Mettiamola così: immaginatevi una jam session sapientemente speziata di funghetti lisergici (o di grignolino: va bene lo stesso) tra il Miles Davis del 1972, quello completamente assunto nel cielo dell'elettricità estrema e delle sequenze iterative, il Neil Young delle cavalcate da bufalo impazzito di watt con i suoi Crazy Horse, aggiungete al tutto qualche rarefazione tex mex in odore di Califone e di Americana desolata, e una manciata abbondante di spezie space rock e space jazz da glorioso film di serie b. Risultato alchemico ottenuto: i magnifici Mamasuya con Johannes Faber, trombettista eccellente che, tra le credenziali, ha anche quella di aver avuto a che fare da protagonista con le vicende jazz rock. Vedi dalla voce Billy Cobham. Un disco sorprendente che dimostra, ancora una volta, che chi sa dosare con attenzione, intelligenza e una buona vena di azzardo ingredienti noti ottiene piatti inediti e calorici assai. Nicola Bruno (La Rosa Tatutata, Paolo Bonfanti) e Stefano Resca perni ritmici perfetti a basso e batteria, Matteo Cerboncini alla fiammeggiante chitarra. (Guido Festinese)


