Strano titolo e strano disco per Otis Taylor, sciamano del trance blues contemporaneo, l'unico vero erede, come s'è detto più volte, del grande John Lee Hooker. Strano disco, ma la stranezza non lascia spazio ai dubbi: a volte i capolavori si travestono e spiazzano. La critica anglosassone ha parlato di una sorta di incontro tra il blues e le atmosfere pinkfloydiane, ma il tutto non basta ancora. E' un disco, ha scritto Taylor, di canzoni “che esplorano le decisioni che prendiamo e le conseguenze che esse hanno su di noi”, e il quadro si complica ulteriormente. Ci sono due versioni di Hey Joe, e chi credeva che Hendrix ne avesse esaurito le possibilità le ascolti, nella prima ospite un gigantesco Warren Haynes, tre versioni di Sunday Morning, che sembra un incrocio fra Pink Floyd, il John Martyn di Live At Leeds, e, per quanto vi sembri impossibile, il primo Mike Oldfield. Poi c'è una versione assolutamente struggente di They Wore Blue, ma privata della parte vocale, e tre blues ballads da lucciconi. Si arriva in fondo con la sensazione di non aver capito nulla, e apprezzato tutto . E si riparte con il “play”. (Guido Festinese)


