Leonard Cohen, poeta/ monaco/ scrittore/ libertino/ cantautore/ voyeur (ma con semplicità…) è tornato. E’ tornato al mondo con un bagaglio di versi, potenti superstiti di una produzione notevolmente più vasta, ed è tornato all’amore cantato, e al tempo stesso osservato e riferito, con più calma, e forse più saggezza, di prima. Ma sempre attraverso gli stessi occhi, ma sempre con la stessa voce. Questa, in fondo, è la sola cosa che conta, colpisce e cattura: quelle parole, quella voce…, quel modo gentile e amaro di cantare. I “fatti” del disco sono un contorno, una cornice: l’incontro con Sharon Robinson, coautrice/produttrice e arrangiatrice delle melodie, la batteria elettronica, i raddoppi vocali e qualche coro di troppo, il non-ritorno, falsamente annunciato, al cantautorato asciutto degli esordi. Tutte cose vere, senza dubbio fondamentali per l’autore, ma che dopo un paio di ascolti sfumano, si fanno da parte, liberando il proscenio per le storie e i silenzi che abitano queste “dieci nuove canzoni”. Da sentire e risentire senza sforzo, senza “intenzione”, perché saranno loro a chiedervelo lasciandovi dentro, mano a mano, un po’ della loro essenza, un frammento della loro melodia. Solo un altro grande disco di Leonard Cohen. Niente di più. (Marco Sideri)

