La frammentazione, culturale, della musica in questo inizio di millennio, sia essa indipendente, emersa o tutti e due, è un dato di fatto. Ci sono sempre meno musicisti/personaggi che mettono tutti d’accordo. Non ci sono, per essere precisi, icone capaci di rappresentare, con il necessario carico di contraddizioni, un panorama condiviso. Unico pretendente alla corona (di dubbio valore, ma tant’è) è il Signor Jack White, da Detroit, Michigan, ex garage rocker. I suoi, e qui sta il punto, non sono (più) solo dischi. Sono parti di un progetto più ampio, di una storia più grande. Tutto comincia, almeno per il grande pubblico, con l’esplosione dei White Stripes. Il terzo album del gruppo (White Blood Cells) esce dai vicoli bui del revival (punk) blues e approda sulle copertine e in classifica. Da allora, JW non si è limitato a sviluppare la sua creatura: ha fondato gruppi (Raconteurs), prodotto dischi (Loretta Lynn), composto la sigla per l’ultimo James Bond e dato vita ad una casa discografica (Third Man Records) con annessa stamperia di vinili, come ai vecchi tempi.
Tutto questo, senza perdere di vista la comunicazione e, come si dice, il marketing (un’estetica pensata e riconoscibile, una “filosofia” personale). Come se non bastasse, oggi arriva il gruppo n. 3: i Dead Weather. White si siede alla batteria e lascia il microfono alla cantante dei Kills (Alison Mosshart), per un viaggio fangoso attraverso un rock laterale e malato. Indebitato con il blues come con la distorsione, questo esordio aggiunge ancora un colore alla tavolozza del vecchio Jack, tralasciando gli istinti più pop per concentrarsi sul suono e l’atmosfera. Rischia di diventare antipatico, Jack, ma fa centro ancora una volta. (Marco Sideri)
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