Rock

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PETRA HADEN - Petra Goes To The Movies

Violinista, cantante, figlia e sorella d'arte (il papà è il contrabbassista Charlie, il fratello Josh quello degli Spain) dopo aver prestato le sue doti in giro (Tito & Tarantula, Decemberists, Beck) e reinterpretato a cappella "Sell Out" degli Who, ritorna con un disco dedicato alle musiche da film. Il rischio di queste operazioni è di cadere nel barocco, se non nel rococò: vocalizzi compiaciuti e stucchevoli in cui i temi originali scompaiono. Invece Petra, sovraincisione dopo sovraincisione (poche parti suonate, ma di livello il parterre: il babbo, Bill Frisell, Brad Mehldau) ridisegna "Psycho", "8 e 1/2", "Superman", "Per un pugno di dollari", tra ironia e fedeltà. E anche due canzoni come "Calling You" (da "Bagdad Café") e "This Is Not America" ("Il gioco del falco") rinascono a nuova vita. (Danilo Di Termini)

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DAVID BOWIE - The Next Day

Oramai tutti sappiamo che la scelta di pubblicare il suo primo singolo da dieci anni a questa parte è stata la miglior mossa di marketing che Bowie potesse attuare in questi tempi di grandi attese ed ancor più grandi decisioni. C'è poi chi, come me, all'ascolto del suddetto, prevedeva un album con caratteristiche di senilità, quindi atmosfere pacate, languidi suoni, insomma un lavoro che si adattasse all'età non più verde dell'ex Duca Bianco. E invece no, Bowie trova ancora la forza di spiazzare persino i suoi aficionados più incalliti con un album dalle molteplici direzioni, dove l'artista cannibalizza se stesso e restituisce tutte le suggestioni che hanno contraddistinto la sua carriera musicale. Questo elemento potrà essere preso come una mancanza di direzione precisa, almeno ai primi ascolti, ma attenzione perché ogni brano può invece essere interpretato come la sintesi dei molti generi che DB ha attraversato nel suo lunghissimo excursus : si parte infatti con il brano che da il titolo all'album e non può non venire in mente Repetition (da Lodger) , si prosegue con Dirty Boys ed è ancora Berlino dietro l'angolo, forse è quello che sono diventati i Sons of the silent age. The Stars (Are Out Tonight) riprende un po' le fila sfilacciate di Reality ma resta un buon singolo per quest'epoca.

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ROBYN HITCHCOCK - Love From London

L’iniziale Harry’s Song è di una bellezza struggente che spinge al riascolto immediato. La controindicazione a tanto fascino è che i pezzi successivi faticano a emergere e solo alla nona traccia, My Rain, si ritrova la stessa magia. L’errore di quest’approccio sta nel cercare a tutti i costi il Robyn Hitckcock psichedelico e suadente di  I Often Dreams Of Trains: l’artista odierno, pur non rinunciando ai tocchi visionari,  si mostra anche attento al reale e parecchio incupito (”stai fermo, lasciati cadere addosso l’oscurità” canta in Be Still), forse perché la Londra da cui ci manda i suoi saluti è una città incattivita e truce, dove le persone più deboli vengono trattate come stracci (Fix You). A questo punto tutto l’album acquista una luce diversa e ricca di sfumature, anche se il finale di End of Time dimostra che alla sua città Hitchcock vuole sempre bene. (Antonio Vivaldi)

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MATMOS - The Marriage Of True Minds

I Matmos mi hanno fatto sempre l'impressione di portare avanti progetti ultra concettuali e raffinati allo stesso tempo, dove ogni dettaglio era il frutto di una cura elaborata a livelli maniacali per un piacere estetico superiore. Allo stesso tempo, però, dietro a questa facciata seria ed impegnata è sempre affiorato comunque uno spirito e un retrogusto quasi canzonatorio e un po' irriverente. The Marriage of true minds coglie appieno questo sensazione, riportando in piece musicali le sensazioni telepatiche provate da un nutrito gruppo di “cavie” a cui era stato trasmesso tramite la prova Ganzfeld il concetto alla base dell'album. Quello che ne è venuto fuori è un mix ben equilibrato delle tipiche sonorità glitch del duo di San Francisco, accompagnato da sirene, scrosci d'acqua, mantra rauchi e chiuso da una deviata cover dei Buzzcocks. Disco ipnotico e suadente, dove una techno superconcettuale va a braccetto con il folk sotto l'egida di grandi triangolari colorati. (Giovanni Besio)

