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Rock Recensioni LIZ GREEN – Haul Away!
 

LIZ GREEN – Haul Away! LIZ GREEN – Haul Away! Hot

LIZ GREEN – Haul Away!

Dettagli

Artista
Titolo
Haul Away!
Anno
Casa discografica
Durata
39.03

Secondo disco per  Liz Green la cantautrice di Manchester che probabilmente è nata nel posto e  nel periodo sbagliato o quantomeno agisce in una bolla temporale che ci sfiora periodicamente, in occasione dell’uscita dei suoi album; fatto sta che la sua mistura di folk-blues, cabaret e jazz primigenio, oltre al bizzarro stile vocale, sembra provenire più dal calderone nero di New Orleans che dal caliginoso nord dell’Inghilterra. Una volta entrati nella macchina del tempo, comunque, ci si ambienta volentieri e il tempo si blocca accompagnato dal soffio di  un trombone o  cullato dal ronzare di un archetto. Rispetto a O Devotion, album d’esordio un po’ algido e monotono, gli arrangiamenti più frizzanti e sincopati contribuiscono sostanzialmente alla buona riuscita del progetto. (Fausto Meirana)

 

 

opinioni autore

 
LIZ GREEN – Haul Away! 2014-05-03 07:59:59 Fausto Meirana
Giudizio complessivo 
 
79
Fausto Meirana Opinione inserita da Fausto Meirana    03 Mag, 2014
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70  (1)
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LIZ GREEN – Haul Away! 2014-05-12 07:08:07 Marco
Giudizio complessivo 
 
70
Opinione inserita da Marco    12 Mag, 2014

Il sussurrato british swing di Liz Green

Canto sommesso, disperato, e tuttavia onirico, surreale, a tratti divertito, come quello di un Pierrot al femminile, quello di Liz Green, qui alla seconda prova, dopo il più asciutto, sul piano degli arrangiamenti, e riuscito “O, Devotion”. E in effetti a campeggiare in copertina è una sorta di “maschera” triste e al contempo ironica, sognante, anche se un po’ “plastificata”, come forse l’avrebbe dipinta o immaginata Magritte (ma, non esageriamo). Del resto, a dispetto dei suoi natali britannici, Liz Green rimane soprattutto ancorata (siamo d’accordo) al mondo sonoro afroamericano di una New Orleans delle “origini”, e a un canto su tutti, quello rappresentato dalle dolenti inflessioni dell’indimenticabile Billie Holiday. Anche se, per esempio, un pianoforte più intimo e “impressionista”, come lo utilizzerebbe un Yann Tiersen, si diverte spesso a far capolino (si ascolti in questo senso la strumentale “Little i”, segnata anche dal sussurrare indiscreto di un violoncello). Ma in generale siamo alle prese con un british swing delicato, ispirato, potremmo dire d’autore, in molti momenti progressivo, sperimentale, con il suo sfumato intreccio di corde e fiati, che (crediamo) non dispiacerebbe ad un Marc Ribot o ad un Allen Toussaint, e che forse ha il difetto di rimanere al livello di un accennato abbozzo, o di essere troppo compito, o di essere semplicemente troppo pop. Luci e ombre di una ribalta comunque smarrita (è vero) in una singolare bolla temporale. Si resta in curiosa attesa della prossima prova. Marco Maiocco

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