Terzo album per Mac DeMarco, cantautore canadese di lontane, ma spesso rivendicate, origini italiane; come spesso capita al disco numero tre, si tratta del disco della maturità, o almeno della consapevolezza. Le bizzarrie sul palco, vero e proprio tic, incontrollabile, ma apprezzato dal pubblico, sembrano molto lontane in questo disco pacato cantato in modo confidenziale e portato avanti con arrangiamenti elettroacustici semplici ma raffinati dove tutti gli strumenti sembrano provenire dallo stesso punto nello spazio. DeMarco scrive da sè tutti i brani e suona tutti gli strumenti; di questi ultimi piacciono soprattutto la presenza ‘vicina’ delle chitarre e i suoni ‘antichi’ del piano elettrico, ma ci sono anche tastiere elettroniche usate per creare delle tessiture attorno alle semplici strutture delle canzoni. Della voce si è detto che somigli a quella di Lennon, e forse, in alcuni brani questa sensazione spunta qui e là, ma non è un tratto saliente di questo disco, la cui tracklist forse sfugge un po’ all’attenzione dell’ascoltatore oppure, da un altro punto di vista, si fa ascoltare senza fatica. (Fausto Meirana)