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STEVEN WILSON - The Raven That Refused To Sing And Others Stories

Non smette di entusiasmare e stupire la musica di Steven Wilson, chitarrista, tastierista, cantante, compositore, fuoriclasse del rock progressivo internazionale, leader dei Porcupine Tree, e oggi anche collaboratore di Robert Fripp, la mente (inutile dirlo) dei celeberrimi King Krimson. Quest'ultimo riuscitissimo lavoro esce a poca distanza dallo splendido e più sulfureo "Grace for Drowning" (Kscope, 2011), in qualche modo sembrandone l'ideale prosecuzione notturna, e non solo per l'attonita luna figurata in copertina. In "The Raven That Refused To Sing and others stories", infatti, ci si trova immersi nella stessa qualità e nella medesima e incantevole ambientazione sonora. Un rock progressivo cupo e al contempo lieve, quello di Wilson, disperato e però indomito, contraddistinto da un'estrema eleganza e da epifanici e risolutivi squarci di luminosità, che rischiararano le preponderanti e malinconiche tenebre. Wilson rianima la classicità di questo complesso, articolato e sperimentale genere musicale, in cui tastiere e chitarre si rincorrono sinfonicamente nei tortuosi percorsi della forma estesa, grazie ad un'inesauribile e notevolissima vena compositiva, inscritta nel solco della tradizione di questo (solo apparentemente) vetusto linguaggio, e al contempo calata nel presente e proiettata con profonda leggerezza (nel senso di calviniana) in un futuro possibile. Lo accompagnano alcuni musicisti d'eccezione, tra i quali il sassofonista Theo Travis, già protagonista nel precedente lavoro, che innesta gemme di sfolgorante improvvisazione jazzistica nei "pre-ordinati" schemi della "formulaicità" progressiva (l'opposto di quel che facevano altri blasonati sassofonisti britannici come Elton Dean o Alan Skidmore, che in soldoni partivano dal jazz per arrivare al rock); e lo straordinario chitarrista Guthrie Govan, autore di uno stupefacente solo cromatico, per idee, espressività e coefficiente di difficoltà, nella strabiliante "Drive Home", che già da questo momento potremmo considerare la ballata dell'anno. L'album parte forse un po' in sordina, per quanto vivacemente, poi, a partire dal brano sopra citato, prende il volo senza più atterrare, in un alternarsi di piani e forti, contrasti di luce e ombra, trattenute esplosioni e delicati passaggi "cameristici". Una scaletta composta da sei tracce in tutto, conclusa dalle superlative "The Watchmaker", una sorta di mini suite, costituita da una serie di suggestivi e legati episodi in musica, e dalla sospesa title track, con quei quattro discreti accordi ripetuti ad libitum, che in sostanza ne frenano il possibile sviluppo (metafora della cornacchia che si rifiuta di cantare...?), e che infine sfociano in una specie di finale e catartica nenia dai tratti post rock. Complice anche la produzione del suono del vecchio "guru" dell'ingegneria sonora Alan Parsons, a quarant'anni da "Dark Side Of The Moon", come parafrasato a un certo punto di "The Watchmaker", e di "Selling England By The Pound", perchè anche i Genesis nella musica di Wilson sono dappertutto, l'accademia del progressive rock oggi è tutta qui. Resiliente. (Marco Maiocco)

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STEVE MOORE - Light Echoes

Attivo anche con diversi nomi d'arte, e come metà del duo Zombi, Moore non è un nome notissimo, dalle nostre parti. Ma potrebbe diventarlo: perché ben dissimulati in mezzo a legioni di amanti d'altri generi, nella Vecchia Europa non è difficile trovare adoratori delle "porte del cosmo, che stanno su in Germania", come diceva Eugenio Finardi. Moore è statunitense, ma a giudicare dall'arsenale ben maneggiato di Vcs3, Arp, mellotron e altro modernariato analogico elettronico potrebbe essere il cugino d'oltreoceano di Edgar Froese o Klaus Schulze. Scrive maestose suite "calde" per tastiere che girano smazzate di note avvitate come dervisci a passeggio per Matrix, ha un gusto per la melodia che gli impedisce di abbandonarsi al facile effetto, è space rock sapiente e consapevole. Se salite a bordo non vi pentirete del viaggio. Anche senza sostanze psicotrope. (Guido Festinese)

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