Rock

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THE VEILS – Time Stays, We Go

I neozelandesi Veils sono in giro ormai da una decina d'anni buoni e nei quattro LP prodotti finora hanno sempre dato ottima prova di sé, pur restando in qualche modo una band non di primo piano. Propongono un ideale crossover tra il suono downunder (gli amanti di Moffs, Triffids o del Nick Cave più serafico dovrebbero apprezzare) e il pop inglese: nel primo disco, per esempio, la voce di Finn Andrews (figlio di Barry degli XTC, nonché compositore di tutte le canzoni) richiamava quella di Brian Molko, mentre oggi si rivela più personale, forse meno emotiva e comunque sempre bella. Ciò che probabilmente ai Veils è mancato è la capacità di lasciare davvero il segno, di graffiare. Il discorso per il nuovo Time Stays, We Go non è poi molto diverso: tutti i brani viaggiano su livelli alti, nessuno è eccezionale; però, ad esempio, Birds ci va molto vicino e nel complesso questo è un disco che si ascolta senza un momento di noia. Il che davvero non è poco. (Marina Montesano)

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DJ KOZE – Amygdala

Dietro DJ Koze si cela Stefan Kozalla, originario di Amburgo, una delle grandi menti della techno degli ultimi vent'anni. Nonostante questa lunghissima carriera, DJ Koze non ha prodotto molto come solista, e certamente con Amygdala le ambizioni sono alte; è infatti evidente la volontà di mettere a profitto la grande esperienza nella manipolazione di suoni e ritmi, avvalendosi dell'aiuto di alcuni ospiti di peso: da Caribou (nell'iniziale Track ID Anyone?) ad Apparat a Matthew Dear: la cui voce subisce un trattamento di grande effetto in Magical Boy e che con My Plans offre uno dei momenti migliori. Ovvio che la lounge music è una componente importante di Amygdala, ma in molti passaggi Kozalla riesce a infodere un gusto per la trance e la psichedelia che elevano il disco rispetto alle consuetudini del genere. Si ascoltino, per farsene un'idea, la riscrittura del suono Motown di Ain’t No Mountain High Enough in Ich Schreib’ Dir ein Buch 2013 (con la voce di Hildegard Knef) oppure il soul (tedesco...) di Das Wort, altro apice del disco. (Marina Montesano)

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SAVAGES – Silence Yourself

Del quartetto femminile delle Savages si parlava già dallo scorso anno grazie ad alcuni singoli e alle esibizioni dal vivo; si può dire anzi che il loro fosse uno degli esordi più attesi del 2013, insieme a quello dei Palma Violets. Silence Yourself non delude, mostrando una band interprete di un suono amato da molti, il post-punk stile Joy Division/Wire/Siouxie (quest'ultima chiaramente un modello per la cantante Jehnny Beth ) ecc., che tuttavia riesce a non rinchiudersi nel puro esercizio formale, ma che invece rivisita quel genere con grande forza. Infatti, rispetto a band come gli Editors o gli Interpol, che pure agli esordi si rifacevano ai medesimi modelli, le Savages sembrano maggiormente attente a catturare l'intensità del post-punk, avvicinandosi in questo piuttosto ai These New Puritans. I brani già apparsi come singoli, da I Am Here a She Will, sono fra i più convincenti; ma anche dove il ritmo rallenta, come in Waiting For A Strife e Marshal Dear, le Savages riescono a catalizzare l'attenzione. (Marina Montesano)

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SHE & HIM - Volume 3

La musica pop, al suo meglio, è insieme superficiale e profonda. Superficiale perché prende ogni possibile scorciatoia verso il cuore e le orecchie; profonda perché lascia un segno che, nei casi più felici, dura una (o più vite). Al netto di ogni ricostruzione possibile (e sono migliaia) gli anni 60 sono l’epoca regina per questa concezione (profonda/superficiale) di pop. Non stupisce che quei suoni (e quei vestiti e quei tagli di capelli) siano costantemente resuscitati da nuovi trend. She & Him (che nascono nei 2000) sono un esempio perfetto. Qui (terzo disco, eccettuato un Christmas Album) giocano con il pop di taglio Phil Spector, lo contaminano un po’ (cover di Blondie in salsa garage), sfruttano la loro riuscita immagine (chitarrista indie + attrice/icona). Raramente una parola sola riassume tutto un disco. Qui, “piacevole” sembra dire proprio tutto. (Marco Sideri)

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MARK LANEGAN & DUKE GARWOOD - Black Pudding

Il precedente album di Mark Lanegan, Funeral Blues, non è stato un successo plebiscitario. Molti hanno considerato la scelta di suoni elettronici e strutture moderne una stonatura. Un tradimento, forse, dell’ispirazione oramai ultraventennale di Mark. Legittimo. Chi scrive ritiene Funeral Blues una delle cose migliori incise da ML. Quindi è normale che questo Black Pudding, un ritorno al folk blues acustico, tutto arpeggi e nicotina, possa suonare, a seconda dei punti di vista, come ritorno di forma o ripetizione di quanto già detto. Chi scrive opta per la seconda lettura. Che questo disco non riesce, per la scrittura o l’ispirazione, ad andare oltre la (scontata, abbondante) sufficienza. Che ML sappia fare il blues scuro non è uno scoop. Bravo il polistrumentista Garwood ad accompagnarlo. Gioite, più o meno, a seconda del vostro Mark preferito. (Marco Sideri)

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STEVE MASON - Monkey Minds In The Devil's Time

In attesa del nuovo lavoro dei Primal Scream, i seguaci della musica britannica onnivora possono occupare l’attesa con Monkey Minds. I pezzi del mosaico sono infiniti: folk, psichedelia, elettronica, rock, dub, invettive sociali e canzoni d’amore. Ad amministrarli, Steve Mason, già leader della Beta Band e protagonista della sua meravigliosa sconfitta (esordio fulminante, decadenza implacabile). Steve confeziona un album vecchio stile: coerente nei suoni e negli intenti, le canzoni che sfumano una nell’altra con l’aiuto d’intermezzi e piccoli trucchi. Un flusso continuo di sfondi e melodie. Quello che rende MM così riuscito è, guarda un po’, la qualità dei pezzi e degli arrangiamenti. Tanto la scrittura che le soluzioni soniche sono perfettamente compiute e, insieme, dipingono una tela finita. Non ci sono sbavature nel disordine del disco. Bisogna solo ascoltare. (Marco Sideri)

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