Album "arricciato", riflessivo, raccolto (il titolo per altro è in questo senso sufficientemente indicativo, oltre che prefiguratore di un seguito), arrangiato in modo discreto, nonostante certi "barocchismi" (anche se la storia che il barocco sarebbe stato il manifesto dell'abbellimento superfluo, dell'eccedente sovrastruttura o dell'ornamento che si fa struttura, invece che l'espressione della costruzione di delicate maglie armoniche, vera e propria ossatura di quel modo di organizzare e ideare musica, più sintesi di misura, equilibrio e riservatezza che di sfoggio virtuosistico, andrebbe finalmente un po' sfatata), quest'ultimo interessante lavoro acustico del britannico Scott Matthews, qui alla terza prova in studio. Un album "ancorato" a molti riferimenti, sospeso in particolare tra il John Martyn meno sperimentale, un Jeff Buckley più disteso, meno al limite della sopravvivenza o semplicemente più quieto (si ascolti la quasi finale "Running Wild", fusione pressoché perfetta tra Martyn e il Buckley di "Grace"), e certe ballatone acustiche alla Led Zeppelin o alla Roy Harper, private (però), anche se non del tutto, della misteriosa, ancestrale e guerriera componente gotica (si ascoltino i flautati fiati della strumentale "The Cleaning" - sono quelli di "Stairway To Heaven", pur essendo a "86 piani dal paradiso", come recita il titolo del brano più fluviale, e forse più diacronico, nel senso di meno "ricorrente", di quest'intima raccolta -, o la più movimentata "Sunlight"). D'altronde pare sia stato Robert Plant a lanciare il talento di questo folk singer o rocker, dal chitarrismo sofisticato (particolari le sue accordature o meno consuete del solito) e la vocalità fluttuante, lentamente dispiegata, malinconica, imbevuta di soulfulness, che avrebbe di certo ben figurato nel catalogo Islands dei gloriosi tempi che furono (e in effetti a tratti sembra di avere a che fare con "Bryter Layter", il disco orchestrale, quello musicalmente più articolato, di Nick Drake). Senz'altro da ascoltare. (Marco Maiocco)


