E' un dato di fatto che, nella storia del jazz, diverse volte la vecchia Europa è stato terreno più ricettivo ed ospitale che il Paese dove il jazz è nato. Con curioso senso di bilanciamento, questo è vero sia per chi, nel jazz, ha praticato la via del mainstream, in pratica optando per essere, in Europa, "il" solista a caccia di buoni accompagnatori, sia per chi ha sempre praticato le strade della ricerca. Non ce la fece Eric Dolphy, che nell'ultimo tour europeo con Mingus aveva comunicato di volersi fermare in Europa, ce la fece invece, per un paio abbondante d'anni, il più rigoglioso vivaio di talenti che la già fertile terra di Chicago abbia generato: l'Art Ensemble Of Chicago. L'Art Ensemble (che diventò "di Chicago" proprio in Francia, per mere ragioni pratiche di un promoter che si configurarono poi, di fatto, come ragioni forti di un'estetica ) tra il '69 ed il '70 ebbe modo di incidere, a Parigi, molti decisivi capolavori. Alle spalle c'era il periodo straordinario del "laboratorio" di Muhal Richard Abrams a Chicago, e il fresco abbandono di un grande batterista come Philip Wilson, passato tra le fila di una giovane rockblues band che avrebbe fatto parlare di sé, la Paul Butterfield Blues Band. Molte sono le testimonianze discografiche dell'Art Ensemble a Parigi, mancavano due tasselli decisivi per completare il quadro di un'esperienza unica, ora finalmente di nuovo disponibili, in un cd che li raccoglie entrambi: Go Home e Chi Congo (si noti il gioco di parole, già presago di quella "Great Black Music: Ancient To The Future" che sarebbe comparso poi a raccogliere, in epitome, il senso di un'estetica).
La copertina con un fiero e minaccioso militante delle Black Panther non rende giustizia alle cover originali, geometrizzante quella di Go Home, africana quella di Chi Congo, ma ha il pregio di stabilire un canale di comunicazione forte, iconico, diremmo: quasi e ribadire che il "teatro in musica" assoluto che Art Ensemble metteva in scena, con ribalda sicurezza nelle proprie capacità, era ben attento alle istanze del movimento di liberazione (e di autodifesa) dei neri d'America. Splendidamente rimasterizzato, a rendere l'incredibile sfarfallio sonoro che il gruppo sapeva rendere in quel periodo ( cinquecento strumenti impiegati: un record, praticamente!), il cd che raccoglie Go Home e Chi Congo è un capitolo fondamentale per ogni vero amante della musica, nella sua versione più spregiudicata e immaginifica. Dall'iniziale Hello Chi, tutta note lunghe e tenute, all'arcana From Bengali, che inizia con un battere di tamburi orientali, e si nutre poi di lontani echi, per arrivare ai sontuosi, epitomici due minuti e mezzo di From St. Louis, un capolavoro di "rilettura" delle origini del jazz senza l'asfissiante patina revivalistica che oggi affligge tentativi nella stessa direzione. Fly With Honey Hee è un magnifico esercizio di libertà: dal puro gioco di timbri e di tocchi percussivi emerge un filo di tromba sordinata (molto, molto davisiana) di Lester Bowie, altrove invece impegnato nella sua grottesca, funambolica piegatura espressionistica del suono alla Louis Armstrong. Segnaliamo infine i quindici minuti di Dance, eseguito da un ensemble allargato aggiunto all'Art Ensemble: un palpitante messe di suoni che fa lentamente emergere echi bandistici, per sfociare poi in un tema di bellezza struggente, indimenticabile. (Guido Festinese)


