In questo periodo in cui siamo bombardati, specie dall'ex piccolo schermo, di musiche Kazzinger (presente quel genere tipo Carina Burana che a tutto volume sovrasta ogni programma?), un album come questo ci voleva. Bryan Ferry, voce sempre più flebile e nasale, speriamo pentito del nefasto Dylanesque, torna con un super disco (li chiamo ancora così) dove regala otto composizioni più o meno inedite (Shameless l'avevamo già apprezzata con i Groove Armada che qui tornano) e due cover suonate come se Bete Noire e Boys and Girls fossero usciti l'anno scorso. Il cast è ricco e sfizione : Manzanera, MacKay e Eno (!) più Flea, Greenwood, Gilmour e gli Scissor Sisters. Il che significa che si celebra il fasto del Signor Ferry nel migliore dei mo(n)di possibili. Un gran lavoro ricco delle solite cose che si dicono di Ferry : classe, stile, eleganza, che non offre novità rivoluzionarie ma si pone come un nuovo classico (all'inizio di U can Dance si citano addirittura i Roxy di Avalon e P.S. tra due anni sono 40 anni che è uscito il primo album...). Insomma, come cotton fioc è il non plus ultra. La pensione non arriva neanche a lui. (Marcello Valeri)





