La critica internazionale ha menzionato, come riferimenti necessari per avvicinarsi al disco di Hyslop, i nomi di Damine Rice, di Sufjen Stevens, di Ryan Adams, insomma di tutta quella galassia di figure che sono tornate ad imbracciare strumenti acustici, e a scrivere canzoni che da una part confluiscono nel gran mare del folk, comunque lo intendiate, dall'altra sono stretta contemporaneità “popular”. Tutto vero, Però se fate mente locale al fatto che il dolcissimo menestrello Hyslop (voce come un sussurro quasi timida nel proporre le sue belle frasi appoggiate sul fingerpicking) arriva da Vancouver, è impossibile non mettere in conto anche ricordi lontani eppure luminosi di gente come Bruce Cockburn, Joni Mitchell, e, chiusura del cerchio, Eric Andersen. Hyslop è il perfetto complemento sonoro per una giornata di freddo intenso in cui dalla finestra si guardi mulinare nella danza qualche fiocco di neve. E se poi le stagioni, come si suol dire “non sono più quelle di una volta”, e non c'è il manto bianco, pazienza: le belle canzoni si ascoltano volentieri comunque. (Guido Festinese)


