Rock

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HARPER SIMON - Division Street

Secondo capitolo per questo cantautore, chitarrista e produttore americano. Figlio di Paul Simon e Peggy Harper, è riuscito a trovare una sua identità già dal primo album omonimo descritto da Rolling Stone USA come “una magnifica raccolta di canzoni country‐folk dal suono vintage”. American Songwriter arriva a definirlo come “una vera star in divenire”. Division Street è prodotto dallo stesso Harper con Tom Rothrock (ben conosciuto per il suo lavoro con Elliott Smith e Beck). Alla batteria Pete Thomas (Elvis costello) e tra gli ospiti ci sono Nikolai Fraiture (The Strokes), Nate Walcott (Bright Eyes) e Mikael Jorgensen (Wilco).

CD in vendita da Disco Club a partire sa martedì 2 aprile 2013 al prezzo di 15,50 €

vedi sotto video

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LEISURE SOCIETY - Alone Aboard The Ark

Approda al difficile traguardo del terzo album la indie folk band di Brighton formatasi nel 2009 attorno alla carismatica figura dell’ex Telescope Nick Hemming . Nel corso degli anni si sono costruiti una solida reputazione in patria, ma non solo, dove sono considerati da molta stampa d’oltremanica la risposta inglese agli americani Grizzly Bear e Fleet Foxes.

CD in vendita da Disco Club a partire da martedì 2 aprile al prezzo di 15,50 €

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MARK LANEGAN & DUKE GARWOOD  - Black Pudding

Heavenly Records e Cooperative Music sono liete di comunicare che il 14 Maggio sarà pubblicato Black Pudding progetto imperniato sulla collaborazione tra il leggendario Mark Lanegan ed il multi strumentista Duke Garwood. Lanegan descrive così il suo nuovo compagno di strada: Duke Garwood is one of my all time favorite artists.. Working with him has been one of the best experiences of my recording life." Per il momento potete godervi un primo assaggio di Black Pudding con la canzone “Pentecostal”.

MARK LANEGAN BAND: TORNA IN ITALIA CON LA SUA BAND LA VOCE PIU' EMOZIONANTE DEL ROCK AMERICANO - 15 LUGLIO 2013, VILLA ARCONATI, CASTELLAZZO DI BOLLATE (MI)

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JOHN GRANT -  Pale Green Ghosts

Una regola giusta, non musicale, una regola e basta, è che bisogna ascoltare gli altri. E se in tanti la pensano diversamente da te, una riflessione in più è necessaria. Nonostante ciò, Pale Green Ghosts suona ancora come un gran bel disco. Nonostante recensioni e commenti e amici dicano che no, non lo è. Quindi, per correttezza, (ri)partiamo dai fatti. John Grant, già leader degli Czars, è rinato come solista fondendo una scrittura solida e tradizionale ad una vena autobiografica spietata. Queen Of Denmark (2010) è un album riuscito, e giustamente celebrato. Per questo seguito, John si è trasferito a Nord Est (dal Texas all'Islanda) e le canzoni sono mutate di conseguenza. Sono diventate elettroniche, ritmiche, sintetizzate, senza rinunciare all’impronta della ballata. Sono personali fino all’imbarazzo. Sono una (bella) idea di cantautore per questi tempi strani. (Marco Sideri)

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Tecnologicamente teutonica, sinfonicamente post kraut, l'emissione di Karl Bartos dovrebbe porre seri quesiti retrologici. Se, come i vari comunicati dicono, questo materiale  Bartos lo scriveva nei ritagli di tempo nel periodo di maggior fulgore della case madre (Kraftwerk per i non iniziati o smemorati, uno l'ho incontrato...) viene davvero da chiedersi, e anche da rispondersi, se il successo planetario in termine di hits (come si diceva una volta...) non fosse dovuto in buonisssima parte a questo gentile signore di oltre mezz'età. Già, i Kraftwerk prima del suo arrivo erano fortemente kraut rock e la cosa più vicina alla popolarità era Autobahn ma da Radioactivity a Computer world le cose sono passate dai raggi kosmik alle vere e proprie stelle. In questo lavoro atemporale talmente datato nei suoni da essere avveniristico, Bartos risplende e riprende le fila tirando anche qualche orecchio agli epigoni : dai New Order agli Air, passando per i Pet Shop Boys, ma anche gli ultimi Clock DVA e John Foxx, insomma qui si rammenta che queste cose lui in testa le ha avute. Che poi la testa sia, nello specifico iconico, di plastica, poco ce ne cale. Candidato a pluriascolti e divulgazione a chi questo verbo non vuol sentir. Uno dei migliori dischi dei Krafwerk mai usciti, ops... (Marcello Valeri)

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Ancora preposizioni ed avverbi elettrificati per portare avanti un lungo discorso. Gli Wire non sono mai stati delle pop(?) star a livello mondiale, piuttosto dei corretti e coerenti soprattutto arrangiatori di parole, suoni e rumori, che restituiti alla forma canzone, hanno ben seminato in chi ha ascoltato. Adesso, dopo un live dove il permesso di stonare apertamente introduce Colin Newman nell'empireo della genialità, ovvero l'espressione sovrasta la forma, ecco arrivare questo (nuovo) lavoro, tredici tracce che erano nei loro cassetti celebrali, forse anche su qualche appunto cartaceo, nel periodo 79/80 e sono finalmente state messe su supporto. Inutile dire che rispetto alla media che c'è in giro il senso di astrazione temporale che si riscontra nell'ascolto è assoluto : mai stati vecchi e adesso non più giovani, cristallizzati in un'ambra del tutto personale i tredici brani scorrono nella conoscenza e nella meraviglia, per chi ancora c'è e per chi c'era. Poco importa abbiano perso per strada già da diverso tempo un quarto del loro combo e che la sostituzione sia atipicamente generazional popolare, ancora il contrasto tra le melodie armoniose ed il rumore bianco seduce e non tradisce. Inutile segnalare l'emergenza di un brano sugli altri , da prendere compatto. Compatto disco. Ancora, ancora. (Marcello Valeri)

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