Il difficile secondo disco, come si suol dire. Ma a volte tale è lo slancio propulsivo del primo, che si può anche evitare la sindrome della ripetizione coatta. Anche perché qui c'è ben poco da ripetere: siamo in piena, magnifica “retromania”, e chi ha masticato qualche quintalata di rock puro e duro non avrà alcuna difficoltà a farsi piacere il lungocrinuto quartetto del Galles. Nello specifico: Led Zeppelin alla carta vetro, e dai primi tre secondi dell'iniziale Money, in pieno delirio di potenza hard blues, una spolverata di Southern Rock di quello più crudo e vischioso, Humble Pie, qualche ricordo di Whitesnake, e via di seguito. Insomma: a Rival Sons e Wolfmother è il caso di accostare questi stradaioli e chiassosi Buffalo Summer. Che operano in un 2016 che somiglia molto a un 1976. (Guido Festinese)


