Ritorna dopo un lustro di silenzio il trio elettronico svedese, che può così festeggiare alla grande un quarto di secolo di vita (essendosi costituito nel 1986). Molta acqua è passata sotto i ponti: il gruppo fa infatti tesoro delle esperienze trascorse (l'ambient di Dreams of a Cryotank, 1994; l'industrial di Sequencer Beta; il synth-pop di Europa, 1998), per trasfigurarle in una luce nuova e attualissima. In questo loro settimo lavoro di studio i Covenant definiscono una volta per tutte le coordinate in cui si muove il loro future pop. C'è qualcosa di dark, qua e là, tra questi solchi laser, qualcosa dei tedeschi Camouflage. Tuttavia, il suono dei Covenant è più nord-europeo: freddissimo, squadrato, marziale, eppure melodico e avvolgente nell'insieme, a tratti atmosferico e contraddistinto da un superbo uso del vododer. Impeccabile poi l'incisione di Modern Ruin, che si candida a punto di riferimento per la nuova elettronica del terzo millennio. Promossi a pieni voti, come, d'altra parte, è quasi sempre accaduto ai tre musicisti scandinavi. (Davide Arecco)


