Paradossi temporali. I tempi delle prime, seminali collaborazioni con Ry Cooder sono lontani, lontanissimi, gli anni messi uno dopo l'altro mettono in conto mezzo secolo. Però quando sentite voce e tocco di Taj Mahal (come del resto quando sentite quelli di Cooder) nulla è cambiato. Stessa maestria sapiente nel tocco, magari anche affinato dagli anni, e, nel caso di Mahal, identica voce grande, grossa e ringhiosa, quanto di meglio per affrontare vecchi blues e nuove incursioni in territori laterali, in primis, come dichiara il titolo del disco, e come Taj pratica da anni, in zone esotiche deliziose come gli sterminati campi elisi delle note hawaiane. Il disco è doppio, registrato dal vivo al Coconut Beach di Kausai, ed è un capolavoro di sorniona indolenza afroamericana con dodici persone sul palco. Più lo ascolti, più entra sottopelle. E visto che sono in arrivo giornate fredde, può aiutare a ricordare spiagge e sole. (Guido Festinese)


