A tre anni di distanza dall'esoterico "The Marble Down", frutto della collaborazione con Will Oldham, alias Bonny Prince Billy, ecco una nuova pubblicazione per gli scozzesi Trembling Bells, originari di Glasgow, tra i gruppi più apprezzati, influenti (nel senso di autorevoli) e trascinanti della nuova scena del folk rock britannico. Guidata dalla misteriosa e affascinante voce di Lavinia Blackwell, sospesa tra la profonda sensibilità folk dell'indimenticabile Sandy Denny e le ammalianti digressioni lisergiche di Grace Slick, voce alla quale spesso si aggiunge (in sostituzione) quella del batterista, autore e cantante Alex Neilson, la band si muove in modo sapiente e sornione in profondi e "antichi" territori, che forse nessuno prima d'ora aveva mai messo in così stretta comunicazione: il più classico british folk rock, quello dei primi Fairport Convention (per intendersi), con (anche) tutte le sue delicate inflessioni medioevali, la rallentata e sperimentale psichedelia folk di storici gruppi come l'Incredible String Band di Robin Williamson e Mike Heron, e l'hippie rock (potremmo definirlo così) della west coast di una volta, quella rappresentata (in primis) dagli epocali Jefferson Airplane di (appunto) Grace Slick e Jorma Kaukonen. Ma non solo ovviamente: su questo ideale ponte atlantico, anche un pizzico di moderno indie rock, folk e rock di matrice più progressiva hanno modo di trovare spazio e ospitalità. A dispetto, per altro, di un'ancora fresca e lusinghiera collaborazione in tour con Mike Heron, il recente ingresso in formazione di un secondo chitarrista, Alasdair C. Mitchell, ha reso il sound del gruppo (comunque forse un po' troppo vintage, per quanto assolutamente immaginifico) ancora più intenso, solido, roboante, sferzante, in una parola elettrico. Le otto avvincenti e suggestive ballate di questo "The Sovereign Self" pare abbiano un'anima ancora più "nera" e oscura di quanto (fin qui) le ha precedute, perché quella gotica è un'altra delle sfumature caratteriali, che contraddistinguono il gruppo. Neilson, il paroliere della band, ha dichiarato che la sofferenza vi svolge un ruolo importante e che nella stesura dei testi è stato molto influenzato (guarda caso, visto l'attuale momento storico) dalle tragedie greche, che ha avuto modo di leggere durante la preparazione dell'album. D'altronde i titoli dei singoli brani non sono di certo rassicuranti (si pensi solo a 'Tween The Womb And The Tomb", "Killing Time In London Fields", Sweet Death Polka" e "The Singing Blood"). Nel singolare (anche rispetto alla musica) e diversificato "pantheon" di copertina, disegnato e immaginato dalla stessa Lavinia Blackwell (che non si dimentichi è anche la fondamentale tastierista di questo arrembante assieme scozzese), accanto a figure come quelle di Emily Dickinson, Arthur Rimbaud, Lauren Bacall e Lou Reed, compaiono (proprio) anche personaggi del valore storico di Eschilo, Ovidio e Dante. E chissà che il titolo dell'intero progetto, che letteralmente tradurremmo come "il sovrano del sé", non sia un energico invito alla gestione autarchica (per così dire) dei propri dolori e dispiaceri. Maestri dello psych-folk. (Marco Maiocco)


