Rock

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PATTY GRIFFIN - American Kid

A tre anni di distanza dall'ottimo "Downtown Church", album interamente ispirato alla tradizione del gospel, e che le era valso addirittura un Grammy Award come miglior lavoro del 2011 nel campo della musica sacra afroamericana, la splendida Patty Griffin, quarantanove primavere e non dimostrarle, torna con un disco intenso nel segno della più ispirata popular music americana, intriso di folk rock, roots, country, old time music, blues, e molto altro. Dodici tracce prevalentemente acustiche (solo in un paio di momenti spunta una tastierina discreta ad intrecciarsi al luminoso reticolo intessuto dalle corde), che la talentuosa folk singer e musicista (chitarrista in particolare) del Main, cresciuta artisticamente a Boston, ha composto sull'onda di un profondo e malinconico trasporto, causato dalla dolorosa notizia della morte del padre. Nell'intima e conclusiva "Gonna Miss You When You're Gone" è proprio con il padre che Patty interloquisce in un ultimo dolente saluto. Ma l'album vive in realtà di una grande freschezza e vitalità, grazie alla sorprendente grinta della Griffin, che qui ricorda l'energia della Bonnie Raitt degli esordi, e soprattutto alla sua emozionante voce (sensuale, accorata, morbida, duttile, sottile e rotonda, limpida e al contempo come lievemente sfarinata), supportata da una classe cristallina. La accompagnano, oltre alla voce del marito Robert Plant (nel più diafano singolo "Ohio" e in altre due successive circostanze), alcuni fidati strumentisti, i chitarristi Doug Lancio (anche al mandolino) e Luther Dickinson, il batterista Cody Dickinson, e il produttore Craig Ross, anch'egli parte del gruppo alla chitarra baritono, che insieme a lei compongono una vera e propria affiatata string band. Una rassegna appassionata degli stilemi che innervano l'american music, dall'impeccabile svolgimento. Da non perdere. (Marco Maiocco)

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DAFT PUNK – Random Access Memories

Negli ultimi anni la dance sembra aver preso due direzioni abbastanza nette: da una parte il minimalismo della techno di produttori come DJ Koze, Birdy Nam Nam o Diplo, dall’altra il massimalismo alla Prodigy, Justice, Kalkebrenner ecc. in grado di riempire i grandi spazi festivalieri. I Daft Punk sono sempre stati un po’ nel mezzo e la loro volontà di distinguersi dalle tendenze altrui è ciò che guida il loro ritorno, dopo qualche ultima prova non troppo convincente. Diciamo subito che Random Access Memories non solo convince, ma entusiasma per la quantità di idee che il duo francese è riuscito ad assemblare.  Ma andiamo con ordine: per molti la seconda metà degli anni 70, dal punto di vista musicale, significa immediatamente punk; ma si dimentica che un’altra rivoluzione, quella della disco, scuoteva non meno del punk.

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DEERHUNTER   - Monomania

Brandon Cox ruba il lavoro ai giornalisti musicali e crea una bella definizione per il nuovo album dei suoi Deerhunter: “nocturnal garage”. In verità la definizione funziona per i primi due brani in scaletta e per la title-track, mentre il resto del programma è composto da canzoni che giocano a essere ruvide e sbilenche quando invece sono ben strutturate, piuttosto efficaci melodicamente  e, in verità, nemmeno troppo notturne o trasognate (fa eccezione, fin dal titolo, Sleepwalking). Il fascino di Monomania sta proprio in questo mettere ordine, magari solo temporaneamente, nel mondo nervoso e a volte sin troppo ricco di spunti creativi di Cox, un musicista che in passato è stato spesso più interessante nei propositi che incisivo negli esiti. Una nota di merito per il fantasioso e intenso chitarrista Lockett Pundy, autore anche di uno dei pezzi più intensi della raccolta. The Missing. (Antonio Vivaldi)

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KLAUS DINGER/JAPANDORF - Japandorf

Ai posteri  l'ardua sentenza......e con i postumi spesso si è indulgenti. Klaus Dinger ha lasciato la terra per raggiungere il cosmo nel 2008 ma, poco prima, ha riunito un simpatico combo Jap e, come suo costume nelle ultime produzioni, ha sfornato un'ennesima prova della propria disinvoltura musicale. Il canone è noto, trattasi della naturale prosecuzione del discorso Neu, La Dusseldorf e successive incarnazioni (tutte promosse da Dinger medesimo) ma non si può non entusiasmarsi ancora una volta sulle ritmiche metronomiche che tanti hanno scopiazzato (o, come gli Stereolab, addirittura fatto diventare un improprio marchio di fabbrica) e su una certa dose di sano dadaismo linguistico.

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THE UNCLUDED - Hokey Fright

Oramai ogni trasgressione (di comportamento o di suono) è concessa e anzi catalogata, nel grande libro del pop. Gli irregolari, in musica, non esistono più. Ci sono, però, le voci fuori dal coro. Kymia Dawson (cantante -anti- folk in bilico tra nomination agli Oscar e dischi di filastrocche per bambini) e Aesop rock (rapper indipendente, bella speranza del hip hop indipendente, prima che lo stesso si rivelasse una -bella- bolla di sapone) rientrano nella categoria. Qui si uniscono sotto il nome di Uncluded (sgrammaticato neologismo per “escluso”?) per un disco meraviglioso. Senza genere (ci sono filastrocche infantili, elettronica a buon mercato, rap, rock indipendente, folk, un sacco di voci) ma con una personalità fortissima; pieno di momenti giocosi, ma anche di tensioni da lacrime. Un disco speciale. O un piccolo-grande disco. La sostanza non cambia. (Marco Sideri)

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PRIMAL SCREAM - More Light

I Primal Scream (PS, da Glasgow, Scozia) sono oramai una corazzata. Nei (tanti) anni di musica hanno frullato influenze ultra-classiche (interi dischi di spudorata riedizione Rolling Stones) con fughe in avanti verso terre più libere (la visione acida di Screamadelica, l’aggressione moderna e brutale del capolavoro XTRMNTR). Per la via, hanno recuperato un’identità barricadera (questo disco è pieno d’invettive e slogan) e collaboratori per tutti i gusti (Mark Stewart, Kevin Shields, l’Arkestra di Sun Ra, addirittura Robert Plant). Risultato: More Light è un disco da corazzata. Straripante di idee (convivono nei brani umori orientali, soul e r’n’b, assalti elettronici) e melodie (forti e in primo piano). Una summa di tanti Primal Scream passati che permette di usare un aggettivo antipatico come retro-futurista in modo, per quanto possibile, azzeccato. (Marco Sideri)

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