Un accordo rarefatto introduce “Black pearls make dream”; lentamente affiora un tema, sostenuto da un battito di percussioni, sospeso fino al silenzio. Così, tra Satie e Bill Evans, inizia il sesto disco del più raffinato interprete del nu-jazz, il norvegese Bugge Wesseltoft che, per la prima volta, ha deciso di fare tutto da solo. Con pochissima elettronica di supporto, alternandosi tra uno Steinway gran coda, un Fender Rhodes (modello 1971), qualche tastiera e un paio di interventi vocali (la cantante norvegese Mari Boine in "Yoyk”, il tragico e commovente appello, tratto da una trasmissione della BBC, della congolese Zawadi Mongane in “Wy”). Dieci brani eseguiti come lunga una suite, ammaliante e malinconica. (Danilo Di Termini)
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