Opera divertente e meritoria di due studiosi e appassionati di popular music di Carpi. Il primo, Brunetto Salvarani, teologo e giornalista, esperto di dialogo interreligioso, il secondo, Odoardo Semellini, operatore culturale presso il Comune di Carpi, cultore di fumetti e canzone d’autore. I due hanno scritto insieme per Il Margine Di questa cosa che chiami vita. Il mondo di Fancesco Guccini (2007, 2 ediz. 2008) e affrontato in separata sede studi sulla poetica di Fabrizio De Andrè. In questo libro con meticoloso e contagiante entusiasmo ripercorrono l’intera vicenda artistica dei Giganti, gruppo beat tra i più amati degli anni ’60 (grazie a un fare più pensoso e responsabile, meno ribelle e scanzonato), per raccontare poi nello specifico la storia dell’opera più ambiziosa, intrigante, sfortunata e controversa della band milanese: quel Terra in bocca edito dalla Ri-Fi che nel 1971 apparve come uno dei primi concept album italiani, e che in quell’anno fu tra gli Lp che in Italia segnarono il passaggio dalla canzone beat al rock progressivo. Un approdo a forme musicali più estese e articolate, sulla scorta di quanto già stava accadendo in Inghilterra (con gruppi come i King Krimosn, i Genesis, i Van Der Graaf Generator), grazie all’avvento del long playing, un supporto audio che finalmente consentiva una più ampia e duratura fonofissazione. Terra in Bocca, però, segnò la fine dei quattro Giganti (Giacomo e Sergio Di Martino, Enrico Maria Papes, Francesco Marsella), che dopo l’insuccesso del disco, a causa di una feroce subdola e mai pienamente documentata censura, decisero di sciogliersi per intraprendere avventurose strade personali. I quattro, per altro, avevano già nel ‘68 espresso la volontà di porre termine all’esperienza del gruppo, salvo poi ritrovarsi nell’estate del 1971 in un camping di Marina di Grossetto tutti abbarbicati attorno all’idea di scrivere ed incidere un’opera rock interamente dedicata alla denuncia del fenomeno mafioso, uno dei grandi tabù allora imperanti nel nostro Paese (ecco il motivo della censura), fino a quel momento praticamente mai trattato in modo aperto ed esplicito.
Brunetto Salvarani – Odoardo Semellini
Terra in bocca
Quando i Giganti sfidarono la mafia
Editrice Il Margine, 2009
Grazie all’entusiasmo e alla tenacia di Mino Di Martino, vero e proprio motore pensante della formazione e autore delle musiche di Terra in bocca, e ai testi di un intellettuale sui generis, incontrato quasi per caso lungo il cammino, come Piero De Rossi, il progetto prese immediatamente corpo e consistenza. Così nell’autunno del 1971 un folto numero di ragazzotti, e non solo, in un’atmosfera che tutti i partecipanti all’impresa hanno descritto come rilassata, conviviale, intelligente e stimolante (un bell’esempio di “verità” condivisa: tutte le versioni coincidono), ha letteralmente abitato per poco più di un mese lo studio Play-Co di Milano per registrare l’unica “famigerata” suite di Terra in bocca. Tra i protagonisti, oltre ai quattro Giganti, gli strumentisti di lusso Ares Tavolazzi (basso), Ellade Bandini (batteria), Giancarlo Della Casa (chitarra), futuro componente dei genovesi Latte e Miele, il pianista-arrangiatore Vince Tempera, e molti altri amici e avventori occasionali, tra i quali un giovane Franco Battiato. Vera ciliegina sulla torta la presenza di Gianni Sassi, grafico, pubblicitario, artista visivo, avanguardista a tutto tondo, editore, mentore e fondatore di lì a poco della Cramps Records, la leggendaria etichetta degli Area, e autore infine della splendida e innovativa copertina di Terra in bocca.
Tema dell’album, un ideale delitto di mafia occorso nel 1936 in un imprecisato e metaforico paesino siciliano nell’ambito dello scontro tra famiglie rivali per il controllo dell’acqua: quanto di più attuale ancora ci possa essere. Ma allora era meglio non parlarne e anche oggi non sono certo questi gli argomenti all’ordine del giorno. Il disco è ovviamente allegato al libro in una ristampa in Cd dell’originale Lp con tanto di copertina di Gianni Sassi. Riascoltato oggi ha il fresco sapore del documento appena ritrovato e quindi emoziona, diverte, suggestiona, in particolar modo gli appassionati di un certo rock d’antan, che manca soprattutto per il magma di ribollente creatività in cui prendeva forma. Il lavoro, però, risulta più datato e meno efficace di altri dello stesso periodo e non nasconde, al di là di qualche pregevole passaggio strumentale, una mancata agilità sul piano formale e narrativo, una certa impostata teatralità, e una generale (a volte imbarazzante) ingenuità testuale. In sostanza un’opera non proprio riuscita e però capace di custodire ancora ai giorni nostri tutto l’autentico entusiasmo da cui è scaturita; ma chissà che anche questa acerba incompiutezza non abbia in parte contribuito a determinarne il flop.
Il libro, dopo il pieno ed esaustivo svolgimento del “tema” Giganti, ospita brevi e interessanti interviste a tutti i protagonisti della vicenda, puntuali interventi critici ad opera di giornalisti ed esperti del settore (da Franco Fabbri ad Alberto Bazzurro, da Goffredo Plastino a Dario Salvatori), e si fregia di un ampia sezione finale, utile alla consultazione, intitolata repertori (eventi coevi del 1971, discografia completa dei Giganti, filmografia connessa, bibliografia, siti internet, elenco dei concept album italiani, elenco delle canzoni italiane sulla mafia, etc).
Nel complesso un’ottima e generosa testimonianza, tassello fondamentale per la comprensione e ricostruzione di un’epoca segnata da una fervida, eccezionale creatività e da nobili slanci ideali oggi troppo spesso latitanti. (Marco Maiocco)
{mos_sb_discuss:6}





