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Rock Recensioni MARK KNOPFLER - Kill To Get Crimson (Mercury Records 2007)
 

MARK KNOPFLER - Kill To Get Crimson (Mercury Records 2007) Hot

ImageQuando alla fine degli anni ’70 i Dire Straits fecero capolino sul mercato discografico, la rabbiosa, minimale carica del punk stava letteralmente spazzando via (a torto o a ragione) tutto quel che rimaneva della pur viva, ma acciaccata, disillusa e a volte compromessa scena del rock classico. Physical Graffiti aveva di fatto concluso la carriera dei Led Zeppelin, la Band di Robbie Robertson si andava sciogliendo, la positiva energia dei Beatles sembrava (si fa per dire) da tempo dimenticata, Neil Young continuava a partorire splendidi (però crepuscolari) dischi pieni di feroce livore, irrimediabile, persa malinconia o lotta senza quartiere (Time Fades Away, On The Beach, Rust Never Sleeps, sulla scia dell’epocale dylaniano Blood On The Tracks), l’intera splendida generazione del canterbury rock e del jazz/rock inglese totalmente ignorata e costretta a vivere letteralmente di stenti, la new wave che da sola non poteva restituire fasti a una comunità musicale schiacciata dal conservatore pensiero dominante. Pochi esempi per sottolineare la fine di un epoca che precedeva l’ingresso nell’era del vuoto e plastificato pop degli anni ’80.

Occoreva di nuovo che qualcuno rimescolasse le carte, indicasse una possibile via d’uscita, confezionasse un’altra ricetta. Sultans Of Swing, il celebre successo del primo demo dei Dire Straits (non a caso “terribili difficoltà”) datato 1978, fin dalla prima apparizione radiofonica, apparve subito come una sorta di stella polare. La chitarra di Mark Knopfler, celebre leader del gruppo, ne permeava ogni spazio con un suono rotondo, solare, unico, immediatamente riconoscibile, trovato con pervicacia attraverso un personalissimo rapporto con lo strumento. Un sound non in linea con l’atmosfera decadente di quel periodo e non certo per superficialità: forse potremmo parlare di intelligente leggerezza oppure di generoso ottimisimo della volontà. Completo autodidatta, Knopfler è l’esempio paradigmatico del musicista popolare, perché nelle corde della sua chitarra, nella vitalità dei suoi testi e delle sue canzoni custodisce da sempre il più disparato bagaglio di esperienze musicali: il blues, il rock, le sofferte, esistenziali atmosfere del jazz, il folk di protesta, i jigs e i reels della sua Inghilterra e molto altro ancora. Insomma, la capacità di mettere insieme Lonnie Donegan e Woodie Guthrie, Bob Dylan e Rory Gallagher, Davy Graham e Son House, Martin Carthy e Jorma Kaukonen, Ry Cooder e Richard Thompson, Charlie Parker e Professor Longhair: il più perfetto, originale condensato di storia della popular music anglosassone, manifesto di una civiltà musicale euroatlantica paradossalmente ancora tutta da studiare e scoprire. Con il dovuto rispetto che si deve ad ottimi compagni di viaggio quali John Ilsley, Alan Clark, Guy Fletcher, i Dire Straits sono da sempre identificabili nella sola figura di Mark Knopfler, della cui personalità e crescita artistica sono stati una specie di specchio fedele. Ecco perché lo scarto musicale tra quel gruppo e l’odierna attivita knopfleriana è quasi inesistente. Pur acquisendo in maturità e fisiologicamente perdendo in energia, la musica di questo brizzolato signore delle sei corde non è, in realtà, cambiata con il passare degli anni, e per fortuna. Grazie ai suoi dischi e a quelli di pochi altri – pensiamo al Dylan di Infidels e Oh Mercy, al Lou Reed di New York, al roots/rock di gruppi come i Thin White Rope e i Dream Syndicate o più prosaicamente al reggae ‘n’ roll dei Police e poi agli Smiths e all’elettronica dei Depeche Mode, – il rock ha potuto sopravvivere negli anni ‘80 e ritrovarsi poi negli anni ’90. Un decennio caratterizzato da una nuova voglia di suonare e sperimentare che ha portato alla realizzazione di capolavori come Ok Computer (Radiohead) o TNT (Tortoise), solo per fare un paio di esempi. Oggi che le cose sembrano stagnare nuovamente ed è difficile capire in quale direzione si stia procedendo, Mark Knopfler torna imperturbabile con un proprio disco, il sesto da quel fatidico 1991, che registrò l’uscita dell’ultimo album in studio dei Dire Straits. Knopfler conferma per l’ennesima volta l’inossidabile vena melodica e compositiva, la disarmante facilità di scrittura e la proverbiale sobrietà con cui da sempre si muove, anche quando vestiva i panni della rock-star. Kill to Get Crimson si ascolta con piacere, ripetutamente, ad ogni passata rivela qualcosa in più della classe di questo artigiano della canzone, il cui ancestrale carisma e la cui sensibilità mantengono, soprattutto in tempi cosi opachi, un’imprescindibile illuminante funzione taumaturgica. (Marco Maiocco)

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MARK KNOPFLER - Kill To Get Crimson (Mercury Records 2007) 2010-02-09 14:05:36 andrea rainero
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75
andrea rainero Opinione inserita da andrea rainero    09 Febbraio, 2010
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MARK KNOPFLER - Kill To Get Crimson (Mercury Records 2007) -

Dopo una serie di album con sonorità tipicamente americane Mark Knopfler basa il suo nuovo lavoro su musica popolare europea.
“I’d kill to get crimson” è un discreto lavoro dove l’elegante tocco e la grande tecnica del chitarrista si fanno sentire, ma manca il guizzo del Sultano dello Swing.
Bella la copertina, parte di un quadro del pittore John Bratby, che riprende il titolo e la storia che Knopfler ci racconta attraverso queste dodici canzoni.

Andrea V

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