Rock

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FRANZ FERDINAND - Right Thoughts Right Words Right Action

Cosa ne è di una sorpresa, quando passa il tempo? Se le va bene, si fa certezza o, meglio ancora, istituzione. Se le va male, resta un ricordo, che sbiadisce, buono magari per un futuro revival. Il primo disco dei FF fu una sorpresa, bella grossa: pop spigoloso, antenati ben chiari ma carica (e canzoni) viva e presente. Right Thoughts… arriva 10 anni e tre dischi dopo. Dopo, anche, gli esperimenti sintetici del precedente Tonight che, per dire, è uscito pure in versione dub. Arriva e prova a tornare all’impatto immediato e spiazzante dell’esordio: canzoni orecchiabili, ritmi danzerecci/indie. E l’impatto è immediato, non c’è che dire. Solo che non spiazza più. E così è gradevole farsi prendere dagli stacchi geometrici dei pezzi, dalle ballate che spandono melodia. Ma restano sospesi tra istituzione e ricordo, i FF di questo disco. Come ex sorprese al bivio. (Marco Sideri)

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JULIA HOLTER - Loud City Song

Bisogna essere all’altezza di un disco di Julia Holter. Mica ci si entra così, da sprovveduti. La giovane musicista ha, non da oggi, un elevatissimo tasso concettuale che accompagna i suoi lavori. Nelle interviste si legge che la svolta per Julia è stata scoprire John Cage (non Dylan o Bon Jovi). Questo Loud City Song prende le mosse da una scena nel musical Gigi e aggiunge deviazioni e riflessioni. Bene, per fortuna, Loud City Song è anche un grande disco, suonato nel punto esatto in cui sperimentazione e canzone classica s’incontrano. Entrando da sprovveduti in LCS si rimane avvolti dai passaggi quasi soul che arrivano improvvisi su malinconiche tracce vocali, dal fascino di certe nebbie dream pop, dalle orchestrine stonate che fanno capolino come flash back nebbiosi verso tempi lontani. Pretenzioso? Potete scommetterci. Ma più che attrezzato per esserlo. (Marco Sideri)

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NEKO CASE - The Worst Things Get, The Harder...

Funzionava, e probabilmente funziona, così anche a scuola. Il giudizio dipende dal lavoro, certo, ma anche dallo studente. Un alunno particolarmente dotato in matematica dovrà risolvere tutti i problemi del compito per meritare una lode. Uno incapace di contare fino a 11 riceverà applausi scroscianti per averne risolto metà. Così davanti a un disco buono come questo la domanda che viene spontanea, al primo ascolto, è: Perché solo un buon disco, Neko? Non è ora di inciderne uno meraviglioso? Miss Case bazzica quel terreno ibrido tra (country) folk e (power) pop. Ha una voce notevole (notevoli sono, in conseguenza, i pezzi a cappella). Scrive in modo diretto e sicuro. Peccato che manchino pezzi veramente memorabili e l’insieme sia fin troppo compito e preciso. Buon disco, veramente. Ma in verità che sarebbe stato buono lo si sapeva già prima che uscisse. (Marco Sideri)

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BOB DYLAN - Another Self Portrait (1969-1971)

Misteri dylaniani, i soliti, da mezzo secolo e qualche spicciolo di tempo in più. Le scelte insindacabili del Signor Zimmermann sulle sue incisioni. Prendete questo Another Self Portrait / The Bootleg Serties vol. 10 (1969 -1971): uno potrebbe storcere il naso, a pensare che siamo negli anni tra il country Nashville Skyline, il (supposto) orrido Self Portrait e il mai apprezzato e grande New Morning. Poi invece qua scopri una inedita Working On A Guru con un George Harrison che cuce e ricama con le corde, una If Not For You rallentata e cambiata nella linea melodica che fa venire i brividi, una New Morning che ci si domanda perché non sia finita nel disco omonimo, una Highway 61 Revisited dal vivo all'Isola di Wight dove trovate probabilmente il miglior assolo della vita di Garth Hudson della Band. Misteri, si diceva. Prendere o lasciare. Preferiamo prendere, un po' stupiti. (Guido Festinese)

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GIRLS IN HAWAII – Everest

Terzo disco della band belga; anche questo, come accadde per il secondo, a distanza di cinque anni dal precedente. E' dedicato alla memoria di Denis Wielemens, il loro batterista, prematuramente scomparso in un incidente nel 2010; fu lui, col fratello Antoine, cantante e chitarrista, a fondare il gruppo. Esce a settembre e forse c'è un motivo; le canzoni, composte tra il 2009 ed il 2012, sembrano l'ideale colonna sonora per l'autunno che arriva, pervase come sono da un senso di malinconica quiete e di toni sfumati. Significativa è la splendida copertina "Mer Grosse" di Thierry De Cordier, poliedrico artista loro connazionale; una montagna d'acqua che lascia poco spazio al colore ed alla luce. Gli undici brani scorrono confortevolmente piacevoli, più vicini al secondo disco che al sorprendente, ineguagliato, esordio; su tutti spiccano "Misses" e "Not Dead". Esiste anche una versione di "Everest" contenente un altro cd ("Besides"), composto da covers e rarità; tra le prime da segnalare una bellissima versione di "Sister Europe", capolavoro degli Psychedelic Furs. (Marco Bonini)

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GRIM TOWER - Anarchic Breezes

Come ha scritto Marco Sideri a proposito di Ghost Brothers Of Darkland Country, esistono dischi che vivono di ingredienti tipici. Lì si tratta di southern gothic, mentre nel caso di questo Anarchic Breezes sfogliamo un altro ricettario oggi di tendenza: il suono psych-folk. I due Grim Tower sono Stephen McBean (Black Mountain e Pink Mountaintops) e Imaad Wasif (già con Yeah Yeah Yeahs e Folk Impolsion) e alla loro prima collaborazione  si dimostrano bravi nell’utilizzare sia i classici sapori  della tradizione americana (il banjo alla 16 Horsepower di Reign Down) sia le spezie orientali (Soft Seance, Mantis).  Manca un po’ la fusione fra i due mondi, ma il lavoro è comunque piacevole e ricco di belle idee strumentali (Anarchic Breezes) e non sarebbe male se i due continuassero a tenere aperto il ristorante, magari con un nome meno truce. (Antonio Vivaldi)

 

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