Nel 1973 Miles Davis s'era lasciato alle spalle, dopo la bruciante svolta di Bitches Brew, almeno due altri capitoli elettrici dirompenti, Live-Evil del '71 e On the Corner del '72. Dopo, aveva preso a girare il mondo per lungo e per largo, proponendo la sua musica che, alla critica imparruccata, sembrava poco più che un caos informe e rumoroso, quando non una svendita a un non meglio identificato “rock commerciale” che esisteva solo nelle teste di chi continuava a sognare l'angelo elegante dell'hard bop. Invece qui Miles era un demonio stregante e con le idee chiare: spingere il suono elettrico, ripetitivo e infiltrato del “funk” più acido e corrosivo mai ascoltato a un punto di non ritorno. In pratica la band di James Brown risvegliatasi su Marte. Sul pubblico arrivava una sferza sonora tanto ammaliante quanto poco rassicurante: era parte del gioco. In questa sera in un auditorium di Tokyo dell'ottobre '73 Miles ha accanto il sax di Dave Liebman, le due chitarre di Pete Cosey e Reggie Lucas, la batteria di Al Foster, il basso elettrico monumentale di Michael Henderson, le percussioni di Mtume Forman. Lui suona come un gatto minaccioso a cui abbiate appena pestato la coda per spregio, e che si sta avvicinando per farvelo capire. (Guido Festinese)


