Difficile non cadere nella malia di Lael Neale, in questo disco. Che è una sorta di apologia del lo-fi, e nasce già a priori, a quanto s'è appreso, come una sorta di “lost tapes”, di nastri perduti e ritrovati che invece sono gemme da riconsiderare. In queste dieci canzoni prosciugate all'osso e cantate con un filo di voce che riesce ad essere fragile e determinata allo stesso tempo, Lael Neale usa la chitarra su un brano, e poi lascia tutta la tessitura (a parte qualche intervento di flauto e pianoforte di amici) alle note lunghe tenute dall'Omnichord, un aggeggio da modernariato elettronico che dovrebbe in sostanza funzionare da sostituto dell'autoharp, altro strumento – ma acustico - caduto in disuso e molto amato dai folksinger di cinquanta anni fa e rotti. Dunque: questo è songwriting lo- fi di oggi, da una ragazza della Virginia rurale finita in California, fascinosissimo, e che, mutatis mutandis, potrebbe tranquillamente essere un disco di abbozzi di canzoni ritrovate di una Joni Mitchell del '67. Le cronologie stanno prendendo un bello scossone, di questi tempi. E non è detto che sia un male. (Guido Festinese)


