Edith Piaf sta alla canzone francese più o meno come Billie Holiday al jazz: due figure luminose e tragiche al contempo, due esempi di fragilità che si fanno arte vera e celebrazione dell'incontro con gli altri. Lei, la donna minuscola come una bambola cresciuta nella precarietà più assoluta e costretta a cantare per i nazisti, durante l'occupazione, fu la musa inquieta ed intelligente degli esistenzialisti, che si riconoscevano nella tenacia pudica delle sue parole, e nelle interpretazioni che mettevano in scena la vita accanto all'arte. Anna Granata non è un'appassionata delle canzoni di Edit Piaf: la magnifica vocalist ascoltata in Elianto, Anarchistes, e accanto a Riccardo Tesi ha voluto invece ricercare la donna vera, sotto le spoglie del mito che comunque tutto confonde e impasta. Così ha selezionato dalle lettere segrete della Piaf a un uomo rimasto sconosciuto frammenti di frasi, le ha ulteriormente disseccate ha aggiunto testi, ha creato campioni sonori, poi s'è affidata alle cure di Marco Monfardini, esperto di elettronica, e alle partiture e suoni per violoncelli di Damiano Puliti e Gianluca Sibaldi. Risultato: un montaggio sonoro fibrillante ed inquieto, molto vicino a certe cose di Björk o di Laurie Anderson. Ascoltare per credere. E per andare a riascoltarsi, con orecchie nuove, Edith Piaf. (Guido Festinese)

