A volte ritornano, davvero. E con tensione palpabile, e sulla schiena e nella testa tutta la tensione che occhi e orecchie saranno puntati su di loro, nessuno sconto per il nome. Il nome, per loro, conta moltissimo, perché identifica il progetto: Afro Celt Sound System. Accorpa termini immediatamente comprensibili, e immediatamente databili a quegli anni Novanta che vanno ora svaporando, ora tornando nei suoni e nelle estetiche. Loro hanno conosciuto defezioni e rivolgimenti, a volte è prevalso il lato sperimentale ed elettronico, a volte la polpa spessa delle voci e delle percussioni, ma un fatto è certo: chi riesce a resistere ai dieci minuti iniziali che aprono gentilmente il fuoco con due brani come Calling In The Horses e Beware Soul Brothers, pura magia sgranata e un suono che riesce ad essere se stesso continuando ad aggiungere, nella trama dello sfondo, poliritmie, arpe celtiche, kora, uillean pipes, cori angelici, ha davvero il cuore di pietra. E poi sono raffiche di rap africano, torsioni da reel e gighe del Tremila, botta e risposta tra attrezzi del suono che non dovrebbero parlarsi, e invece, a quanto pare, si parlano da sempre. Basta grattare con l’unghia sotto la superficie sporca della storia, per trovare precedenti illustri. Bentornati, comunque. The Source, la sorgente, era tutt'altro che inaridita. (Guido Festinese)


