Pubblicato in diversi formati, oltre alla versione standard del doppio cd (che è quella da noi conosciuta), - come spesso oggi accade per far contenti i collezionisti e anche per far fronte alla "spietata" concorrenza telematica (ma questo è davvero un'altro modo di abitare e fruire musica, sul quale ragionare, e non da disdegnare a prescindere) -, "Privateering" è l'ottavo disco solista di Mark Knopfler, l'ex leader dei Dire Straits, tra i chitarristi più personali e straordinari dell'intero panorama popular, dal suono sontuoso e inconfondibile. Lo abbiamo già scritto altre volte, Knopfler è forse uno dei più compiuti musicisti euroatlantici in circolazione, estremo depositario di tutta quella cultura musicale anglosassone, che dal blues rurale passa per lo skiffle, dal rhythm and blues si sposta verso il rock and roll e lo shuffle, dal jazz e dal blues urbano vola verso folk-rock e rock-blues, dalle ballate britanniche "ancient time" si interfaccia a squadrati ritmi alla "Money For Nothing" (in qualche modo rievocata, in quest'ultimo lavoro, nella movimentata "Corned Beef City"). Alla luce di questa breve considerazione, ecco quindi che "Privateering", co-prodotto insieme al fido tastierista Guy Fletcher e più articolato e complesso del precedente e meno riuscito "Get Lucky", si presenta letteralmente (lo suggerisce il titolo) come un'altra piacevolissima spedizione musicale a bordo di un vecchio furgone in disuso, ma di quelli ancora capaci di macinare chilometri e perciò muoversi dal cupo e fuligginoso west end londinse per raggiungere il Delta del Mississippi, le pianure del Kentucky o dell'Oklahoma, le strade di Memphis o di Chicago. Un ricco doppio album che (da una parte) è vera e propria rassegna di stili (tutta da scoprire ed ascoltare), e (dall'altra) costruzione di un luminoso, emulsionato e lungimirante paesaggio sonoro afro-anglo-americano. Con Knopfler che, come in "Gator Blood" (ma non solo), sembra reinventare o forse è meglio dire riattualizzare al medesimo tempo Chuck Berry, Muddy Waters, Lonnie Donegan, JJ Cale e Bob Dylan. Brillano, tra le molte cose, gli strepitosi inserti o camei del grande armonicista elettrico Kim Wilson, tra i migliori interpreti dello strumento, sulla scia della lezione di giganti come Charlie Musselwhite e Jerry Portnoy, la cui pastosa grana sonora ha modo di dispiegarsi al meglio in alcuni rock-blues al fulmicotone (si ascoltino per esempio "I Used To Could" e "Today Is Okay"). Qualcuno potrebbe ritenerla solo musica dell'intrattenimento, capace di mettere d'accordo tutti, un'abile operazione di mercato per vendere più copie possibili; e in effetti Knopfler è anche questo, ma sostanzialmente solo per una sorta di formula magica unica e irripetibile che il menestrello londinese sembra aver trovato (chissà come!?) ormai molto tempo fa: il successo non è per forza indice di scarsa qualità o serietà. Perchè, in realtà, il profondo e colto ripensamento su un retroterra culturale così vasto, così rispettosamente rappresentato, sapientemente compulsato e restituito, non lascia dubbi sulla caratura artistica di un ulteriore illuminante progetto. Corroborante. (Marco Maiocco)



