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Rock Recensioni GOV’T MULE - The Dark Side Of The Mule
 

GOV’T MULE - The Dark Side Of The Mule GOV’T MULE - The Dark Side Of The Mule Hot

GMCD26Era da qualche settimana, almeno per quanto ci riguarda, che si attendeva l'uscita di questa giocosa preziosità, quasi da tuffo al cuore, esagerando un po'. In occasione del ventennale dalla nascita dei Gov't Mule, la jam band più famosa del mondo lancia con questo speciale documento dal vivo, risalente all'autunno 2008, una nuova serie d'archivio. Una registrazione che riporta alla notte del 31 ottobre 2008 (appunto), festa di Halloween, la serata delle streghe, dei morti viventi (affondata nelle antiche radici celtiche e nei relativi atavici rituali dei popoli anglosassoni), delle zucche infuocate e parlanti, del carnevale infernale, del lato oscuro della luna, oppure semplicemente di quella frivola messa in scena americana (non ce ne vogliano), legata al sotterraneo mondo dell'occulto, che ha (purtroppo o per fortuna) oscurato la cattolica festa di ognissanti. Il luogo ha un nome decisamente adatto all'occasione, di per sé onirico e antico, quasi da maschera mitologica, trattandosi dell'Orpheum Theatre di Boston.

I Gov't Mule di Warren Haynes, quintessenza del luminosamente torbido, dissodato e grasso southern rock americano, nella notte delle iperboliche finestre temporali, degli incroci impossibili e paurosi tra passato e presente, vita e morte, ne approfittano per mettersi nei panni irrequieti, oscuri e psichedelici dei Pink Floyd (ci occupiamo solo della versione singola di questa pubblicazione); per giocare con le semplici, assertive e martellanti linee di basso di Roger Waters, i vecchi cori dei tifosi del Liverpool in "Fearless", i suoni preordinatamente registrati, il timbro inconfondibile delle tastiere di Richard Wright, i riff e i soli della chitarra di David Gilmour, e il fantasma errante e senza pace di Syd Barrett. Risultato, undici brani floydiani (da "One Of These Days" a "Pigs On The Wing", da "Time" a "Money", da "Shine On You Crazy Diamond" a "Wish You Were Here", fino a "Confortably Numb") suonati come su un transatlantico, rimasto "impantanato" tra flutti impetuosi a metà strada tra Liverpool e New York (si senta solo che la "disorientata" pedal steel guitar in "Wish You Were Here"); anche se mica tanto (però), perché i Pink Floyd sono quanto mai incarnati dalla sorniona band americana (non nuova a queste mimesi), che non si perde in chissà quali visionarie rivisitazioni (troppo scanzonato l'intento, per quanto accurato), "limitandosi" a riprendere abbastanza pedissequamente (anche se concentrandole) le "partiture" floydiane (complice la passata militanza del batterista Matt Abts nei Blue Floyd, tribute band statunitense attiva nei primi anni '00, nella quale ogni tanto è comparso anche Haynes), certo rimpinguandole con una maggiore vena improvvisativa. Spettacolare e meravigliosamente inutile, perché antiutilitario (se così possiamo dire), pur reintroducendo nel vasto etere valida "moneta" sonante, che continua a rimettersi proficuamente in circolo. (Marco Maiocco)

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