente essere definito peculiare. Ha esordito con un doppio EP equamente diviso tra nostalgia anni ’50 e cantautorato americano. Dopo sono venuti: un album di ruvido garage blues, un disco di elettronica strumentale, e, parallelamente, altre canzoni d’autore, questa volta virate Tom Waits. Atlantic Ocean è la nuova tessera del puzzle. L’impatto non fa sperare bene: il suono è un misto di sintetico (tastiere, sintetizzatori a go-go) e acustico (piano, violini, qualche fiato) che quasi nasconde le canzoni. Frequentazioni ripetute, tuttavia, fanno emergere una penna acuminata, ballate fascinose (soprattutto verso la fine) e quella rara dote chiamata originalità. O, perlomeno, tentativo di. Un autore coraggioso. (Marco Sideri)
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