Rock
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Undicesimo disco in studio, il primo inciso per la ATO Records, per questa navigata band di Athens (Georgia), da oltre vent'anni, insieme ai Gov't Mule, espressione del più maturo e convincente southern-rock in circolazione sulla scorta di gruppi leggendari come Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd, ma non solo. E dire che il gruppo, dopo la morte nel 2002 per un grave male di Michael Houser, chitarrista solista e cofondatore con l'altro chitarrista cantante John Bell, ci ha impiegato un po' per ritrovare brillantezza e fiducia nei propri mezzi. Almeno fino all'arrivo nel 2006 di Jimmy Herring, oggi illuminato lead guitarist della formazione, interprete di un sapiente chitarrismo sospeso tra Duane Allman e Gerry Garcia. Ma è tutto il gruppo ad essere tornato ad antichi fasti, a partire dal tastierista John Hermann e dal bassista Dave Schools. Perché Dirty Side Down è davvero un corroborante, piacevole tuffo nella classicità del sound americano. Un lavoro decisamente più elaborato e strutturato rispetto a precedenti uscite, in cui spesso a prevalere era la vena live di una delle più implacabili jammin' band in attività.
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Da quando, nel 2008, Springsteen si è accorto di loro, la fama dei Gaslight Anthem non ha mai smesso di crescere, portandoli a suonare in tutto il mondo fino a dividere il palco con lo stesso Springsteen (vedi sotto video). Non c'era momento migliore, quindi, per incidere un disco travolgente come American Slang, considerato da chi scrive il miglior lavoro della band. Il primo ascolto non regala la freschezza del precedente The '59 Sound, che usciva dopo un disco (Sink or Swim) di fattura molto più punk che rock, ma la qualità delle canzoni e dei testi, privati positivamente del loro caratteristico citazionismo, è evidentemente superiore e denota una maggiore ricerca nella scrittura e negli arrangiamenti. L'attacco del primo pezzo, il singolo American Slang, spazza via ogni dubbio che si potrebbe avere a riguardo e l'apparente semplicità con cui il disco continua, regalando perle come The Diamond Church Street Choir e Boxer, riesce nella magia, quella della musica, di unire trent'anni di generazioni sotto gli stessi sogni. Definirlo il disco della maturità, come si ha il vizio di fare in questi casi, sarebbe scorretto e ingiusto, ma se prima li si accostava al punk dei Clash e dopo al rock di Springsteen, adesso li si accosta solo a loro stessi. (Mattia Meirana)
vedi sotto video
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