Facciamo ammenda subito per non aver trattato prima di questo disco incantato e misterioso, che molti hanno inserito tra i migliori della scorsa annata. La storia di Juana Molina, causa scarsa esposizione ai canal i mediatici più fragorosi ogni volta richiede breve riassunto: famiglia argentina scappata dagli orrori di Videla ai tempi della dittatura, un passato prossimo da attrice comica, un passato recente e attuale da streghetta ammaliante del cantautorato elettronico più trasversale che esista. Samples che girano in loop, schegge che giocano al riciclo continuo, una vocina sottile, diafana, sempre in spagnolo, che invece di presenziare imperiosa arrotando le “erre” si tiene quasi in disparte, spesso su una sorta di dolcissimo “cantato – parlato”. Dunque tutti i riferimenti già usati in Laurie Anderson, Robert Wyatt e Biörk tornano e si confermano. E non è un limite: ma il pregio di un disco che, ascoltato tutto di fila, appare come una sorta di labirinto sismico attraversato da microfaglie. Di bellezza. (Guido Festinese)


