Possedere una cifra stilistica riconoscibile e all'interno di questa variare toni e modi espressivi è quanto di meglio si possa chiedere a un'artista nella fase di maturità. Dopo il cameristico White Chalk e lo spigoloso A Woman A Man Walked By (in coppia con John Parish), Let England Shake sembra proporre PJ Harvey all'interno di un contesto più accessibilmente 'rock'. In realtà l'espressione risulta riduttiva e persino stupida non appena ci si rende conto di essere di fronte a un disco straordinario per potenza espressiva e ampiezza di prospettive. La linea nitida delle melodie e la semplice limpidezza degli arrangiamenti si associa a testi cupissimi tutti dedicati alla guerra intesa come elemento fondante degli ultimi cent'anni della nostra storia. A fare da centro d'irradiazione,da immagine simbolo è la terrificante battaglia di Gallipoli,che fra aprile 1915 e gennaio 1916 causò 130000 morti (e si concluse con un nulla di fatto), mentre altrove si parla di più recenti e meno definiti luoghi di tragedia che potrebbero essere Bosnia, Iraq o Afghanistan. In realtà poco importa quale sia la specifica collocazione geografica, perché le parole descrivono un orrore onnicomprensivo che l'uso della prima persona singolare o plurale rende ancora più vivido e vicino. Inutile dire che la voce possiede un pathos naturale che non ha problemi a immedesimarsi in situazioni teoricamente lontane nel tempo o nello spazio proprio come se fossero le angosce private cantate ai tempi di Rid Of Me (ancora una volta vengono privilegiati i registri più alti, ma senza le esagerazioni, peraltro affascinanti di White Chalk). Una volta spiegate tutte queste cose piuttosto preoccupanti e precisato che, rispetto a certe produzioni recenti, il suono potrebbe sembrare povero, bisogna anche dire che i pezzi sono forti, emozionanti, trascinanti e, nonostante quel che si è appena detto, vitalissimi. Ed ecco che, forse, il fascino maggiore del disco sta in questa associazione senza forzature di vita e di morte o, meglio ancora, di vita nonostante la morte. (Antonio Vivaldi)
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